Sunforest – Sound of Soundforest

I Sunforest sono una della formazioni più affascinanti del panorama acid folk britannico degli anni ’70. Tre sono i motivi principali di questa affermazione: 1. Sono un gruppo di sole donne, Terry Tucker (voce, tastere, arrangiamenti), Erika Eigen (voce, percussioni) e Freya Houge (chitarra), di cui solo la prima farà carriera anche da solista 2. Si, perchè “Sound of Sunforest” resterà l’unico album della loro discografia 3. La copertina sbarazzina, colorata e floreale tradisce non tanto le atmosfere, quanto la profonda complessità e l’intelligenza compositiva di fondo. È un disco strepitoso, con soluzioni armoniche però non sempre immediate come l’immagine iniziale vorrebbe suggerire.

L’interpretazione “acida” tipica di certo folk della Terra d’Albion si confonde con un gusto pop raro, le atmosfere sono medievali, forse rinascimentali, o direttamente Renaissence, il gruppo di “A Trip To The Fair”. Infatti, intorno a questo gruppo sono passati vari personaggi più o meno noti come “Big Jim” Sullivan (per distinguerlo da “Little Jim”, un certo Jimmy Page che all’epoca non gli legava neanche le scarpe) che aveva già collaborato con Donovan, Gene Vincent e Vashti Bunyan e che quindi era certo preparato a suonare del “Sunshine Pop” con insenature Folk oscure, oscurità che il produttore Vic Coppersmith-Heaven da vero amante dell’esoteria in musica (ed associato ai Black Sabbath) garantiva al gruppo. Poi, un certo Herbie Flowers, già bassista per Lou Reed e David Bowie, e una sezione di violini e musicisti classici di varia estrazione garantivano l’alta qualità di questa band che è una versione floreale dei Gentle Giant.

E il disco ha il dono mai banale d’un incipit leggendario, scelto anche per la colonna sonora di “Arancia Meccanica” da Stanley Kubrick: “Overture To The Sun”, accellerata nella versione cinematografica nonchè accreditata alle singole autrici, dato che quando il film uscì nelle sale il gruppo già non esisteva più. Composta da Terry Tucker, è un brano realmente rinascimentale, compreso l’uso del clavicembalo della stessa Tucker, che smarca subito il disco da atmosfere usuali per l’ascoltatore. É una introduzione che non ha il tempo di assestarsi, perchè a seguirla è “Where Are You”, una delle tracce più immediate e trascinanti dell’opera, sospinta dalle percussioni e dipinta con gran classe da arie e un fantastico brulichio di chitarra che resta sul fondo ma sa farsi sentire e strusciare la pelle di chi ascolta.
Poi, un trittico elfico: “Bonny River”, e siamo dalle parti della Vashti Bunyan che gioca con una atmosfera vagamente country, “Be Like Me”, gara circense tra voci che si innestano l’una sull’altra, con rintocchi di tastiera straordinari, e “Mr. Bubble”, ancora Vashti Bunyan, quella di “”Jog Along Bess”, un acquarello delicato e accellerato.
“And I Was Blue” torna alle atmosfere della seconda traccia, con uno sviluppo più deciso e mosso della parte strumentale. “Lighthouse Keeper” è invece l’altra perla del disco e scelta da Kubrick per Arancia Meccanica (anche se la versione cinematografica verrà stravolta), una allegra e spensierata scampagnata negli anni ’30 con il “magic touch” 70’s.
Passano “Old Cluck”, “Lady Next Door”, portando onestamente avanti la staffetta del disco fino a “Peppermint Store”, dove l’eco della Incredible String Band è totale, si entra dal dolciaio e se ne riceve in cambio questa canzone incantata che potrebbe accompagnare qualsiasi zuccherosa (nel miglior senso della parola) favola per bambini.
E poi si riparte con classe: “Magician In The Mountain” va a comporre quella colonna vertebrale interna al disco con “Where Are You” e “And I Was Blue”. Sono le composizioni meno stralunate e bizzarre, ma quelle dove la freschezza di soluzioni dei Sunforest emerge più decisamente rispetto a un semiserio scherzo di ’68.
Dopo brani tradizionali (per quanto tradizionali possono essere i Sunforest) e della medesima bellezza come “Lovely Day, una delle miglori canzoni possibili per svegliarsi al mattino ed amare il nuovo giorno con dolcezza, “Give Me All Your Love”, in cui torna il clavicembalo e l’atmosfera fortemente de pezzi più bizzarri del disco e “Garden Rag”, nuvoletta dolcemente sospesa del disco, arriva “All In Good Time”, che obnubila, accarezza amorevolmente accennando al segreto compositivo del disco, quel senso primordiale d’una possibile estasi del cuore a cui è ancora possibile non rinunciare, quel senso del primordiale, dell’immanente, dell’avvento delle stagioni, che dona armonia sopravvivendo a tutto ciò che di tangibile può accaderci, nella caducità dell’esperienza di vita umana. È come se la Incredible String Band incontrasse i Popol Vuh.

In questo disco invece, è come se incontrassimo una delle parentesi più felici del folk psichedelico tutto. Purtroppo, la mancanza di una vera e propria hit, un brano che stacca dall’altro, ha fatto si che quest’opera  ricchissima di suoni e splendidamente compatta cadesse in oblio. Ma basta aprire anche solo una volta il cassetto dei Sunforest per sentire il gentile odore di quest’album toccare ogni senso, rinvigorendo lo spirito di chi ascolta con una esperienza primariamente incantata, innamorata, della vita. L’esperienza dei “Suoni dei Sunforest”.

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