La Moneta Deperibile, storia dell’eresia economica di Silvius Gesell e dell’esperimento di Wörgl

La spirale oscura della attuale crisi economica ha suscitato oltre ad un naturale e comprensibile sentimento di angoscia per il reale, anche un intenso dibattito su quelli che possono essere gli antidoti o presunti tali per scongiurare il pericolo concreto d’una crisi umanitaria, oltre che economica. Gli attori del dibattito sono coloro che hanno scatenato la tematica in esame, ossia economisti, politici, amministratori, espressione d’una classe dirigente inadeguata, inesatta, inoperosa davanti alla attuale complessità dell’esperienza comunitaria  della crisi. L’illusione ottica che però essi sono indubbiamente capaci di generare, col supporto dei media, è quella di un dibattito ampio, circolare ed in sostanza democratico: ogni studio televisivo, giornale, radio ospita sempre l’intero catalogo dei contributi alla crisi, vi è il liberista accademico con studi all’estero o alla Bocconi, l’ultrà liberista con maglioncino e stipendio da manager, il conservatore moderato e sensibili all’opinione del momento, il progressista miope e flessibile a piegarsi ad ogni vento come a salire sui tetti con i ricercatori, il comunista nostalgico della poltrona e non della politica, e poi soprattutto, l’anticonformista o presunto ribelle sognatore (spesso scrittore) che propone soluzioni che siano in reale opposizione al decesso dell’economia e che ne combattano la lenta agonia con strumenti diversi da quelli che sono stati utilizzati per deviarla, torturarla, ridurla in fin di vita.
Come in un imbuto, nel alla massima apertura del cono nella porzione superiore, corrisponde la minima apertura inferiore, così il dibattito tende ad assottigliarsi mano a mano che si entra nella specificità del problema. Giunti alla conclusione di ogni dibattito, provo sempre la sensazione che, nonostante all’inizio le premesse fossero buone e si proponessero di affrontare il problema crisi a trecentosessanta gradi, la conclusione si sia concentrata su un dettaglio, sempre economico, spesso riferibile al contesto presente. Se il dibattito inizialmente era largo e poteva contenere una quantità notevole di idee, alla fine ne presenta un travasamento dello stesse, per giunta filtrato attraverso un restringimento costante.
Manca la visione del futuro, una progettualità che non sia solo nelle parole ma che muova anche esse, ed in particolare la visione del passato, di quello che può insegnarci. Ecco che oggi, rileggere le teorie economiche di Silvius Gesell, osservare con i nuovi strumenti del presente l’esperimento di Wörgl, può avere un effetto maggiore della semplice aggiunta di una nuova opinione. Può rovesciare l’imbuto, e dal caso particolare qui presente, aprirlo alla complessità illimitata del reale e delle comunità terrestre, in una ottica non di restringimento e appiattimento teorico, ma di ampliamento e di amore per la conoscenza, quell’amore che muove le cose del mondo e che spesso si manifesta con una semplice e controintuitiva idea fulminante.
L’idea, e la applicazione pratica che ne seguì, sono state magistralmente riassunte da Antonio Schiavone e da questi due articoli, entrambi per la rubrica economica de “Il Conformista”, che qui riproduco integralmente e che ho inserito in fila, come due parti del medesimo testo.
La prima parte è naturalmente visibile anche al link dell’autore – http://ilgazzettinolocale.com/portale/il-conformista/canali-tematici/economia/2196-leresia-economica-di-silvius-gesell.html – così come la seconda – http://ilgazzettinolocale.com/portale/il-conformista/canali-tematici/economia/2195-la-moneta-deperibile-di-unterguggenberger.html – in alternativa alla lettura qui offerta, che consiglio caldamente per allontanare dibattiti che hanno l’unico effetto di intrattenere la vostra intelligenza per avvicinare esperienze di vita che nel corso della Storia si sono presentate più volte, e che possono aiutarci a scoprire nuove teorie e strumenti che oggi non ci riusciremmo a trovare autonomamente.

