Jester At Work, una sosta all’ombra del faro

Ho un mal d’orecchi pazzesco ed odio tutti. Scorro una lista di canzoni e mi fanno tutte più o meno schifo. In particolare mi pare abbiano tutte un difetto di costituzione: non sono sincere, non respirano della loro stessa aria.
Ormai scoraggiato ne apro una dietro l’altra a caso, mentre il mal d’orecchi mi fa bestemmiare e non c’è niente che abbia un respiro proprio, mentre io continuo a respirare tappandomi il naso e a bocca chiusa sperando di ricacciare il cerume all’inferno. L’orecchio sinistro in particolare sembra più incazzato che mai, sembra dirmi: “Padrone, la vuoi smettere con la musica almeno oggi? Per giunta fa cacare”.

È il turno di “Branch” di Jester at Work, nome d’arte dietro cui si cela Antonio Vitale, cantautore italiano alla seconda prova, ispirata dalla fioca luce di un piccolo porto di paese in cui modeste imbarcazioni di lavoro, e non di villeggiatura, reclinano sul mare scuro, cantando la propria canzone.
Appare subito chiara una cosa: qui il respiro delle musiche non solo è sincero e indipendente, ma è un respiro internazionale. Si, perchè Jester at Branch canta in inglese e questa cosa mi fa incazzare più del mal d’orecchi (capirei fosse nato in Germania, ma l’italiano non è lingua che un cantautore può permettersi di evitare così su due piedi), ma  in particolare per la registrazione in anologico, la voce calda e avvolgente, le atmosfere crepuscolari di Jandek, quel cantato tra un sogno lento e un’anemia musicata alla Mark Lanegan, miste alla naturale dolcezza, senza più scomodare nomi illustrissimi, di Bob Corn, con quel quasi mangiarsi le parole che dona all’espressione vocale un senso raro di intimità, e infine il senso di umile trascendenza che trasmettono certe canzoni di Jackson C. Frank. Questi sono solo alcuni dei gruppi ed autori che col nostro hanno in comune una cifra stilistica propria, tendente all’unificazione spirituale e non all’amplificazione spettacolare delle voci dell’anima.

Questa litania languida che si inclina dolcemente allo spazio d’un ricordo che gioca a comparire e svanire, questo spazio musicato di due minuti e quaranta principalmente per la vita della mente e per il silenzio è davvero una registrazione non frequente: chi ama rappresentare il silenzio in questo paese? Chi ha ancora il coraggio di raccontarsi senza confessarsi, di dire la propria verità senza alcuna volontà di rivelazione sempreverde e di musicare la migrazione del proprio Io, anzichè fissare poetiche ed antipoetiche scadenti se non nella fruibilità commerciale?
Un proprio luogo, un rifugio, un pertugio di senso. Un “Dove?” si impone in quest’ascolto: “Magellano e’ un album interamente concepito a pochissima distanza da un porto”, un porto che sa di sale e petrolio, dove i pescherecci riposano dopo notti di fatica e sudore. E’ il posto perfetto dal quale salpare e, al tempo stesso, un luogo che non da una ragione in piu’ per rimanere”, si legge nelle note che accompagnano il disco, e forse così si svela l’arcano mistero di composizioni delicatamente sinistre, che seguono la direzione di una semplificazione della struttura canzone, condotta oltre il porto, oltre la mareggiata, con chitarre acustiche e una voce che è un faro nella notte che si accende e si spegne come fosse un lampione di paese, seguendo l’umore e non la deriva dei continenti musicanti italiani che cercheranno di trovare una collocazione a qualcosa di obliquio e incrinato per origine e non per deriva: il talento naturale di questo autore.

Il mare è anche galleggiare, parafrasando ancora le note sul disco,  è l’obiettivo stavolta non è alcuna isola verde del cantautorato, nessuna breccia in nuovi orizzonti, , ma offrire la compagnia d’un gruzzolo di canzoni che dondolano sul bordo estremo della barca a nuovi viandanti di senso che amano “sostare all’ombra del faro”.
Magellano, è il nome di questa offerta ed il titolo del secondo album di Jester at Work. “Branch” ne è prima traccia e d’incanto il mal d’orecchi non è passato, ma non me importa più niente, perchè l’altro mondo è qui, anemico eppur luminoso, attraverso l’oscurità di altre dieci tracce portuali nate nella risacca sporca d’un mare piccolo che ha però il dono di testimoniarci tutti e più di tanti abusati oceani.

Per ascoltare “Branch” da Magellano: http://www.rockit.it/jesteratwork/canzone/the-branch/141251

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