Lettera a un giovane Interista (Relatore: Nick Hornby)

L’unico senso che ancora oggi il “Giuoco del Calcio” ha, è in questa foto:


“Potete vincere altrimenti a scuola mi prendono in giro! Grazie, Filippo”
, con caratteri a colori alternati per riprodurre i colori dell’Inter. Sono caduto dalla sedia, alla vista di questa foto, della bellezza del messaggio che comunica, della semplicità disarmante del sentimento che esprime, limpido e puro.
Povero Filippo, hai scelto la via del masochismo. Spero ti vada meglio che a me. O forse no. Però voglio parlarti di cosa è stata ed è per me, oggi, l’Inter, dopo ormai quasi vent’anni di tifo per il biscione.

“Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé”

Così Nick Hornby nel suo leggendario “Febbre a 90°”, il libro più bello sullo sport visto dalla parte dei tifosi che abbia mai letto, e per me il vero capolavoro letterario dell’autore di “Alta Fedeltà”, grande tifoso dell’Arsenal. Per iniziare, confermo ogni parola.
Vengo da una famiglia di toscanacci purosangue, che hanno tanti peccati, ma il dono della chiarezza nel legger il mondo e le persone. Beh, il babbo mi dette ampia libertà di scelta, potevo scegliere la mia squadra del cuore, esclusa una, il Milan, che era stato appena comprato da Berlusconi, che a casa mia, in anticipo di anni sul resto d’Italia, è sempre stato ritenuto un appestato. Per lui, non esisteva la possibilità di trovarsi in casa un moccioso che esultava, saltava, rideva, insieme a quel cancro d’essere umano.
Dopo anni lo capisco e condivido appieno, anzi, pubblicamente lo ringrazio, ma i primi passi nel mondo del calcio furono per me durissimi. Il Milan vinceva tutto ed aveva i calciatori più bravi della piazza, ed io non potevo fare il tifo per loro come tutti i miei amici. Ero condannato ad esser  il diverso. A ciò si aggiunse una ulteriore violenza psicologica: ricordo chiaramente che una sera mi fu imposto di tifare contro. Era un Fiorentina – Milan, infrasettimanale, credo intorno al 1992 e finì con una imbarazzante 7 a 3 per il Milan. Il mio istinto compassionevole mostrà una lieve simpatia per quella Fiorentina dalla curiosa maglia viola che avevo visto soccombere così pesantemente, ma ancora, perentorio, il babbo mi ammonì: “Cecchi Gori è un imbecille”. Ancora una volta, aveva ragione. Ma su sedici squadre, per me ne restavano quattordici e il tempo stringeva.
Seguirono anni in cui le mie simpatie si concentrarono su Inter, Lazio e Parma, per i colori e le bellissime divise da gioco, ma poi successe qualcosa. Quel qualcosa fu lo scambio Delvecchio – Branca tra Inter e Roma il cui annuncio nell’ora del TG ancora mi ricordo, perchè Branca stava segnando a valanga e avrebbe continuato a farlo nell’Inter, era la stagione 1995/1996, anno in cui mi accorsi della inequivocabile superiorità del fascino elegante di quelle bande nere ed azzurre, di quella squadra che sembrava caduta in malora, annaspando, e verso cui il babbo non mostrò alcuna riluttanza. Era l’Inter di Paul Ince, con la cui maglietta in dono mia mamma sigillò le mie sensazioni: ero diventato a tutti gli effetti un tifoso dell’Inter.


Seguirono anni intensi e sfortunati: non ce ne andava bene una, piangevo continuamente per quella squadra che non riusciva mai a saziare le ambizioni del mio cuore. Poi la prima gioia, non strettamente sportiva: l’acquisto di Ronaldo dal Barcellona per una cifra folle e dopo una trattativa estenuante. Col babbo facemmo una scommessa: se l’Inter ce l’avesse fatta ad acquistare quello che era inequivobilmente il miglior giocatore del mondo, mi avrebbe rapato a zero in suo onore. Mi rapai a zero per anni, ero inguardabile ma pur sempre felice.
La stagione 1997/1998 è una stagione leggendaria per ogni tifoso dell’Inter. Una squadra di brocchi incredibili (Fresi, Colonnese, Milanese), cigni dell’ultima ora (Moriero!), giocatori bravi, fedeli e di cuore (Bergomi, Zanetti, Simeone, Zamorano) e campioni come Djorkaeff e soprattutto Ronaldo. Ne successero di tutti i colori, ma ci fu il mio primo trofeo: la Coppa Uefa. E ci furono tante nuove amicizie strettamente legate al calcio, e che conservo tutt’ora: alcuni sono tra i miei migliori amici.
Seguirono anni dolorosissimi e squallidi, d’un calcio già malato e di un’Inter che era diventata una malattia della Domenica. Il mio umore era ormai in mano ai suoi destini. Fu un umore, infatti, ed è tutt’oggi, oscillante come pochi. Giorni come quello del nuovo e più terribile infortunio di Ronalo o come il 5 Maggio, con il suo mix inesatto di rabbia calcistica e grida a furti arbitrali oggi accertati, fanno ancora male e costarono ettolitri di lacrime (quel figlio di puttana di Gresko…Scusami, Filippo).
Avvennero Calciopoli e tutte quelle brutte storie che io sapevo esser vere anche senza un processo. Il calcio guarì, almeno parzialmente, da chi l’aveva ammalato.
L’Inter da anni stava andando meglio, con un buon progetto e buoni risultati, che però non portavano mai a niente: era il ritratto di me stesso all’inizio del Liceo. Poi dopo Calciopoli (quando le diventò possibile vincere un campionato) ha cominciato a vincere  e a me è cominciato a fregarmene sempre meno: cosa me ne facevo di una squadra che non solo vinceva, ma dominava?
Non eravamo più la stessa cosa, io ero un ometto, un incrocio tra un adolescente e un adulto, e lei una squadra che veniva da quasi 20 anni di inettutudine, sconfitte brucianti e grandi sogni che ogni anno si riaccendevano già dimentichi delle batoste appena ricevute e che di colpo si era trasformata, e non mi aveva aspettato. Io le ero stato fedele per anni, e questi trionfi suonarono come un tradimento. Non ero pronto a trionfare anch’io, nella vita, e soprattutto, perchè voler addirittura dominare? Questa presunzione non l’ho mai capita, ed Ibrahimovic è e resta il giocatore che meno rappresenta l’interismo e più ha accompagnato la prima fase di quell’era trionfante. Anche nei simboli, qualcosa non andava: cosa c’entra Vieira con l’Inter?
Eravamo pari, l’apprendistato alla vita, così come alla vittoria, lo avevamo fatto insieme, errore per errore. Amandoci. Quella, era la mia Inter, e non altre.

