Il cortocircuito dell’imbecillità: la musica (o quel che ne resta) ai tempi de “I Cani”

Questo non è un manifesto. Non ce n’è alcun bisogno. Non abbiamo a che fare con qualcosa di pericoloso, possiamo slacciare le cinture e farci due chiacchiere tranquillamente. Facciamo finta che ierisera sia uscito approfittando, a fine serata, di uno strappo da parte di un amico.
Ci fermiamo sotto casa mia, non è uno stupido, ed anzi, è tra le persone che hanno senz’altro in comune col sottoscritto un certo modo d’intendere la vita, gli altri e noi stessi. Abbiamo iniziato un gran discorso sui “massimi sistemi”, c’è voglia di arrivare a un punto e nessuna fretta di chiuderlo anzitempo. Lo interrompo per farmi una sigaretta di tabacco, perchè mi manca tutto. Lui ne approfitta per mettere della musica. Una compilation, mi dice, fatta da lui nel pomeriggio. Ci sono i Cani e Lo Stato Sociale, uno dopo l’altro. Bell’incipit di merda, penso, senza iniziare un discorso che le birre tracannate mi hanno tolto l’energia di fare. Poi non so cosa c’era nella compilation, perchè ho tagliato corto, con buona pace del punto che volevo raggiungere solo poco prima, e mi sono infilato in casa alla velocità della luce.
Bella compilation di merda, ho pensato sulla sfiducia, immaginandomi cos’altro mi avrebbe atteso se non avessi chiuso la pratica immediatamente.

Vi starete chiedendo, se avete retto sino a questo punto: perchè ce l’hai così tanto con I Cani e Lo Stato Sociale e insomma, questi gruppi dell’ultima ora che praticano l’italianissimo sport dello sputtanamento in musica?
Innanzitutto, perchè non sono innocui, e la loro imbecillità si rispecchia in quella dei moltissimi ascoltatori che hanno, specie i primi. Dire che ce l’ho con I Cani e lo Stato Sociale non è sbagliato, e neppure fuorviante: non intendo parlare, per una volta, del meccanismo di produzione ma dei prodotti finali. Basterebbe evitarli il più possibile, nonostante poi ci sia sempre qualche amico stronzo che rovina una bellissima discussione e una piacevole serata tra amici con la sua imbarazzante compilation (ma in fondo anche lui poteva fare di peggio: di quella musica di merda, poteva aver addirittura comprato l’album), eppure, come dicono  i secondi in una delle loro peggiore canzoni, “mi sono rotto il cazzo”. (e non ditemi che cito chi critico, perchè dico “mi sono rotto il cazzo” da quando vado alle medie e ho scoperto le parolacce). Certo, mi sento di dire che i soggetti menzionati non devono sentirsi così tirati in ballo. Purtroppo, infatti, non sono gli unici a fare della musica così scadente.
Ma insomma, si può sapere che problema hai con questi gruppi, più precisamente con questa antipoetica da antiautogrill? Avete ragione, sarò breve e coinciso: sono vampiri di stereotipi.

Esser vampiri vuol dire che si sa dove succhiare, quindi che si sa almeno trovare il punto preciso dove affondare i denti. In effetti, non si può certo rimproverare ad una canzone come “Mi sono rotto il cazzo” di non indicare chiaramente l’obbiettivo della critica, che è  poi sommariamente condivisibile e riconducibile a tutti quei prodotti e sottoprodotti della Società dello Spettacolo, per come la chiamava Guy Debord, di cui però fa parte lo stesso strumento (a meno che non sia davvero emancipato) con cui questa critica emerge, e che finisce col tirare dentro allo stesso “giochino” chi, come nel presente caso, ha scelto di utilizzare lo strumento canzone per comunicare un messaggio.
Gli stereotipi di turno, o del decennio, sono quelle umane bassezze talmente visibili da rendersi troppo facili da condannare senza un’ironia viva, che sappia andare oltre l’autoreferenzialità e la volontà di coniare un marchio di produzione (a proposito di canzoni con titoli come “Post Punk” o “L’amore ai tempi dell’Ikea”, che dovrebbero prendersela proprio con i marchi di produzione).