L’ERESIA ECONOMICA DI SILVIUS GESELL

Un antidoto alla deflazione

L’idea della moneta deperibile alla base del piccolo miracolo economico di Wörgl , dove in piena depressione il borgomastro del posto era riuscito a rilanciare l’economia della piccola cittadina tirolese riuscendo in pochi mesi ad aumentare l’occupazione e le entrate del Comune, è dovuta al genio di Silvius Gesell. Tedesco di nascita, non era un accademico di professione ma un uomo pratico: a causa di una grave malattia che colpì il padre, non poté frequentare l’università e fu costretto a cercarsi un lavoro.
Per qualche tempo lavorò come impiegato postale dell’Impero Germanico. Ma ben presto abbandonò tale tranquilla occupazione per dedicarsi al commercio presso la ditta del fratello, venditore di prodotti odontoiatrici a Berlino. Nel 1887 aprì una succursale dell’impresa in Argentina.
E fu proprio nel paese sudamericano, dove sperimentò gli effetti della grande depressione argentina che investì – come tutte le altre – la sua attività, che ebbe modo di riflettere su alcuni problemi strutturali legati al sistema economico.

La crisi del 1890, che alcuni autori hanno soprannominato Crisi Baring, dal nome della banca che rischiò l’insolvenza minacciando di trascinare con sé tutta la City di Londra, presenta varie analogie con la crisi globale manifestatasi nel 2002. Anche in quel frangente la causa scatenante fu – guarda caso – l’indebitamento dovuto all’enorme credito che le imprese inglesi, attratte dalle politiche governative favorevoli agli investimenti, incanalarono verso la Repubblica Argentina garantendosi lauti guadagni; quando il tasso di interesse aumentò, la situazione divenne insostenibile per le imprese argentine che non riuscirono a far fronte ai debiti ed ai relativi interessi. La banca di Inghilterra corse ai ripari ed organizzò un pacchetto di emergenza per salvare la Baring Brothers (ci ricorda qualcosa?) ma la fuga dei capitali causò il collasso dell’economia argentina, la sospensione dei pagamenti del debito estero ed una profonda e crudele deflazione.

Fenomeno contrario dell’inflazione, che provoca l’aumento dei prezzi (e, più tardi, dei salari), il regime deflattivo causa il crollo degli stessi, spingendo il consumatore a ritardare i propri acquisti in previsione di ulteriori ribassi. La conseguenza è l’accumulo dell’invenduto: le imprese produttrici, per non fallire, abbassano i prezzi con l’obiettivo di sbarazzarsi delle merci che giacciono nei magazzini, confermando così la previsione dell’acquirente ed aggravando il ribasso. Il ciclo si chiude quando le aziende non riescono più a far fronte ai propri debiti e si dichiarano insolventi. Abbassano la saracinesca e aumentano i disoccupati. Il potere di acquisto cala ancor di più, sempre più merci periscono nei depositi. Alla fine l’intera economia languisce, come si suol dire il soldo non gira più.

È bene chiarire un aspetto: nell’attuale regime economico non esiste soluzione al problema, la deflazione – come scrive Blondet – è “la malattia mortale del capitalismo”. Fare fronte all’inflazione (fino a un certo punto) è possibile: basta aumentare il costo del denaro, ossia aumentare i tassi d’interesse. Ma non c’è modo di combattere la deflazione; bisognerebbe introdurre tassi d’interesse negativi, ossia convincere gli investitori a prestare senza ottenere nulla in cambio, anzi con la garanzia di non vedersi restituita neppure l’intera somma iniziale. Pagare cioè il creditore affinché accetti il proprio denaro. Impossibile. Il risultato è che le banconote finiscono sotto il materasso.

