Michele Baldini – Generazioni. Genere, azioni. Gene razionale. Resistenza o morte. Morte.

Di quest’articolo condivido tutto: la sfiducia di fondo, ogni critica lanciata senza alcun estremismo della moderazione, la sensazione che la critica stessa sia diventata uno strumento inefficace senza una consapevolezza del vuoto “che ci accade”, come direbbe Celan, e infine l’auspicio risolutore dell’estinzione del genere umano.
L’autore è Michele Baldini, membro e fondatore dei Piet Mondrian, un gruppo di cui qui si è già parlato, e assai bene. L’articolo è ripreso da 5.AVI, ed è visibile anche al seguente link: http://www.5avi.net/5957/2012/03/generazioni-genere-azioni-gene-razionale-resistenza-o-morte-morte/

Premetto: sarò fatale (sia per i toni che per la lunghezza). E quel che segue è una tragedia greca. Sono stato molto lirico e non tutto va preso alla lettera. E’ un pensiero. A cui difficilmente, da incoerente (come quasi tutti), seguiranno azioni.

Perdenti, poveracci, bamboccioni. Ma non basta, la più grave condanna che gli under 35 di oggi sono costretti loro malgrado (e innocentemente) a scontare si chiama passività. L’accettazione della necessità del sacrificio, seppure nella sua totale inutilità, la consapevolezza di una fine certa, automatica e inevitabile. Camuffata talvolta da uno svogliato desiderio di fuga, più dal mondo che dal paese o dalla nazione in cui si vive. Questa sta diventando sempre più la morale di un insieme (ormai) di generazioni, senza futuro, senza confini, senza soldi. Molti dicono senza idee né determinazione. Forse è solo una questione di cicli cosmici. L’eterno ritorno dell’eguale, direbbe Nietzsche.

Lottare e resistere sono ormai semplicemente azioni innescate da un meccanismo, da una sorta di gioco in scatola (economico, politico, sociale) che non è stato inventato da noi, a cui saltuariamente e facoltativamente qualcuno prende parte. Anche con estrema convinzione. E, puntualmente, non conoscendone a pieno le regole né i segreti, perde.

E poi la beffa. I nostri genitori, i nostri nonni, i politici, la classe dirigente e tutti quelli che vengono concepiti come sistema non sono tutti cattivi. Non sono tutti cinici ed egoisti. Non ci vogliono morti per partito preso, ma semplicemente (e aggiungerei tragicamente) non ci capiscono.

Ma ci governano. Governandoci ci istruiscono e ci insegnano con le loro leggi, con il loro concetto di sostenibilità e democrazia (anzi, moderazione), con le loro ambizioni appagate o peggio ancora disattese o represse. Ci dicono cosa sia il bene (il loro ovviamente) così da lasciarci liberi di andare contro e compiere il male (il nostro però). Vogliono la pensione per aiutarci a fine mese, senza arrivare a percepire che loro pensioni dobbiamo pagarle noi. Hanno voluto darci l’istruzione facendo sacrifici ma il lavoro manca. Hanno fatto debiti credendo di aver investito e reso beneficio alla collettività e allo Stato. Hanno sfruttato terra e uomini credendo di valorizzarli. Hanno creduto nella tecnica e nel cuore, tralasciando la tradizione e il buon senso. Hanno creduto nel futuro abbandonando la Storia. Ci hanno, malamente perché senza nemmeno rendersene conto, messo gli uni contro gli altri.

E allora, dramma nel dramma, tocca a noi, o meglio, ai più grandicelli di noi, che ci siamo cascati, provare ad avvicinarci a loro e fare noi i “cani da guardia” con i più piccoli. Tocca a noi, generazione precaria di operatori volontari del sociale, anzi, operai gratuiti del sociale, così come ai falsamente liberi professionisti, così come agli stagisti decennali e pluri-laureati delle filiali delle multinazionali straniere in Italia, così come ai senza lavoro per vocazione, spiegare che non bisogna avere i nostri valori, ma i loro e nemmeno ambizioni. Che le idee vanno stroncate con l’età. Che la voglia di fare gratuita non serve a nulla. Che conviene stare immobili in attesa della fine. Che ci si può illudere anche di stare bene quando semmai i tempi saranno cambiati (senza credere al cambiamento, o meglio non far nulla perché avvenga). Che i figli però vanno fatti e le famiglie messe su. Che le passioni vanno coltivate purché restino hobbies (ovvero che diventino un costo e non un investimento). Che bisogna uscire di casa, prima che si può. Investire, chiedere mutui, spendere, fare debiti. O no?