Insomma, dopo vent’anni di bipartisan berlusconismo culturale è arrivata la banda a cantarci la catastrofe avvenuta. Non ci sarebbe niente di male a contestare ancora una volta l’imbecillità imperante, specie nel momento di massimo apice che questa raccoglie in ogni settore della società italiana. Una critica già sentita e risentita, ma chissenefrega, “prendi i soldi e scappa”, e si vedrà che il paradigma che si contesta, la ricerca patetica (nei modi, e non di per sè) d’una identità condivisa, viene perseguita con la stessa urgenza di fondo e non solo. La critica alla imbecillità si serve della stessa per tirare a campare, di canzoncina in canzoncina, con la colpevole complicità dello stesso pubblico imbecille, narcisisticamente soddisfatto per le elargizioni di buon senso che lo tocca abbastanza da non farlo sentire anonimo ma non abbastanza da farlo sentire colpevole.
L’effetto, al netto delle presunte primavere arabe o inverno mediterraneo che dir si dovrebbe, è un aumento della distanza tra membri dello stesso spazio-tempo individuale e sociale e per giunta con la stesso vuoto in fondo al cuore. Tra fratelli mancati, in nome di una suddivisione che faciliti l’individuazione del target dei consumi in fasce di mercato dell’imbecillità: ad ognuno il suo imbecille.  E questi sono quelli di “sinistra”.

Il cortocircuito dell’imbecillità ha la sua origine in una semplice indagine di mercato che non è sfuggita a nessuno: l’imbecillità è un mercato in costante espansione, dopo il colpo ad effetto accaduto quando, all’inizio della crisi, sembrava che uno spiraglio di reale consapevolezza si stesse facendo largo tra le persone contemporaneamente all’esaurirsi delle potenzialità commerciali della denuncia dell’imbecillità: ebbene, l’imbecillità ha capito la distinzione tra “autodenuncia” violenta e “autodenuncia” edulcorata. Se la prima andava evitata a tutti i costi, la seconda era l’eletta per dare nuova linfa all’imbecillità: con essa infatti si potevano finalmente attrare nuovi target commerciali senza danneggiare in modo irrecuperabile il nocciolo (o meglio, la nocciolina) duro dell’imbecillità.
Da qui, il desiderio di denunciarla, emanciparsi da essa, e perchè no, riempircisi anche l’identità, diventare “ribelli” mettendo delle tendine in Piazza e poi tutti insieme in Interrail appena ci siamo detti quanto stiamo male, pubblicando su  Facebook le ultime interviste di quei grandi giganti del Novecento che la nostra epoca non può contare, senza neppure aver mai sfiorato un libro degli stessi o cantando nella macchina del papà l’ultimo pezzo  “fuck the system” style mentre si va a fare un weekend al mare nella casa dei genitori della propria ragazza (ospitalità che dovrai pagare in estenuanti passeggiate per vetrine, ma no al consumismo).
Lo zapping nell’era del web ha portato allo zapping del contestatore, tappa necessaria per giungere a questo nuovo zapping in musica. Azioni diverse, brevissime, che si esauriscono ancor prima di cominciare a produrre effetti che non siano quello di intrattenere i propri simili per lo spazio dello zapping di turno. Lo zapping, a qualsiasi canale si applichi, conserva sempre i propri effetti: l’interagente resta spettatore, senza correre il rischio di un approfondimento e dunque di una azione incisiva nei confronti dell’interfaccia.

Questi novelli Jovanotti della critica sociale, oltre che essere arrampicatori di pianure (celebrali), hanno poi la colpa immonda di non compiere alcuna operazione musicale, nonostante si rivolgano alla musica per inoltrare il loro banale messaggio. La musica è  un pretesto che non si ha il coraggio di eliminare per non sentirsi troppo nudi in compagnia della propria bassezza espressiva, favoriti in questo senso dall’analfabetismo musicale dei contemporanei.

