Inside Job (Charles Ferguson, 2010)

Charles Ferguson è un tipo sveglio, che sa di cosa parla: “classe ’54, laureato in matematica a Berkeley e in scienze politiche al Mit di Boston, Ferguson si è arricchito vendendo per 133 milioni la sua invenzione, Vermeer Technologies, a un certo Bill Gates. E da allora s’è dato al cinema” come si legge sull’articolo che “Repubblica” ha dedicato a questo documentario, vincitore dell’apposito premio Oscar 2011. È un film sulla crisi economica del 2008, sulle colpe dell’1% e la crisi del 99% dell’Occidente, su come è iniziata, ed ancora prima quali sono state le sue premesse, come è stata affrontata, come sta oggi. Ma soprattutto su chi ha generato la crisi, chi l’ha affrontata, che la gestisce oggi: sono le stesse persone. Chi ne ha pagato la colpa invece: nessuno, sono tutti al loro posto, membri del governo Obama e delle più prestigiose istituzioni finanziarie americane.

Questo documentario incendiario è diviso in cinque parti, si parte con How we got there” con una introduzione sulla crisi dell’Islanda, citata come esemplare modello su piccola scala degli schizoidi conflitti di interessi che sono valsi grandi bonus per pochi squali dell’alta finanza e una gigantesca bolla speculativa a carico del resto dei cittadini.
“È stato come per le volpi avere l’accesso all’interno del pollaio”, così, uno degli intervistati descrive gli effetti della deregulation inaugurata dalla presidenza Reagan nei ruggenti Eighties a favore degli appettiti delle executives finanziarie, inebriando le elites economiche statunitensi, che così iniziarono a spingere sull’accelleratore dell’azzardo finanziario. Si giunge, passando per i CDO, i Credit Default Swap, i Subprime, all’esplosione della cartolarizzazione che portò miliardi di profitti irreali seguendo uno Schema Ponzi su scala mondiale; in altre parole, si illustrano gli strumenti sistemici d’una crisi causata dall’avidità di pochi con la responsabilità di molti, come Merryl Linch, Lehman Brothers, Citigroup, supportate dai giudizi faziosi di Moody’s, Standard & Poor’s, Fitch, e la corruzione dei controllori statali, degli insegnanti universitari (corrompendo lo stesso studio dell’economia), tutti a contratto della cartolarizzazione e della massimizzazione degli utili immediati.
Si giunge così al capitolo sull’esplosione della Crisi, e su dove siamo adesso rispetto al 2008. Si contano i danni, dunque, ed i colpevoli. Che restano al loro posto, nel nuovo “governo di Wall Street”, come dirà un altro intervistato, la presidenza Obama.

Alan Greenspan, presidente della Fed scelto da Ronald Reagan, confermato da George Bush padre, confermato da Bill Clinton, riconfermato da George Bush figlio: “Non ha voluto farsi intervistare per questo film”. Ben Bernanke, presidente della Fed scelto da George Bush figlio, confermato da Barack Obama: “Non ha voluto farsi intervistare per questo film”. Larry Summers, ex segretario al tesoro di Clinton, direttore del Consiglio Economico di Obama: “Non ha voluto farsi intervistare per questo film”. Tim Geithner, segretario al Tesoro di Obama: “Non ha voluto farsi intervistare per questo film”. “Non è uno scandalo? Uno capisce il no di Lloyd Blankfein, il Vampiro di Goldman Sachs, compagnia privata. Ma un funzionario pubblico? “Sono rimasto sconcertato quando l’amministrazione Obama al gran completo ha evitato di parlarmi, anche informalmente. E in tanti casi, Geithner compreso, senza dare neppure una spiegazione”” così il regista nella sua intervista a “Repubblica”.

Con chiarezza espositiva rara per temi di questa complessità, i ritmi serrati del montaggio con interviste a esperti “buoni” e “cattivi” (incappando talvolta in un manicheismo riduzionista, che evade talvolta la complessità complessiva del documentario), immagini e video d’archivio e grafici esemplificativi, e più un generale un lodevole propensione alla verità e non alla rivelazione (vi ricordate la pur apprezzabile trilogia di “Zeitgeist”?), e lasciando da parte la vena comico-grottesca alla Michael Moore, l’opera di Charles Ferguson ricompone il confuso mosaico della crisi, almeno quella che ci viene raccontata dai media tradizionali.
“Inside Job” rinuncia all’ironia per meglio esporre una verità storica non ancora compresa, dando un microfono a “profeti” inascoltati come Nouriel Roubini ed è un documento davvero imperdibile per comprendere e tracciare un filo lungo trent’anni di storia economica e politica americana. Questo, forse, è l’unico limite del documentario: parlare di crisi globale e limitarsi ad accennare le responsabilità oltre Atlantico. Ma è un vizio americano, e pazienza, visto che una volta tanto è per scoprire una ferita, e non i muscoli, come lo spirito Yankee vorrebbe.
Consigliato al 99% degli esseri umani, quella maggioranza schiacciata da un 1% non è mai stato così nudo in neanche due ore di proiezione.

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