Midnight in Paris (Woody Allen, 2011)

Avvertenza: Nessuno qui sciverà la trama o chi come e quando il film è stato girato. Lo sappiamo già abbastanza dal bombardamento mediatico e questo blog nasce per parlare di espressioni, esperienze, opinioni, minori. Di questo film sento dire tante cose, ma non quelle che io sento, e se per gli altri film qui presenti sono stati scritti inviti alla visione, o veri e propri atti d’amore, con l’ultimo film di Woody Allen vorrei aprire una nuova discussione tra persone che già conoscono la pellicola.
Per iniziare, “Midnight in Paris” è un film di quelli che possono esser stati scritti solo in un quartiere per bene, in  una villa in collina con vista sulla città o in un hotel a 5 stelle, su una poltrona da non meno di 10mila euro. Un film in cui ogni occidentale può iniziare a cantare il declino della propria civiltà con gli ultimi spiccioli di ricchezza materiale.

Piace a tutti o quasi non perchè sia un film eccezionale, anzi, è davvero trascurabile, ma perchè è il primo film dove si canta con toni melliflui l’anniversario della morte dell’Occidente, come se questo fosse già morto (è al reparto terapia con prognosi segnata, più che riservata). Ecco, con questo film si è lucidata  la lapide dell’Occidente nel cimitero delle civiltà della Storia che attende solo che il corpo senza più vita vi venga depositato. Ecco perchè chi lo guarda, lo fa con un senso di tenera e moderata commozione, è come se prendesse un fazzoletto bianco, ci soffiasse forte e piangendo lievemente gridasse commosso “Adieu! Adieu!” ad un funerale ancora senza bara. E chi lo guarda senza che queste sensazioni arrivino a soglia di coscienza lo immagino intellettualmente grasso, d’un un grasso senza fibre vitali, lo vedo uscire dal cinema e guardare il luogo dove vive come se sfogliasse un album di vecchie fotografie, abbandonandosi sul proprio letto, dopo esser rientrato a casa guidando lentamente, malinconicamente, la propria automibile, in preda a sogni d’un passato dimenticato., senz’altro trascorso e irrecuperabile.

Non poteva esser fatta scelta migliore sull’ambientazione: la superbia parigina per la  presunzione di verità etnocentrica tipica del mondo occidentale. Si canta la morte d’una civiltà laddove essa è nata.
La narrazione invece è al massimo discreta, con la buona polarizzazione degli opposti mondi della contemporaneità, squallida in tutto se non nell’apparenza straordinaria di Rachel McAdams, qui Inez, la futura sposa del protagonista (con alcune imbarazzanti intere sequenza dedicate al suo pur splendido lato b) e dei ristoranti chic, e degli anni ’20, falso tema d’amore del film, che è solo ed unicamente Parigi, in cui però i Dalì, gli Hemingway, i Picasso, ed altri  grandi personaggi del ‘900 incontrati sono ridotti a delle macchiette stereotipate di loro stessi (e ciò è per giunta più grave considerando che essi sono tra coloro che possono di diritto esser annoverati tra gli uomini più complessi dell’ultimo secolo) ed a mere staffette di narrazione di quell’unico messaggio esplicito del film, ch’è poi tra le sue molteplici chiavi di lettura, la più banale, nonchè di seconda mano, la mano di Antoine de Saint Exupery, “il quale ne “Il piccolo principe” fa dire al casellante che nessuno è felice per dove si trova”.
Nonostante questa battuta sia utilizzata nel film, l’antimodernismo, o piuttosto un antifuturo, è palpabile pur sottile, e si insinua sotto la pelle come messaggio secondario del messaggio principale, un messaggio d’un film che è una fiaba apparentemente innocua. Basterà? Giammai, ma almeno ha il dono di far apparire l’uomo dei nostri tempi, il goffamente affascinante Owen Wilson, una proiezione sostenibile e non utopica dei sogni della sbiadita middle class occidentale, un equivoco nella storia dell’Europa, un inequivocabile errore dell’evoluzione umana. E se la bella modella di cui si innamora Gil vuole tornare ancora indietro nel tempo, nonostante abbia il fascino per l’uomo che viene dal futuro, qualcosa vorrà pur dire, perchè se il casellante di “Il piccolo principe” ha ragione, a lei sarebbe bastato sposare il futuro, mentre invece torna alla Belle Époque sognata, ed il passato si rifugia in un altro passato.

Quella di Woody Allen è una fiaba, una fiaba che oltre ai doni narrati non ha niente da dare oltre alla propia trama, ed al suo epilogo. Un epilogo tragico, ma in sè e non nei contenuti.
Come ogni fiaba, anche questa fiaba ha un lieto fine. E questo film getta via l’ottima idea iniziale in un lieto fine insopportabile, in cui ci si dimentica tutto ciò che si era imparato durante il racconto: il viver fiabesco. Per dirla con parole semplici, alla fine siamo letteralmente sbattuti fuori dal sogno di Gil. E così, quell’uomo di mezza età, che era al cinema a spararsi l’ultimo Woody Allen, un uomo che c’era nell'”age d’or” del dopoguerra, che avevamo lasciato sognante sul proprio letto, si sveglia la mattina rientrando nei ranghi dell’ordine stabilito, con dello zuccherino in più nella tasca dei ricordi ed in mente una carezza, incapace di urlare la morte di Occidente a tutti perchè incapace di aver dato questo nome al tunnel malinconico-romantico in cui il film immerge, prima di un lieto fine da fucilazione per chi ne è stato l’autore.