Io credo che non possiamo aspettare oltre e farci questa domanda: ma la musica ha o no ancora un valore, oggi? E l’espressione dosata, riuscita, incisiva, ha ancora uno spazio in quest’Italia così effimera anche quando sobilla?
Perchè se la risposta è NO, allora I Cani, Lo Stato Sociale, e chi come loro sono i benvenuti e io mi sparo, perchè se le Luci della Centrale Elettrica è stato il portavoce più esemplare di questa antiestetica da fogna musicante (che ha subito trovato il favore dei critici che ti fanno vendere dischi e non di quelli che parlano di musica per passione e con passione) I Cani, Lo Stato Sociale e chi seguirà a loro, ripetendo lo stesso schema del vampirismo di stereotipi, ne sono gli epifenomeni più imbarazzanti.
Ma se la risposta è SI, facciamo un colpo di Stato si, ma musicale, e da sinceri appassionati della bellezza in musica, gettiamo dal balcone questi Apicella della contestazione (invece che del potere) che non sanno che cantare i vizi  e gli stereotipi dell’uomo stando al passo dei tempi, per intrattenerci mentre una Nicole Minetti da circolo Arci si passa Falce e Martello (e non crocifisso) tra le tette, e c’è anche la nipote di Lenin (e non di Mubarak) a fumarsi una canna nel parcheggio (e non a spogliarsi nel lettone di Putin), Lenin perchè Goodbye Lenin è un bel film, lo davano ieri su Sky, e non perchè Lenin era colui che disse: “Non giocare mai con l’insurrezione. Ma quando la si inizia, mettersi bene in testa che bisogna andare sino in fondo” (che poi io non sono per niente d’accordo sul “mai”, il problema è che qui siamo davanti a un “sempre”).

Ed ora cinque motivi per smettere di ascoltare la vostra musica di merda.
1. I vostri gusti fanno schifo, così come voi, ma potete ancora salvarvi
2. Magari ci spendete anche dei soldi, tra dischi e concerti
3. La musica che ascoltate è ciò che siete, abbiate più cura di voi stessi
4. La musica non è un confessionale nè un album Panini della contemporaneità. Anzi,  tende all’eterno
5. Vi state perdendo della roba così. “Astral Weeks” può tutto, anche restituire l’udito ai sordi (ed in fondo questa lista non è che una scusa per metterla qua sotto,  che poi per me potete ascoltare un po’ quello che vi pare, se rimanete della vostra idea mi basterà smettere di frequentarvi):

PS: non ho mai usato il neretto perchè credo sia un incentivo alla pigrizia del lettore, ma ho ritenuto adatto al livello di disponibilità all’approfondimento di coloro a cui è rivolta il mio atto di pietà, inserire un supporto visivo per favorire lo zapping contestato nonchè unica modalità d’interazioni con essi, almeno sino ad ora (Vi voglio raggiungere e correggere con Van Morrison. Dal cane di Pavlov a “Astral Weeks”…e poi dicono che la scienza non fa progressi!).
La generazione zapping, vi chiameranno. Puah.

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26 risposte a Il cortocircuito dell’imbecillità: la musica (o quel che ne resta) ai tempi de “I Cani”

