Amedeo Guillet, la leggenda del Comandante Diavolo

Io mi innamoro facilmente. In particolare, mi innamoro delle belle storie, non quelle di fantasia, ma quelle dove la realtà supera e si confonde con la fantasia, diventando Storia, quella con la S maiuscola.
La storia straordinaria di quest’uomo è una di queste. Amedeo Guillet, altrimenti noto come Ahmed Abdallah Al Redai, non rinuncio mai ai dettami del proprio cuore e “per restare fedele al proprio codice d’onore, cambiò identità, patria, lingua, religione”, rischiò la morte in guerra, in guerriglia, tenendo in scacco da solo l’esercito inglese e divenendo una leggenda per il comando nemico, trascorrendo 8 anni in Africa con gli indigeni, innamorandosi, rischiando la vita nel deserto fuggendo ferito dalla certa fucilazione e poi lavorando come venditore d’acqua in Yemen, gettato a mare e nuotando tra gli squali fino a riva, il deserto, venendo salvato in punto di morte da “un uomo con un cammello”, che lo ospiterà a lungo fino a tentarlo di fingersi morto per restare a vivere con lui. Impossibile, direte. E invece la storia non solo è vera, ma continua anche.
Con la sua storia diventò un eletto dell’Imam Yiahiah, sovrano yemenita, che lo elevò al rango di “Gran Maniscalco di Corte”, gli fu amico sincero e lo nominò precettore dei propri figli, fino a riuscire a far ritorno in Italia fingendosi un civile italiano divenuto pazzo durante la guerra e beffando ancora gli inglesi, che quando gli davano la caccia in Africa si divertiva a irridere facendo il cameriere nel loro campo, ormai irriconoscibile. Inglesi che dopo averlo inseguito per mezzo mondo ne faranno un mito, ben più degli italiani.

Chiamato anche il Lawrence d’Arabia italiano, da una battuta di Indro Montanelli che di lui diceva: “Se, invece dell’Italia, Guillet avesse avuto alle spalle l’impero Inglese sarebbe diventato un secondo Lawrence. È invece soltanto un Generale, sia pure decorato di medaglia d’oro, che ora vive in Irlanda perché lì può continuare ad allevare cavalli e (a quasi novant’anni) montarli. Quando cade e si rompe qualche altro osso (non ne ha più uno sano), mi telefona…”. L’unica differenza, tra questi due uomini che diventarono per scelta di cuore indigeni tra gli indigeni, era che mentre Lawrence aveva i milioni dell’impero con cui comprova la fedeltà dei suoi soldati, il “Comandante Diavolo” non aveva che il suo carisma, la sua umanità, il suo coraggio, per guadagnarsi l’appoggio delle tribù locali presso cui diventò un capo militare e spirituale, in terre dove recentemente è stato accolto per commemorare tali eventi, con onori riservati pari a un capo di stato.

La polarizzazione, il miope manicheismo di facciata del dopoguerra ha fatto si che l’Italia, benchè si sia continuata a servire del suo valore (in qualità di ambasciatore in Egitto, Yemen, Marocco, India), non abbia avuto il coraggio di raccontarne con fierezza le imprese, epiche, cavalleresche, temerarie, come quello di un novello Don Chisciotte, che Amedeo Guillet stesso apprezzava “per la sua fede nei principi della giustizia, dell’onestà e dell’altruismo, condensati nelle regole della Cavalleria”. Riuscì ad attaccare con successo una fanteria armata fino ai denti con una carica di cavalleria, facendo scappare 10.000 soldati sulle montagne, e passando alla storia come l’uomo che sconfisse i carrarmati con i cavalli. Così l’ufficiale inglese scrisse di quella che da quel giorno venne chiamata la Battaglia di Agordat: “Quando la nostra batteria prese posizione, un gruppo di cavalleria indigena, guidata da un ufficiale su un cavallo bianco, la caricò dal Nord, piombando giù dalle colline. Con coraggio eccezionale questi soldati galopparono fino a trenta metri dai nostri cannoni, sparando di sella e lanciando bombe a mano, mentre i nostri cannoni, voltati a 180 gradi sparavano a zero. Le granate scivolavano sul terreno senza esplodere, mentre alcune squarciavano addirittura il petto dei cavalli. Ma prima che quella carica di pazzi potesse essere fermata, i nostri dovettero ricorrere alle mitragliatrici”

Era l’inizio del mito, ma ecco come nasce la leggenda del Comandante Diavolo: dal documentario di “La Storia Siamo Noi” “Nell’aprile del 1941 nell’Africa orientale la situazione italiana appare disperata: dopo sei giorni di combattimenti le truppe inglesi entrano ad Asmara costringendo gli Italiani alla ritirata. È la disfatta, ma un giovane italiano,  il tenente Amedeo Guillet rimasto solo con un centinaio di indigeni a cavallo decide di non arrendersi. Nonostante sia gravemente ferito a un piede si rende conto di essere isolato dall’esercito italiano e soprattutto dimenticato dagli Inglesi, quindi insieme ad alcuni indigeni senza più ordini né riferimenti gerarchici, prende una decisione imprevedibile: “Bisogna combattere il più possibile, più si combatte più questi Inglesi rimangono qui in Eritrea e non vanno a combattere contro i nostri in Libia, bisogna combattere fino all’ultimo uomo!”. Secondo il diritto internazionale di guerra non si può continuare a combattere dopo la firma della resa, eppure Guillet non vuole sprecare un’occasione così importante, ha in mente una stragia precisa: sfiancare il nemico e fargli credere che gli Italiani sono ancora in grado di combattere. Secondo il tenente solo così l’Italia può sperare di uscire a testa alta dal conflitto. Inizia quindi la sua guerra privata. Amedeo Guillet è costretto a nascondersi, a camuffare la sua identità: smessa l’uniforme militare indossa il turbante e il tipico abbigliamento indigeno e grazie ai suoi tratti mediterranei e alla conoscenza perfetta della lingua araba per tutti è Ahmed Abdallah al Redai. Inizia così la leggenda del Comandante Diavolo”.


Per il resto della sua meravigliosa storia, si rimanda alla pagina di Wikipedia e al meraviglioso documentario che “La Storia Siamo Noi” gli ha dedicato, (in attesa di un film, la sua vita è già cinema) alternando immagini d’archivio, narrazione degli eventi della sua vita e frammenti d’intervista a quest’uomo che appare così mite, energico e innamorato della vita, da raccontarci la sua vita, le sue imprese, i suoi amori, definendo se stesso come “L’uomo più fortunato che conosca” e vivendo eroicamente e per centouno anni, senza mai perdere la tenerezza.

Amedeo Guillet su Wikipedia – http://it.wikipedia.org/wiki/Amedeo_Guillet

Il documentario di “La Storia Siamo Noi” – http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=524

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