Riforma del Lavoro, a cinque passi dall’abisso

“Modello tedesco per la riforma del lavoro” annuncia oggi il Governo Monti. Che vuol dire?
Andiamo per passi, anticipando uno studio del “Centro Europa Ricerche” (CER) che verrà presentato il 14 marzo prossimo alle maggiori istituzioni d’Italia e che ha come tema un confronto tra le politiche economiche tedesce e le nostre.

1. “La produttività totale dei fattori in Germania dal 1997 a oggi è aumentata di un modesto 5%, pari all’aumento conseguito dalla Francia e ben al di sotto di quello statunitense (13%). , ce ne sono altri, per meglio comprendere le ragioni dietro il trend positivo dell’economia tedesca: Dal 1998 i salari reali tedeschi diminuiscono, rispetto alla media dell’Eurozona, dell’1% all’anno.
2. La conclusione è obbligata: “la riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto rispetto al resto dei paesi europei, ossia il miglioramento della competitività di prezzo all’interno dell’Eurozona, è stata ottenuta insomma dalla Germania grazie al contenimento delle dinamiche salariali”.
3. Più precisamente, la Germania è l’unico paese d’Europa che dal 2000 ad oggi ha abbassato i salari reali del 5%, deprimendo la domanda interna e spingendo quella estera. Se i nazisti erano autarchici, questi sono neoliberisti al 100%, e ciò può funzionare solo se l’inflazione, incubo dei tedeschi (leggenda vuole che il nazismo iniziò con un boom dell’inflazione nel 1923, mentre prese il potere solo dopo le politiche deflazionistiche dei primi anni ’30), viene tenuta sotto controllo.
4. Troppo complicato? Ecco un esempio pratico: nell’aprile 2011 7,3 milioni di tedeschi guadagnavano non più di 400 euro. Altro che generazione 1000 euro.
5. “Se tutti i paesi europei avessero seguito la strada della deflazione salariale, l’economia tedesca non avrebbe realizzato alcun guadagno di competitività e l’esito sarebbe stato unicamente un generale abbassamento dei salari reali”

Ecco qual’è il quadro che si presenta all’Italia oggi. Il governo ha annunciato di voler inseguire e ripetere il mito dell’economia tedesca, presentato dai media tradizionali come favoloso: tutti lavorano di meno, vengono pagati di più e così sono riusciti a produrre di più. Niente di più falso. Lavorano si un po’ meno di noi  (sono 1.419 contro 1711 ore di lavoro italiane), i salari reali si sono abbassati in modo rilevante e la produttività è  si aumentata, ma per le esportazioni e non per soddisfare la domanda interna, in vistoso calo.
Dunque ecco dove sta la magia, il trucco dell’economia tedesca: politiche economiche socialmente inique, con l’unico merito di aprire nuovi sbocchi commerciali ai prodotti tedeschi, merito però ottenuto attraverso una forte deflazione salariale, unici nell’Eurozona, dove i salari sono rimasti identici o sono addirittura aumentati. Ecco dove si basa la “virtuosa” Germania, su stati “viziosi” che non hanno osato incidere così negativamente sui propri cittadini e sui colleghi europei.
La Germania che oggi detta l’agenda politica all’Unione Europea è lo stato che meno ha operato per la cooperazione tra gli stati membro della stessa. E che sta condannando la nostra generazione all’abisso.

Facciamo un gioco: adesso troverete un brano dello storico Richard Overy, brano dal quale ometterò le date per farvi indovinare a che periodo si riferisce, dal lontano passato al presente più immediato: “I politici cercarono di evitare qualsiasi cosa che minacciasse la stabilità della moneta e dei bilanci in pareggio. In Francia lo Stato perseguì una rigida politica monetaristica sino al [….], riducendo gli stipendi dei funzionari pubblici e dei dipendenti dello Stato e tagliando le spese per la difesa e l’assistenza sociale. Nella Germania del [….] si ebbe una serie di tagli forzosi sui salari pubblici, sulle rendite e sulle pensioni”.

Soluzione: le possibili soluzioni all’enigma sono due.
1. la prima data è 1936, la seconda è 1932, anni ed atti che crearono le condizioni per la II Guerra Mondiale. Questo almeno nella versione originale di Overy che potete leggere su “Crisi tra le due guerre mondiali. 1919-1939” (Il Mulino).
2. Se avete risposto con date dal 2000 al 2012, insomma, date del presente, avete vinto lo stesso, ed a darvi ragione sono i fatti. Il problema è che a perderci è il futuro della comunità terrestre. Tutto questo poi, per risollevare il PIL.

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