“Quell’Arsenal, pieno di cricche, di gente superpagata e di stelle ormai tramontate, non avrebbe mai giocato tanto male da retrocedere, ma neppure tanto bene da vincere qualcosa, la stasi ti faceva venir voglia di urlare per la frustazione”

E di amore, aggiungo io. Questa era l’Inter, l’Inter pazza e inconcludente che come il fratello più sbalestrato e inaffidabile d’una famiglia, pur non dando mai trofei o raggiungendo traguardi, è quello più capace di spostare l’umore, e dunque, l’amore, su se stesso, ben più dei fratelli e sorelle bravi e sempre lineari, nella vittoria come nella sconfitta. Noi no, noi non ci limitavamo a perdere: era un fallimento totale. E noi non ci siamo limitati a vincere: abbiamdo dominato, quando è stato il momento.

Oggi sono diverso. Non guardo più le partite, il calcio è sempre più sporco, pieno di soldi e e strane storie, e la sensazione che ho è di perdere delle fibre nervose in qualcosa di truccato o troppo esatto per esser ancora capace di eccitarmi. Poi, dopo il ciclone Mourinho…Mourinho è un’amante, una storia, di quelle dopo cui non puoi più andare avanti. E’ finita benissimo, ma ancora non riesco ad accettare che un uomo così connaturato all’interismo ci possa aver lasciato così, dopo uno dei più bei miracoli sportivi di sempre, la Champions League vinta buttando fuori il Barcellona di Messi & co., sino a quel momento imbattibile nel gioco come nell’immaginario collettivo.
Domani non so cosa accadrà, se mercoledì guarderò la partita oppure no. Forse tra 10 anni sarò di nuovo un tifoso accanito, forse è semplicemente passata una fase della mia vita legata a doppio filo con l’Inter, con il calcio che influenzava la mia vita.
So poche cose, dunque, se non del mio amore passato per l’Inter, di cui ancora sento zampillare nel cuore il seme antico, che non se ne è andato, ma si è messo in disparte, e se sono partito con una citazione di Nick Hornby è perchè in realtà è con lui che volevo terminare. Si Filippo, perchè se dovessi spiegarti cos’era per me l’Inter, cos’era alla tua età il calcio, vorrei farti leggere queste parole, che so potrai già comprendere.

“Feci un’eccezione per le partite di Coppa d’Inghilterra: in queste volevo che l’Arsenal vincesse nonostante la mia assenza, ma ci eliminò il West Brom per 1-0. Ero stato mandato a letto prima che si conoscesse il risultato – la partita fu un mercoledì sera – e mia madre scrisse il punteggio su un foglietto di carta che attaccò sulla mia libreria, perché io la vedessi la mattina dopo. Lo fissai a lungo e con insistenza: mi sentivo tradito da quello che aveva scritto. Se mi amava, allora avrebbe potuto sicuramente tirare fuori un risultato migliore. L’esito dell’incontro mi fece soffrire, ma quello che più mi ferì fu il punto esclamativo che lei ci aveva piazzato alla fine, come se fosse stato… bè, un punto esclamativo. Sembrava tanto inopportuno quanto lo sarebbe stato per enfatizzare la morte di un parente: “La nonna si è spenta serenamente nel sonno!””

Ecco cos’è il calcio per te oggi e cos’è stata l’Inter per me fino a pochi anni fa.
Un giorno poi qualcosa finisce, oppure l’amore per il calcio cala, ma quando ci sei dentro, ti sembra impossibile uscirne davvero. E forse, è esattamente così. Lo saprò solo quando capitan Zanetti appenderà le scarpette al chiodo. Con lui ho iniziato la mia prima stagione da nerazzurro, con lui forse chiuderò la mia parentesi da tifoso, non so cosa mi dirà il cuore, non so se i ricordi saranno ancora capaci di comunicare la linfa d’un tempo. Di sicuro, quei colori fanno parte della mia vita e l’hanno influenzata per sempre, il loro solco è profondo, ed oggi ancora caldo, riconoscibile.

Buona Inter, Filippo. Spero ti faccia piangere e diventare matto come ha fatto con me, e fatti forza, tieni duro con i tuoi amici. Puoi sempre ribattere così: “I vincitori non sanno cosa si perdono” (Gesualdo Bufalino, che doveva avere sangue interista). Non capiranno, e forse tu stesso ci metterai un po’, ma non preoccuparti. Nel frattempo, ti divertirai.

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2 risposte a Lettera a un giovane Interista (Relatore: Nick Hornby)

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