Tentiamo di spiegarci da soli allora, che di lauree ne servono solo alcune e non sempre. Convinciamoci che quelle umanistiche sono per i chiacchieroni che non hanno voglia di lavorare, che di avvocati, commercialisti e psicologi ce ne sono troppi, e che l’università italiana non prepara o non ha fondi abbastanza per informatici, ingegneri e chimici. Che l’India e la Cina ci conquisteranno.

Uccidiamoci ed aberriamoci a tal punto da sentire il bisogno di pensare che l’arte e la cultura non servono e non pagano. Viceversa pensiamo che i soldi giustifichino i mezzi (per farli), che la globalizzazione sia sempre utile o sempre sbagliata, ma che in ogni caso non ci riguardi, così come la politica.

Oppure passiamo al “nemico”. Che è più chic. Perché ci sono anche gli adulti illuminati. I giusti, gli esempi. E lottiamo contro le opere pubbliche e la mercificazione del genere umano. Contro la corruzione. Per la trasparenza, la professionalità, la costituzione. Ma da anti-politici, o da militanti. Perché i partiti non servono. Anzi servono, ma vanno riformati. Aiutiamo i fratelli poveri del terzo mondo, aiutiamo chi è in guerra. Tifiamo contro il nostro stato, ma a favore dei popoli senza. Cooperiamo. Perché prima abbiamo esportato laggiù lo schiavismo, adesso bisogna esportare l’emancipazione. Prima abbiamo trasmesso il morbo, adesso va distribuito il vaccino. Siamo “Glocal”. Autoproduzione, autoconsumo. Passiamo al biologico, che costa l’ira di dio. E quasi mai lo è per davvero. Trasferiamoci in campagna, senza macchina, senza riscaldamento, senza questa civiltà che ci opprime, ma con il cellulare e facebook sempre accesi. Perché la filiera è corta, ma la rete estesa. Diciamo sempre no, al nucleare perché inquina, al fotovoltaico e all’eolico per via dell’impatto ambientale, alle strade, alle ferrovie, alle navi da crociera.

Davvero un bel teatrino.

Distruggiamo infine l’aspirazione a lasciare un testamento a chi ci sarà dopo. Le nostre memorie non sono quelle partigiane, né quelle sessantottine, né ormai quelle di chi negli anni 90 ha lottato contro la mafia.

Le nostre memorie non esistono. Dobbiamo ricordarci solo quelle degli altri. Eppure di cosette da raccontare ai nipotini ce ne sarebbero e penso che ne avremo da vedere un altro bel po’.

Godiamoci infine la nostra miseria e diamogli un nome straniero (Vintage? Retrò? Hipster?) cosicché possa diventare figa, restando grati ai nostri genitori che ci hanno dato le chiavi del loro paradiso e poi hanno chiuso il cancello con le spranghe e accettiamo la sconfitta, dando il merito della vittoria a un fantomatico “loro” che nessuno sa chi o cosa sia e nemmeno si pone il problema.

Signori. Dobbiamo essere più edipici. Papà sa che è finita e non ce lo vuol dire. Per questo è da uccidere. Il sistema di priorità mi sembra un  tantino sballato. Anche se tutto fosse giusto quindi, da dove si parte?

Intanto allarghiamo il punto di vista. Il destino del genere umano non si decide più in Europa o negli Stati Uniti. Così come il destino della natura non lo decidono solo gli esseri umani (anzi per niente). Eppure, nella nostra infima piccolezza, l’unica cosa che veramente non ci riguarda, è il destino dell’Universo. Per tutto il resto qualcosa si può fare e la stiamo facendo. Ad esempio lasciarci morire. Anche questa è una scelta. Basta saperlo. In alternativa. Usare bene il cervello. E la sua capacità di acquisire dati, analizzarli, elaborarli in maniera tale da poter spingere il motore della volontà verso il traguardo, ovvero, la realizzazione.

Secondo Sant’Agostino la volontà (voluntas) è un po’ la direzione che la vita deve scegliere tra l’essere e il nulla. Stabiliamo allora qual è il nostro essere, una volta appurato che stiamo vivendo il nulla.

E ora anche se Michele non so se vorrà, io ci metto una canzone dei Piet Mondrian visto che nell’articolo originale c’erano quei cessi de Lo Stato Sociale che ho tanto disprezzato qui, proprio ieri, e che il messagio finale della seguente canzone, che sia serio o meno, sia esattamente quello che io credo possa essere uno degli antidoti alla crisi della comunità terrestre: non banalizziamo più, perchè qui a forza di berci banalità ci lasciamo tutti le penne, la possibilità di cambiare realmente e la capacità residua di essere degni abitanti di questo pianeta.
In ogni caso, mai gioventù aveva fatto così pena da quando i giovani sono stati inventati.



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