Il contributo più originale di Gesell verte proprio su questo aspetto. L’economista sui generis capovolse la questione. Anziché premiare il capitale, riconoscendo un corrispettivo al prestatore, ideò un sistema che ne penalizzasse l’accumulo. Escogitò la cosiddetta moneta deperibile.
L’osservazione che mosse Gesel è che mentre tutti gli altri beni invecchiano, si consumano, perdono di valore, la moneta è l’unico bene che si conserva inalterato, e la cui detenzione non comporta costi. L’utopista tedesco propose dunque l’applicazione di una tassa sulla detenzione del capitale, che ne scoraggiasse il fermo inoperoso. Una lieve penalizzazione, sotto forma di bollo da apporre alla moneta a scadenze di tempo programmate (ogni mese).

È il sistema – come ricordavamo in apertura – che permise al borgomastro di Wörgl, Michael Unterguggenberger, di risollevare (seppure per il breve tempo concessogli dalla Banca Nazionale d’Austria, che si affrettò a porre fine all’esperimento) le sorti della sua cittadina, dando addirittura il via ad un piano di opere pubbliche durante la Grande Depressione del 1932.
Ed è un sistema, si noti bene, profondamente eversivo del sistema bancario e della frode finanziaria fondamentale, perché implicitamente afferma un principio filosofico rivoluzionario, bene individuato e spiegato da Blondet nel suo libro “Schiavi delle Banche” : il denaro non è un bene privato. Non appartiene alle banche. È uno strumento della collettività. Non appartiene a uno solo, ma a tutti. E tutti hanno il diritto di decidere le regole di emissione, diffusione e distruzione degli strumenti che servono alla gestione del bene collettivo.

Un’altra economia è possibile. Un’economia del popolo e per il popolo. Se il compito non è facile, non è perché inattuabile: è perché poteri assai potenti hanno il loro tornaconto nel sistema vigente, e ne perpetuano l’esistenza.

LA MONETA DEPERIBILE DI UNTERGUGGENBERGER

L’esperimento di Wörgl

Correva l’anno 1932, infuriava la Grande Depressione, la deflazione costringeva le imprese a chiudere i battenti. I disoccupati erano numerosi, il denaro scarso. Sparito dalla circolazione.
A Wörgl, cittadina del Tirolo che contava 4.000 abitanti – donne e bambini in età non lavorativa compresi – erano in più di 1.500 a non avere un impiego e a non sapere a che santo votarsi per sbarcare il lunario.
Il paese affondava nella miseria più nera, senza alcun segnale di ripresa. Fu allora che il borgomastro locale, tale Michael Unterguggenberger (ex-meccanico e ferroviere), decise di non restare con le mani in mano e si arrischiò ad un tentativo. Dopo accurato studio, si recò presso i piccoli imprenditori ed i commercianti del posto per convincerli della bontà del proprio progetto. Ottenuto il benestare della banca locale, il 5 luglio del 1932, il borgomastro dal lungo cognome lesse in pubblico il suo “programma di soccorso”. Avendo individuato nella bassa velocità di circolazione della moneta la causa principale del congelamento dell’economia, dichiarò: “Come intermediaria di scambi, la moneta progressivamente sparisce dalle mani dei lavoratori. Filtra invece negli alvei dove scorre l’interesse, finendo con l’accumularsi nelle mani di pochi, che non la riversano sul mercato per acquistarvi beni e servizi. La trattengono invece per specularvi su”.
E la soluzione per ovviare al problema fu semplice e geniale al tempo stesso.

I “Certificati di Lavoro” di Wörgl

Il Comune emise una sua propria moneta. Una moneta, e sta qui la novità rivoluzionaria, deperibile, a tempo. La quale, dopo 30 giorni dalla data di emissione, scadeva, diventava carta straccia. Poteva però essere tenuta in corso da chi la deteneva mediante l’apposizione mensile di un bollo – acquistabile in municipio – che costava l’1% del suo valore facciale. Così, per mantenere valida una “banconota” da 10 scellini, ad esempio, si pagavano 10 groschen (l’equivalente dell’odierno centesimo) ogni quattro settimane.
Uomo accorto, il sindaco chiamò i tagli della nuova emissione “Bestätigter Arbeitswerte” (“Certificati di Lavoro”), senza alcun riferimento alla parola moneta o denaro – per i motivi che vedremo in seguito.