  1. Mattia ha detto:

    La musica è una cosa seria: la senti sulla pelle, nello stomaco, e riesce a percorrere le strade che nemmeno la poesia, forma d’arte che più le si avvicina, si sognerebbe mai di esplorare. Quando la poesia si sostiene su di una musica che riesce a canalizzare l’emozione, l’artista raggiunge quello che i latini chiamavano “sublimen” (sotto l’architrave celeste > altissimo), ed il fruitore raggiunge quello che i greci definivano “megalophrosyne” (un altissimo sentire). L’artista può definirsi così “autore”, degno di “auctoritas”, perchè capace di innalzare gli animi, fabbricatore di scale che aiutano ad avvicinare la civiltà all’ altezza dell’ideale intellettuale. Altra cosa, ben altra cosa, è l’arte (cosiddetta) figlia della subcultura della società di massa, rivolta al consumatore. La società di massa è la reale fondamenta del sistema capitalistico, che riesce a recepire come “prodotto” anche ciò che per antonomasia (ciò che è delle Muse) non dovrebbe essere considerato un bene “di consumo”. Il lettore, l’ascoltatore, il cultore, lasciano spazio e fanno strada al “consumatore”. Il vero motore di questo sistema è il conformismo, il sentirsi protetti e sicuri entro il dominio di una forma precostituita, accettata dai costituenti stessi del branco astratto, all’interno di quadri da poter condividere, abbandonando la scomoda insicurezza della solitudine dell’originalità del sé, entro una mole anonima chiamata “massa”. Ecco che anche questo pezzo di storia umana si accinge a lasciare scolpite nel cemento le ultime sue statue apotropaiche, con la presunzione di poter cacciare quelle paure antiche che affogano l’anonimo indistinto nella palude della società dei tanti nulla. E’ lo sguardo tra due uomini che si compiacciono di aver guardato lo stesso “bel culo” sfilare per strada che li fa sentire ancora più maschi e virili di quanto loro stessi riescano a sentirsi; è il tifare la stessa squadra di calcio in una curva; la manifestazione studentesca a vent’anni, cinque anni prima di diventare uno dei tanti benpensanti accomodati davanti ad un televisore, o -peggio- dieci anni prima di morire intellettualmente su qualche poltrona di potere. E’ il “mi piace” di facebook, il continuo ricercare consensi in torno a sè, perchè il consenso esorcizza la paura di rimanere soli contro il mondo. Figlia di questa crisi di valori, dove anche la parola “valore” ha assunto un’accezione legata al mercato, all’interno di un sistema venduto al villaggio globale come un surrogato di libertà a prezzo scontato, la cosiddetta “musica” del nuovo millennio è una puttana che si vende per strada a saldo, buona per svuotare le palle del primo passante, il quale può anche correre il rischio di innamorarsene, a volte, e soprattutto in mancanza d’altro, cioè su una base di profonda ignoranza del classico (e per classico intendo “tendente all’ eterno”). Far ascoltare Bach, o semplicemente della buona musica (parlo da uno “con poche idee ma in compenso fisse”, come diceva di se stesso De Andrè, anche in campo musicale) può aiutare -a parer mio- allo stesso modo in cui una serie di appuntamenti con una bella ragazza interessante può portare fuori dal tunnel del marciapiede un puttaniere incallito, o fuori dalla propria cameretta puzzolente un segaiolo autolesionista. Fortunatamente c’è chi si fa continuatore di tradizioni culturali che hanno impresso nella civiltà il proprio incommensurabile segno; tradizioni poetiche, musicali, che prendono il testimone del classico, mai soltanto contingente, sempre al contempo particolare ed universale. Ma sono davvero pochi i poeti di un’epoca, e pochi anche i veri musici; rarissimi gli autori, troppi gli pseudointelletualoidi e i buffoni al servizio del mercato e del conformismo del consumatore medio-basso. Quindi occorre distinguere, ignorare i prodotti di consumo. Un vero critico letterario non parlerà mai dell’ultimo libro di Fabio Volo, né bene né male: significherebbe fare il gioco dei papponi dell’arte… “che se ne parli bene o se ne parli male, l’importante è che se ne parli”, perchè per questi speculatori da marciapiede il parametro è sempre quantitativo, mai qualitativo. Dante avrebbe consigliato, tra gli ignavi, “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. Un saluto!

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    • carusopascoski ha detto:

      Intervento strepitoso. Condivido ogni virgola, la necessità di parlare di questo nasce da un mal di pancia che poi è diventato mal di testa, su questo blog cerco di parlare solo di ciò che amo, ma a volte per continuare a poter amare ci si deve anche scontrare con chi questo amore lo osteggia e propone soluzioni di comodo. Se questa spazzatura stesse al suo posto, sarebbe un male necessario della democratizzazione delle arti e dei saperi e non salterebbe agli occhi. Ma così non solo non sta al suo posto, ma si fa corrente estetica. Io questa arroganza non la tollero e mi sforzo di essere meno snobista e dare le ragioni di certe intransigenze necessarie per proteggere ciò che si ama (che poi, si protegge da solo, ma come un padre troppo presente, non riesco che a vegliare continuamente).

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  2. theselbmann ha detto:

    ho inciampato per caso in questo post. ti dirò che un po’ mi hai quasi convinto. quasi. ora vabè, immagino che tu non debba convincere nessuno, come è giusto che sia. però devo dire che non c’è nessun tipo di musica che riesco davvero a condannare. ovvio che c’è musica che mi fa un po’ cagare, ovvio che magari non mi ascolterei mai un cd di… che ne so! gigi d’alessio, per dirne uno.
    ma resto della convinzione che non sia un po’ riduttivo dire che una persona fa schifo solo per i suoi gusti musicali, per quanto merdosi possano essere :)
    a ognuno il suo. personalmente a me piace sentirmi libera di apprezzare van morrison come di canticchiare una canzone disimpegnata e magari anche stupida mentre sono in mezzo al traffico. perchè il mondo ha bisogno di tutto, anche di leggerezza.

    siamo tutti così preoccupati di sembrare intelligenti e acculturati, tutti preoccupati di uscire fuori dal coro per sentirci più profondi degli altri, o magari semplicemente più fighi.

    puoi decidere di non frequentare gente che ascolta i cani. ma frequentando una persona che sa a memoria una canzone dei cani, potresti scoprire che ne conosce magari tante altre che non ti dispiacerebbero :) non tutto è solo bianco o solo nero (è un luogo comune, scommetto che non piacerà a molti. va così di moda disprezzare i luoghi comuni)

    scusa per lo spazio rubato, mi hai ispirato!
    ciao!!