Del film in quanto pellicola cinematografica, non basta la raffinatezza per fare un capolavoro, ma questo film, di ciò, non ha neppure la vertigine, assumendo le chiare sembianze di un divertissement dell’autore, e stupisce dunque, come sovente, l’analfabetismo critico di chi, pur con il cervello riccamente irrorato di vasi sanguigni e di film all’altezza di battimani prolungati, come quelli ricevuti da Woody Allen per il film in questione, lo ha ritenuto un capolavoro. Un film da guardare con gli occhi, ma non con la testa, che può farsi un pisolino a meno che non voglia dare un nome a quel sottile malessere di fondo ed approssimarlo a quello della propria cultura d’origine.
Restano le musiche ed un’unica scena davvero memorabile, quel promettente inizio, che  sarebbe bastato a dichiare con la sua sincera e appassionata chiarezza espressiva l’innamoramento da cui è scaturito questo film, con tutto ciò che prende, porta e spedisce allo spettatore, abituato a ricevere di tutto tranne questi messaggi sottili, che temo  però essere  involontarie chiavi di lettura ex novo, ad insaputa dell’autore stesso, ch’è poi un alfiere di questa nostra contemporaneità con bandiera d’Occidente issata, anche se ancora per poco.

Et Vive Paris et Adieu l’Occident!

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3 risposte a Midnight in Paris (Woody Allen, 2011)

  1. Filomena Amato scrive:

    Strordinario. Illuminante. Condivisione assoluta. Hai un contatto facebook?

  2. Boing. scrive:

    Avevo detto di star zitto senza aver letto l’articolo.
    Ora te lo dico avendolo letto.
    Caro Luca, non siamo d’accordo.
    Prima di tutto i personaggi complessi qui stereotipati: io direi abbozzati.
    La caratteristica dell’abbozzo, come tu ben sai, è di tracciare in poco tempo le linee peculiari e riconoscibili di qualcosa.
    In più non ho trovato per nulla quest’adieu dell’Occidente che tu denunci decantato.
    Certo, è un film classiste e occidentalista(come tanti film di Allen checchè se ne pensi. Tutti dicono I Love You è quello su tutti.)
    Allen abbozza, o come preferisci te stereotipa perché è un maniaco assolutizzante.
    Cristallizzando tutte le categorie della realtà(Paris, ville d’amour ville de mode, scribacchino di Hollywood che sogna di fare lo scrittore, famiglia americana che non capisce i modi charmants del fare parigino/europeo e per negativo fa risaltare la capacità di comprensione e sensibilità del protagonista, la promessa sposa senza amore).
    Le cristallizza perché così è molto facile far spiccare i tratti più estrosi, caratterizzanti di chi vuole lui.
    Non l’hai detto, ma son d’accordo se implicitamente sei deluso dal confronto con vero Allen, ma dobbiamo accontentarci e cercare di capire questo.
    Altro livello, ma pur sempre Allen.
    Che non ti salti in mente di additarmi di cieca idolatria perché non è così.
    Pecchi due volte di provincialismo snob.
    Passami il monocolo.

  3. carusopascoski scrive:

    “Cristallizza tutte le categorie della realtà perché così è molto facile far spiccare i tratti più estrosi, caratterizzanti di chi vuole lui”

    Grazie per aver sottolineato cosa non sopporto di questo film. La realtà non esiste, esiste solo il beato sogno all’indietro di un regista attempato e con le tasche piene di quattrini che guarda il mondo da una suite d’albergo a 5 stelle.
    A me dei riduzionismi non mi importa niente, m’interessa la complessità e mi sembra che il film ne abbia, e nella chiave di lettura che ho sottolineato sopra. Se voglio ridere non è un buon film, se voglio sognare non è un buon film, è un buon film solo se voglio dell’intrattenimento, ed allora questo è intrattenimento sontuoso, ma da Woody Allen mi aspetto di più, e se esser sinceri è esser provinciali e snob, tu, per la cieca idolatria che neghi senza che tu ne venga prima additata e che dunque affermi a tua insaputa, sei una minuscola fan della puzzona grandeur francese sulla quale spero si abbattano come un boomerang le testate nucleari sganciate in Polinesia da questo paese che i suoi più veri figli li ha sempre fatti scappare (Rimbaud, e può bastare).

    Parigi non è quella Parigi, quella è la Parigi di un turista, e di lusso. Di lustrare le cartoline con l’immagine della Torre Eiffel insieme a Woody Allen, a me non importa niente. Il film che hai visto te, è questo, e questo film è un film trascurabilissimo.
    Il film che ho visto io è un altro, ed è assai migliore.
    E’ questo, che ti sfugge.

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