Ad ogni modo, furono emessi certificati dal valore nominale di 1, 5 e 10 scellini per un ammontare totale di 32.000 scellini dell’epoca, una cifra esagerata per un piccolo paese come era Wörgl, ma il borgomastro fu lesto a rendersi conto dell’errore e riuscì a scongiurare l’inflazione che avrebbe potuto seguire l’eccesso di emissione, ritirando parte delle banconote; gradatamente, solo un terzo delle monete deperibili rimase in circolazione.
L’emissione non era “allo scoperto”: nella locale banca di risparmio fu depositata dal Comune una somma uguale di veri scellini. In qualsiasi momento il detentore dei certificati avrebbe potuto presentarli all’incasso. Ma fu stabilito che, per questa operazione, la banca avrebbe riscosso un “aggio di servizio” del 2%, pari dunque al doppio del costo di detenzione della moneta deperibile. Di fatto nessuno si recò in banca ad effettuare il “cambio”.

Tutti gli impiegati del Comune – sindaco compreso – iniziarono dal luglio 1932 a ricevere metà dello stipendio nel nuovo conio. Comune che, da parte sua, avrebbe accettato i certificati per il pagamento delle imposte. Gli operai che lavoravano per il locale “Comitato di soccorso disoccupati” (impiegati in piccole opere pubbliche) ricevevano invece integralmente il loro salario nel denaro comunale.
A tutta prima, i bottegai locali si rifiutarono di accettare quello strano surrogato di moneta, che per di più perdeva ogni anno il 12% del valore. Ma il sindaco abilmente ruppe il fronte dei commercianti, convincendone alcuni ad accettare la nuova moneta, promettendo agevolazioni a chi lo faceva. Con il risultato che alla fine anche i più riluttanti saltarono sul treno: del resto, da perdere non era rimasto niente, quello era praticamente il solo denaro in circolazione. E ben presto tutti lo accettarono senza esitare, per il solo fatto che chiunque altro lo accettava (con le due sole eccezioni dell’ufficio postale e della stazione ferroviaria, istituzioni dello Stato).

Non si era obbligati a spendere, chi non voleva farlo poteva mantenere il valore dei suoi certificati depositandoli in banca, allo 0% di interesse, risparmiando la tassa di magazzinaggio, il cui pagamento spettava al detentore – quindi alla banca – che non vedeva l’ora di sbarazzarsene per non dover pagare il bollo. E se ne sbarazzava o prestando a chi voleva investire o pagando salari e servizi.
In principio alcuni ridevano, altri gridavano alla frode o sospettavano contraffazione. Ma i prezzi non aumentavano, la prosperità cresceva e le tasse venivano pagate prontamente e immediatamente reinvestite in lavori e servizi pubblici. I ghigni si trasformarono ben presto in espressioni di stupore e i lazzi in voglia di imitazione.

La diagnosi del borgomastro si rivelò esatta: l’accresciuta velocità di circolazione del denaro rimise in moto l’economia. Scambiandosi circa 500 volte in 14 mesi, contro le 6-8 volte della moneta ufficiale, gli scellini speciali mossero beni e servizi per oltre due milioni e mezzo.
La gente si affrettava a spendere quei soldi a scadenza, e riprese a comprare; ci fu addirittura chi pagò in anticipo le tasse, per non dovere comprare i bolli dell’1% necessari a tenere in valore la moneta.

