Identità Provvisorie

Un dialogo naturale con Mauro Orlando su “la solitudine” di Giovanni Papini e dell’essere umano – in seguito alla mia pubblicazione su Comunità Provvisorie dell’estratto di “Un uomo finito”, libro del 1913 che a distanza di un secolo è ancora in grado di creare dibattiti appassionati – e sul “peso del mondo, che è un peso d’amore” che chi dedica se stesso alla “vita della mente” trascina come Sisifo sulla cima del monte, ma non nell’atto di eseguire una condanna, quanto nel donore se stessi agli altri, amandoli per ciò che essi sono, e non come fossero me stesso come la Bibbia vorrebbe insegnarci

Sono davvero lieto che lo scritto di Papini abbia suscitato un commento come quello di Mauro Orlando, così corposo e intenso, e su cui adesso mi piacerebbe dire qualcos’altro, rispondere altrettanto provvisoriamente alla già provvisoria, come da titolo, e prima risposta di questo possibile dialogo sull’identità, oltre che le comunità, provvisoria, attraverso la “solitudine” di Giovanni Papini e dell’essere umano.

“L’intendere l’identità come sostanza significa legare l’identità a una sorta di a priori trascendentale, mentre l’identità che corrisponde a una “storia di vita” è, letteralmente, ciò che ci si lascia dietro”

Sono sostanzialmente, parola che uso non a caso, d’accordo su questo fulcro tematico. Sostanzialmente come concettualmente, come a dire: a priori da ciò che sono, sono d’accordo.
Per quella poi che è la mia storia, pur ancora breve, di vita, dissento parzialmente, non per una risposta solo parzialmente convincente, ma per il tentativo di oggettivizzazione che ne traspare, o che almeno mi pare di cogliere. Parlare di identità in termini oggettivi non è per me possibile, e anche se la tesi che ho letto mi affascina in modo sincero, non posso che confutarla.

Io, ad esempio, perchè si può esser esperti al massimo di se stessi, non  so dove inizio io e dove inizia l’altro. Questo, per iniziare, è il peggior presupposto per oggettivizzare una teoria sull’identità. Altri da me, grandissimi, peraltro, hanno provato a rispondere a quest’interrogativo millenario. Forse, per dirla con le parole di Rimbaud, “Io è un altro” e una dose di narcisismo è una spezia che da profumo alla vita, parafrasando Kohut, perchè come si può amare gli altri senza amare pur in modo limitato se stessi? Concluderei questo piccolo ciclo di citazioni che ci aiutano ad indagare la tematica in esame con Plotino, che diceva saggiamente ed ironicamente che “la vita non è qualcosa di personale”, per affermare il dubbio e la complessità come principi insondabili, le cui domande possono condurre a una sola risposta: la meraviglia di sentirsi immersi in qualcosa di immenso, e per questo la necessità di ritrovarsi in un piccolo contesto, in una comunità, in una relazione, di cui qua tanto viene scritto per testimoniarne l’urgenza, o comunque, a prescindere dal luogo esatto, un luogo generico, talvolta solo immaginabile, dove ognuno possa raccontare storie senza l’illusione di raccontare altro da se stesso. Quel se stesso da amare, ma non per amare il prossimo tuo come fosse me stesso. Quel prossimo da amare, amandolo per ciò che egli è, perchè una relazione, una comunità di relazioni, è anche una storia di conflitti, di scontro, di dialettiche opposte che mentre si fanno la guerra hanno a cuore quel qualcosa che sopravvive ad esse, alzando barricate per non farsi troppo male e salvare una storia dove il conflitto e la solitudine sono accettati come l’oceano accetta il vento, ed anzi, ne costituiscono la componente più tipica dal risultato del loro incontro: le onde.

Si dice, la solitudine, ma la vera solitudine, nonchè l’unica, è la solitudine dell’uomo moderno che non può permettersi di sentirsi solo,  circondato da altri per finire nel non sentire neppure se stesso, in quel vuoto pieno che permea il tempo presente, che evoca quella parola qui contestata, quel “narcisismo” di oggi che mostra meccanicamente presunte grandezze rivelandone la miseria per sfogare una fragilità che ci si ostina a nascondere a se stessi, mal supportati da legami precari con gli altri significativi, ma soprattutto significanti. Un altro “narcisismo”, che io chiamerei con passione, studio, discorso, e non amore, per e su se stessi, è quello che mostra la propria presunta miseria nel Tutto che ci sovrasta rivelando la grandezza implicita d’un Sisifo che non è condannato a portare il masso sulla cima del monte, ma che dona il masso allo stesso, un Sisifo che effonde consonanze di senso nella tensione al bello di cui vibra, con echi di abbracci ad una domanda che sfugge e che trova risposta solo nella terra e nella spiritualità.

Eccolo, Giovanni Papini, terra e spirito, in un uomo che ha dedicato se stesso, non senza coraggio, alla “vita della mente”, come ha scritto Coetzee, e che col primo narcisismo, quello dell’oggi, non c’entra davvero niente. Una solitudine creativa e coraggiosa, umile e testarda, che oggi, cent’anni dopo l’esser stata scritta, permette ad un ragazzo come me di conoscere un fratello insospettabile, nato con un secolo d’anticipo, su me stesso e sul tempo, tanto da destare l’impressione di vivere in “un mondo dopo il mondo”, e, citando Emidio Clementi, con il peso del mondo sulle sue spalle, quel “peso del mondo che è un peso d’amore”.

- Opera di Sam3, 2009, Campofelice di Roccella (Pa), visibile al seguente link: http://imageshack.us/photo/my-images/406/43sisifo.jpg/

* Articolo pubblicato su “Comunità Provvisorie”, il blog della Paesologia – http://comunitaprovvisorie.wordpress.com/2012/01/29/identita-provvisorie/

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