Arab Strap – Philophobia

Ogni volta che ascolto “Philophobia” penso a quel racconto di Raymond Carver. Quel racconto in cui lui e lei si sono lasciati. “Attento”, si chiama.
Lui è Lloyd, lei è Inez. Inez un giorno va a trovare Lloyd. Lloyd, quel giorno si sveglia e sa che questa è una occasione importante, anche se da soli si sta bene. Gli si è tappato l’orecchio, non ci sente un cazzo, gli sembra di impazzire dal fastidio. Lei arriva. Non si dicono praticamente niente. Lui le confessa il mal d’orecchi.
Il racconto è incentrato sui tentativi di Inez di stappare l’orecchio a Lloyd. Ce la fa e se ne va, poi, chiudendo la porta dietro di sè. Ha un appuntamento importante, dice. Lloyd si avvicina alla porta, la sente parlare con la vicina. Le lascia il numero, non si sa mai, se succedesse qualcosa adesso sarà avvertita immediatamente. Lui va a vestirsi. Poi fa retromarcia. Si rimette il pigiama. Prende lo spumante dal frigorifero. Accende la tv. Regola il volume. Si stende sul divano. Beve alla bottiglia.
“Philophobia”, che altro non significa che “paura d’amare”, è la seconda prova del duo scozzese composto da Malcolm Middleton e Aidan Moffat, chitarrista e voce che all’unisono costruiscono musicanti atmosfere gelide, gelidissime, ma dotate d’una delicatissima poesia di fondo. Parlano dello squallore dei rapporti interpersonali, della paura del futuro, in generale, come da titolo, della paura di amare. Amare se stessi e gli altri.

“Le ho tolto i vestiti ed ho giocato con lei per un po’ e lei ha fatto lo stesso, ma mi ci è voluta un’ eternità per venire. Troppo vecchio e quasi ubriaco… Non c’è niente come il peccato… Ho detto a Laura: – Spero ti conoscerò per sempre e quando me ne andrò, voglio farlo alla maniera dei vichinghi. Sdraiami in una barca con le mie cose più preziose, incendiami e mandami per la mia via. Donami con un calcio al mare”
“The Night Before The Funeral”, traccia 7.

Procedere con ordine è usare violenza ad un disco volutamente disordinato, donato di una confusione emotiva miracolosamente cucita in bozze di racconti folgoranti alla Carver o alla Sherwood Anderson, cantati con la voce scheletrica di Aidan Moffat che sa di troppo whiskey e molte sigarette, sigarette spente nel minimalismo transandato della chitarra di  Malcom Middleton, che “usa gli strumenti come un becchino che pianta i chiodi nella bara”.
In effetti, “Philophobia” è un disco che flirta con la morte in modo inequivocabile, un disco notturno come pochi altri. Christopher Morley diceva dell’approssimarsi di essa: “Se scoprissimo che ci rimangono solo cinque minuti per dire tutto ciò che vorremmo dire, ogni cabina telefonica sarebbe occupata da persone che chiamano altre persone balbettando che li amano”. Questo pensiero è alla base della cruda e cinica autocommiserazione in prosa, dell’atmosfera disperatamente malinconica che permea l’album. Il lo-fi a cui ci si richiama evoca una sensazione di nebbia, un torpore di sensi che ricorda l’inerzia di vivere giorni e muovere gesti nei quali non ci si riconosce.
Oltre alla chitarra e al cantato si sottolinea una batteria evanescente, che talvolta appare a scandire il tempo della narrazione, più che della canzone, rintocchi di pianoforte nivei e fragilissimi, un’uso moderato di altri strumenti, che qua e là compaiono accompagnando la struttura portante dei brani, legata a doppio filo ai menestrelli di questo folk confessionale ed intimissimo.

Le singole tracce perdono molto del loro fascino se non immerse nel contesto dell’album, parlarne, analizzarle, amarle una ad una, non conserva la grandezza di questo album, che risiede nella coerenza interna e che permette di ascoltarlo un’infinita quantità di volte di file, senza neppure accorgersene.
Certo, ci sono però pezzi più o meno esplicitamente di raccordo, e pezzi magistrali, in grado di rappresentare degnamente l’intero mood del disco e dare senso alla propria carriera di musicisti ed esseri umani. Tra tutti, la struggente “(Afternoon) Soaps”, seconda traccia, è un momento  più tradizionale ed in grado di introdurre l’ascoltatore in quello stato di tristezza soporifera che qui si evoca. “New Birds”, con la sua coda strumentale rabbiosa, trascende la compostezza compositiva d’un disco che bilancia con grazia rara umori compositivi diversi, che giungono fino al raffinato pop di “Not Quite A Yes”, con una riuscitissima appendice elettronica.
Se “The Night Before The Funeral” è la canzone che più racchiude tutti gli spigoli di questo disco e ne raccoglie l’essenza narrativa, se c’è un capolavoro è individuabile in “I Would’ve Liked Me A Lot”, che racchiude il senso del disco: quell’incapacità di amare se stessi che si ripete poi con esiti negativi nei rapporti interpersonali, che è a sua volta incapace di non esser attratta dalla vertigine dell’amore che non si riesce ad effondere senza quell’Altro a cui non riusciamo che a donare il peggio di noi stessi, e che vorremo caldo, sincero, pronto a perdonare ed amare le nostre imperfezioni inconfessabili. L’intreccio musicale è sublime, rintocchi incantati di pianoforte mimano il suono di una pioggia che non si può non udire: piove dentro di noi, e il nostro cuore stride come gli archi nella coda.

Torniamo all’inizio adesso, per leggere la conclusione del racconto di Carver, vi ricordate? Lloyd aveva appena deciso di fregarsene di tutto e di tutti e di passare tutto il giorno steso sul divano a bere spumante. Ecco l’ultimo capoverso: “Si alzò, portò il bicchiere al lavello e lo versò nello scarico. Prese la bottiglia dello spumante e se ne tornò in soggiorno. Si rimise comodo sul divano. Bevve tenendo la bottiglia per il collo. Non era sua abitudine attaccarsi alla bottiglia, ma ora non gli pareva ci fosse nulla di straordinario. Decise che anche se si fosse addormentato seduto sul divano nel bel mezzo del pomeriggio, la cosa non sarebbe stata più strana del dover restare steso sulla schiena per diverse ore. Chinò la testa per scrutare fuori dalla finestra. A giudicare dall’angolo dei raggi del sole e dalle ombre che erano entrate nella stanza, a occhio e croce dovevano essere le tre del pomeriggio”.

“Philophobia”, è un album capace di far notte a qualsiasi ora del giorno.

* Articolo pubblicato su “MolaMola” – http://www.molamola.it/index.php/recensong/23-timemachine/556-arab-strap-qphilophobiaq-una-recensione-e-un-racconto-time-machine.html

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