Era dal 1926 che il municipio non vedeva tanti introiti. Le tasse arretrate e non pagate fino all’introduzione della moneta di ghiaccio (che si squagliava se non si applicava il bollo) ammontavano a 118 mila scellini; nel primo mese della nuova emissione, già 4.542 scellini fecero ritorno nelle casse del Comune, che subito iniziò a far fronte ai suoi creditori, riuscendo ben presto a dare il via ad un piano di opere pubbliche impiegando parte dei 1.500 disoccupati della cittadina. Furono asfaltate strade per un totale di 6 chilometri, costruito un ponte sul fiume Inn, rinnovate le fognature e le installazioni elettriche, piantati nuovi alberi nelle foreste, addirittura si iniziarono i lavori per la costruzione di un trampolino da sci per i turisti. Le opere pubbliche attivate dalla moneta deperibile ammontarono al triplo dell’emissione, 100 mila scellini. Persino la banca del paese (filiale locale della Reifeisen Bank) ne ebbe vantaggio. Qui, per tutto l’anno precedente l’introduzione della banconota deperibile, i prelievi avevano superato i depositi. Ma già nell’agosto 1932, dopo un solo mese di vita della nuova banconota, i depositi tornarono a crescere, superando i prelievi di 6.591 scellini.

Il microscopico esperimento di “moneta del popolo”, insomma, funzionò. Funzionò fin troppo bene, al punto da suscitare l’attenzione della pubblica opinione. I giornalisti accorsero in massa a visitare quella piccola cittadina tirolese che – unica oasi nel deserto della depressione – sembrava prosperare. Wörgl divenne centro di pellegrinaggio di macroeconomisti europei ed americani. Tutti volevano vedere il prodigio della prosperità locale che sfidava la miseria e la disoccupazione globali.
L’idea prese a diffondersi: la vicina Kitzbühel prima iniziò ad accettare in pagamento quelli di Wörgl, poi emise 3.000 scellini di suoi certificati per imitare il miracolo economico di Unterguggenberger. Agli inizi del 1933 l’esperimento era lì lì per coinvolgere circa 300.000 cittadini della provincia.

Il sindaco, raggiante, raccontò ai giornali che il 12% annuo estratto dalla bollatura delle banconote era stato reinvestito e speso per il bene dei suoi concittadini. Aggiunse che, dato il ritmo vertiginoso della circolazione, ogni mese il Comune vedeva ritornare nelle sue casse “venti volte” l’ammontare dei primi stipendi pagati con le banconote deperibili, ossia il 2000%. Mai rivelazione fu più incauta. Forse senza saperlo, Unterguggenberger stava rivelando due segreti vietati, ancora oggi relegati nell’oblio: l’enorme profitto che il sistema bancario estrae dalla circolazione, e quello immenso e occulto che l’emissione monetaria regala a chi batte moneta.

Fino a quel momento, il governo austriaco non aveva mostrato ostilità verso l’esperimento di Wörgl. Ne era a conoscenza fin dall’agosto 1932, quando il dott. Rintelen – alto funzionario – aveva eseguito un’ispezione presso il Comune, trovandolo gestito “certo insolitamente” ma potendo affermare che “il suo bilancio risulta regolare”. Non c’erano ragioni valide per opporsi all’esperimento.
Unterguggenberger si era astenuto dal chiamare i suoi certificati “moneta” dato che sapeva che a farlo sarebbe incorso nelle ire della Banca Nazionale d’Austria – la banca privata che emetteva lo scellino, la moneta nazionale. Ma questa accortenza non bastò: i banchieri pretesero ed ottennero l’abolizione di quel fastidioso concorrente, quell’innocente rivelatore della frode fondamentale.

“Benché l’emissione di certificati di lavoro sembri avallata al 100% da una quantità equivalente di moneta ufficiale austriaca, le autorità sovrintendenti, cominciando dall’area amministrativa di Kufstein fino all’ufficio governativo del Tirolo, non devono permettersi di sentirsi soddisfatte. La cittadina di Wörgl ha ecceduto i suoi poteri, dato che il diritto di batter moneta in Austria è privilegio esclusivo della Banca Nazionale, come per art. 122 del suo statuto. Wörgl ha violato quella legge”.

La proibizione sarebbe entrata in forza il 15 settembre 1933, ma Wörgl fece ricorso alla Corte Suprema, riuscendo soltanto a guadagnare altri due mesi. Il 15 novembre, la Corte – rapidamente, forse troppo – depositò la sua sentenza, rigettando l’appello e decretando la fine della moneta del popolo.

Tornarono la disoccupazione, la miseria e la fame.

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