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    • carusopascoski ha detto:

      Non scusarti, lieto di aver ispirato un pensiero a riguardo, ma certo che voglio farti cambiare idea, se potessi userei anche tecniche coercitive e la tortura.
      Dai, si fa per scherzare. Il taglio dell’articolo è decisamente ironico, escluso lo spazio per le argomentazioni che porto per questa mia critica radicale.
      Per il resto sono d’accordo che ci sia bisogno di leggerezza ogni tanto, ma ricordati che i sacchi di spazzatura pesano, non sono leggeri. E io sono per ridurre drasticamente il consumo di immondizia procapite. Ci stiamo riempiendo il mondo, in senso reale e figurato.

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  3. Pingback: Velleità: i cani, tra inutilità e rivelazione | Andrà Tutto Bene

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  5. Piero ha detto:

    Ciao, una volta da piccolo mi dissero che l’imbecillità sta nel non rispettare i pareri altrui, anche intesi come gusti musicali.
    Mi sembra un tantino forzato (anche in chiave ironica com’è l’articolo) etichettare come imbecilli tutti coloro che fruiscono piacevolmente di questa musica qua.
    Personalmente ascolto sia Duke Ellington che Le Luci della centrale Elettrica, mentre non mi piacciono i Cani. E non mi sento prettamente un imbecille. Perchè se sono imbecille quando canticchio allegramente qualche frase simpatica o sarcastica dello stato sociale sono la stessa persona mentre godo quando scorre nelle mie orecchie il Canone di Pachelbel. O sono sempre un cretino o non lo sono mai. O, più semplicemente, lo sono e non lo sono, ma non lo sono sicuramente perchè trovo che Vasco Brondi dica delle cose che, personalmente, mi piacciono.
    Concludendo, l’articolo mi piace per come è scritto, mi piace la struttura e la forma del tuo pensiero. Ma trovo che alla fine sia molto più generalizzante di tutta quella gente che tratti a male parole e che ascolta musica che per le tue orecchie non è abbastanza alta.

    Detto questo, da oggi hai acquistato un lettore.

    Un saluto

    Piero

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  6. carusopascoski ha detto:

    Ciao Piero,
    “trovo che Vasco Brondi dica delle cose che, personalmente, mi piacciono”. Anche per me è così, e non contesto a lui quello che dice, ma come lo suona. E aggiungo che se uno vuole dire qualcosa, è più adatto un libro che la musica, anche se ormai provare a fare il musicista è la nuova leva militare dei giovani d’oggi.
    Felice di averti tra i miei lettori (ripensaci!), non è imbecille chi ascolta I Cani o chi per loro, ma chi vede in loro la nuova frontiera della musica italiana. E su 500mila visualizzazioni di una loro canzone su Youtube, 1 fischietta il Canone di Pachelbel e ascolta altro ogni tanto perchè semplicemente prova piacere a farlo (io per piacere ascolto cose assai peggiori, e in ogni caso non contesterò mai il bisogno di leggerezza che si ha di tanto in tanto), 499,999 vedono nei Cani qualcosa che non sono: musicisti. Mentre sono intrattenitori, e di pessima qualità, almeno per me, ma questo s’era capito, per usare un eufemismo!

