La Guerra del Rating

Siamo in guerra. Se fino ad oggi potevamo definirci in uno stato approssimabile alla “Strana Guerra” che precedette la II Guerra Mondiale (il periodo di preparazione pre-bellica che seguì l’invasione alla Polonia , in cui si possono ravvisare gli elementi  di conflitto a venire ma nessuna significativa operazione), oggi, la provocazione di Standard & Poor’s scopre  definitivamente le carte a chi gioca la partita della crisi dall’altra parte dell’Atlantico.
“Ma allora era tutto inutile? Le pensioni, le tasse sulla benzina, il ritorno dell’Ici, i tagli, le cinque manovre in un anno”, si chiede Stefano Feltri sul Fatto Quotidiano. Si, è la risposta di S&P, che ci considera a parità di rating di Perù e Kazakistan.

“Chi avesse ancora dubbi che ormai è in corso una guerra mondiale combattuta con armi economiche, rifletta su questi fatti di non molte ore fa e si toglierà qualsiasi dubbio. Come non possono esserci più dubbi che la guerra sia contro i Paesi della zona euro”. Così scrive il direttore di MilanoFinanza, non proprio un covo di leninisti e complottisti.
“Non se ne esce. O, forse, se ne esce con una grossa guerra, in cui un’Europa in ginocchio sarà trascinata per i capelli. Ecco, guardate la Luna. Probabilmente ci vedrete, rispecchiate in trasparenza, Damasco e Teheran”, scrive uno storico dietrologo come Giulietto Chiesa sul Fatto Quotidiano.
Le diverse versioni dei numerosi osservatori italiani sulla crisi iniziano dunque incredibilmente a convergere nel momento di massima debolezza dell’Italia, debolezza materiale per il declassamento e per l’immobilismo dell’Eurozona, ma soprattutto debolezza psicologica per l’aver affrontato, pur con misure non discutibili, ma aberranti, la deriva del debito pubblico ed esser di nuovo a capo, in una nuova situazione di estrema difficoltà economica e con i cittadini snervati e non disponibili ad accettare una nuova manovra lacrime e sangue a distanza irrisoria dalla precedente.

Ma oggi la borsa europeee tengono, e non crollano come nel passato. Perchè?
Le risposte sono molteplici, tre tra esse sono piuttosto semplici da ravvisare:
1) La tendenza al declassamento delle agenzie di rating è ormai ampiamente prevedibile, non più capace di assestare colpi improvvisi alle spalle dell’Unione Europea. Ormai se ne riconoscono i passi e se ne prevedono le mosse, riuscendo ad assorbire parzialmente perdite sino a pochi mesi fa drammatiche. Per questo, stanno perdendo notevole credibilità insieme alla memoria non sempre cortissima delle borse, con i casi Subprime, Parmalat, ecc, “errori” che non si dimenticano.
2) Perchè le loro valutazioni non sono indicatori economici significativi, come dimostrato da “una ricerca di tre economisti dell’Università di San Gallo (Manfred Gärtner, Björn Griesbach Florian Jung) che hanno scoperto per esempio che l’improvviso downgrade dell’Irlanda è avvenuto sull’onda del panico, non di valutazioni razionali: stando ai metodi di analisi applicati in precedenza da S & P, nel 2010 Dublino avrebbe dovuto avere AA e non BBB +”, come riportato da Feltri sempre sul Fatto Quotidiano.
3) E’ ormai evidente, dal tempismo e la scelta degli anelli deboli da colpire, come Standars & Poor’s sia la prima linea d’una guerra di trincea finanziaria destinata ad irrigidirsi sulle rispettive posizioni se l’Eurozona riuscirà in futuro a predisporre una linea difensiva adeguata, ed ora ostaggio delle ambizioni e dell’ottusità politica della Germania, il miglior alleato involontario della attuale instabilità. Se questo non avverrà, ribadendo le parole di Chiesa, “non se ne esce. O, forse, se ne esce con una grossa guerra, in cui un’Europa in ginocchio sarà trascinata per i capelli”.

Se nella II guerra mondiale era impossibile pensare di poter fare operazioni belliche significative con spie infiltrate tra le proprie linee, oggi è ancora più difficile pensare di poter reagire con efficacia all’offensiva finale che verrà dall’Atlantico con un governo, un Presidente della Repubblica, e le maggiori istituzioni pubbliche e private dichiaratamente e concretamente filo Atlantiche.
La crisi del 1929, con i suoi sviluppi drammatici, ebbe termine solo con una nuova corsa agli armamenti e con la più grande guerra della storia dell’umanità. Il blocco occidentale da anni prepara, a livello politico (con l’isolamento coatto), culturale (il caso Sakineh) ed economico (le sanzioni), una guerra all’Iran, facilitata oggi dall’instabilità (manovrata?) dei vicini a Damasco e al Cairo, e della sempiterna questione palestinese mai come oggi vicina a una sua possibile risoluzione. Il Medio Oriente è, nei fatti, una bomba ad orologeria che tutti attendono il momento giusto di toccare per disinnescare, o innescare, a proprio favore. Il Medio Oriente sarebbe il futuro teatro di guerra nonchè il luogo simbolico d’uno scontro si fittizio, ma decennale.
La Nato, in ogni caso, non esiterebbe a trascinare in guerra un’Europa indebolita e privata di ogni potere di veto.

Di fronte alla minaccia di tali stravolgimenti dell’equilibrio mondiale resta una constatazione, indubbiamente primaria. Un’Unione Europea incapace di ridefinire l’ambito delle agenzie di rating (nate per riflettere la probabilità che un debitore fallisca, stop), incapace di creare una propria agenzia di rating (sull’esempio della Cina, pur con tutti i problemi di credibilità che si porrebbero) o di vietare giudizi di affidabilità sul debito pubblico e sulle economie di milioni e milioni di persone, è un’Unione votata al proprio disfacimento, alla catastrofe economica e all’inabissamento nel grande corso della Storia dell’Umanità d’un progetto troppo ambizioso se dominata da provincialismi biechi che non sanno guardare oltre al proprio naso.
Come settanta anni fa, la Germania veste i panni del mietitore degli equilibri, pur disomogenei, dell’Europa. Un gigante d’argilla, poichè ultima tessera del domino europeo. Un mietitore miope.

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