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  7. federico ha detto:

    eh beh si l’avevamo capito che non erano musicisti ne avevano confidenza con la musica nè con la cultura musicale, solo con mtv e con le pose.. fare musica anzi fare un gruppo scusa ma non ho confidenza con i ggiovani (l’appartenere alla mia generazione in un certo modo trovo sia il collante culturale piu immediato) e il loro lessico.. sono fastidiosi nell’ostentare idiozia. lavoro in una scuola e ho fatto l’abitudine al loro nulla. in realtà provo simpatia per il nonsense di dino fumaretto ma fino a un certo punto.. è all’interno del giro dei nuovi manager musicali alternativi che mi stanno parecchio sui coglioni

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  8. Federico Doria ha detto:

    Ciao, sono contento di trovare un mio coetaneo (anche io ’87) che riesce ad avere un pensiero critico così lucido. Mi trovi d’accordo su tutta la linea. Io avrei messo Tim Buckley o i Beach Boys di Pet Sound al posto di Van Morrison ma va bene anche così. Comunque hai trovato un nuovo lettore.

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  9. Patrizia Pili ha detto:

    Leggo veloce, come in preda ad un raptus di ingozzo e autoconvincimento. Ma non serve convincermi, lo sono già, lo sono da quando ho memoria musicale e sensi. Cioè da sempre.
    E come tu dici, questi nuovi cantori delle società da supermercato hanno una marea di accoliti, che questi stati di insofferenza senza scatto di riscatto hanno fatti loro.
    Ascoltare musica, lasciando fuori dalla propria stanza la rabbia e il sistema per riconoscerla e abbatterla.

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  10. enrico ha detto:

    Mi verrebbe da dire che sono d’accordo con te, ma fino a un certo punto. Il fattore più importante in ambito artistico (sia come artista che come fruitore) è quello delle pretese: le pretese che si hanno. Se si è consapevoli di quello che stiamo facendo, detto altrimenti.
    Cerco di spiegarmi brevemente: quello che mi porta personalmente a condannare i suddetti gruppi è la pretesa che hanno di fare qualcosa di artisticamente e socialmente elevato. In modo analogo, condanno tutti quegli ascoltatori che si credono orecchie fine e cervelli pensanti per via di quegli ascolti.
    In maniera opposta, se I Cani (ad esempio) facessero tutto quanto con distacco e consapevolezza, con una sorta di “Ehi, siamo qui a scazzare, la musica coi coglioni sta da un’altra parte” sarebbe un’altra storia. E idem gli ascoltatori, pronti a vederli come divertenti, piacevoli ma senza pretese.
    Io ultimamente sono stato a vedere Jerry Calà ed Alberto Camerini, in mezzo a concerti di Nick Cave, Cesare Basile e Mark Lanegan (per dirne tre) e il discrimine è lo spirito con cui ci sono andato, che era lo stesso spirito di chi saliva sul palco.
    Se Jerry Calà fosse salito sul palco con l’attitudine di “silenzio, ora ci emozioniamo tutti” e poi avesse fatto “A-a-bbronzatissimi” ci sarebbe stato un cortocircuito nella comunicazione artista-fruitore.
    Modestia a parte, credo di essere stato tutto sommato abbastanza chiaro e posso anche tirare le somme senza dilungarmi troppo. Sono d’accordo con te nella condanna di una certa musica e del suo pubblico, ma li condanno perchè non sono consapevoli di quello che fanno/ascoltano. Non è da condannare il fare la musica de I Cani, è farla con l’attitudine con cui la fanno I Cani. Idem per gli ascolti.

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  11. Alberto Parisi ha detto:

    I tuoi cinque motivi finali mi hanno dimostrato l’inutilità della lettura del tuo articolo.

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  12. Vitruvio ha detto:

    Non avrei saputo dirlo meglio.
    Lo condivido, nel mondo.

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  13. marcello ha detto:

    Che fatica leggerti! Sei prolisso, sintatticamente pesante, sostanzialmente prevedibile nell’articolazione della tesi di fondo che del resto è circolare (se i Cani sono alfieri di un’estetica postmoderna che rinnega i suo stessi codici e la cultura di massa che li produce, perché accanirsi tanto ? Mi vorresti dire che poiché scrivi in un blog hai le chiavi per distinguere meglio di altri tra bassa e alta cultura? e perchè di grazia? non ti senti anche tu un po un mero intrattenitore? )… Hai mai letto le lezioni americane di Clavino? SI può essere pungenti senza per forza ricorrere alla saccenza e al qualunquismo becero… Nella tua critica non c’è disciplina, né curiosità esegetica, né competenza musicale, né tanto meno leggerezza e capacità di suscitare emozioni. Solo sdegno e rancore, ed un preoccupante anacronismo reazionario. Ce l’hai tanto con loro perchè forse ti senti escluso ?

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