Storia d’un sogno – Badlands & Un mondo perfetto

La visione di “Badlands”, di Terence Malick è un’esperienza completamente spiazzante: non esistono riferimenti per codificarne il messaggio, nè Bene e Male. V’è una sospensione assoluta di giudizio e una “sincerità insolita” di narrazione, avvolta in uno stato semionirico e supportata dalla “Gassenhauer” di Carl Orff, “musica poetica”.

In “Badlands”, “Kit, intepretato da un magistrale Martin Sheen, è un giovane sbandato e un tenero spazzino in violenta buonafede. Si innamora di Holly, majorette quindicenne con una casa dignitosa e un buon padre, che lui, figlio del nulla e dei tempi che corrono, ucciderà, uccidendo così i suoi sogni residui aderenti al Sistema. Inizia una fuga priva di etica ma ricca di emozioni, violente e dolcissime. Vagabondano per l’America diretti in Canada, lasciandosi dietro una scia di sangue con la polizia alle calcagna.

A narrare con delicata onestà il delirio di Kit, da escluso dalla società del denaro, è la voce fuori campo di Holly, che ne descrive la violenza e il senso di solitudine che emana e la intenerisce attraverso la lettura di pagine del suo diario, attraverso inquadrature in cui l’uomo è minuscolo nello spazio immenso, in una natura malickiana ignota, non priva di severità ed in cui l’immaginario fanciullesco di Holly trascende in una epica della leggerezza, della libertà che basta a se stessa.
Malick sembra sempre potersi muovere su un filo narrativo d’immagini intangibile, più che di storie e emozioni. Lo spettatore si aspetta una storia, dei personaggi e una morale finale. Non avrà altro che uno sfondo e delle azioni da spiegare e spiegarsi senza ricorrere a categorie pronte all’uso e senza forzare polarizzazioni etiche.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

“Un mondo perfetto”, di Clint Eastwood, è legato da una “sottile linea” al film di Malick.
La storia non è così lineare, e il motivo di attenzione non è la particolarità estrema del registro narrativo, qui ancora presente ma filtrata dal codice etico della provincia americana, in cui Bene e Male esistono ancora, è solo il Sistema ad averli confusi.

I due detenuti Butch Haynes e Terry Pugh evadono da un carcere del Texas. A causa della stupida e cieca violenza di Terry, Butch sarà costretto a rapire Philip da una casa dove avevano fatto irruzione. Il capo della polizia Red Garnett, a un anno dalle nuove elezioni e a poche settimane dalla visita del presidente Kennedy a Dallas, gli darà la caccia nella sconfinata campagna nord americana, in un road movie tenerissimo che unirà Butch e Philip grazie a una storia comune e a un’intesa fraterna che soverchierà la gerarchia banditesca e la razionalità dei sentimenti, anche grazie alla calda interpretazione d’un Kevin Costner straordinariamente “normale”.

Il film di Eastwood tocca il cuore, anche se ogni volta che “sembra toccare le corde dell’intimismo, ci restituisce il senso collettivo. Ogni senso di giustizia, ogni romanticismo viene annullato, frantumato con quell’amarezza che solo Eastwood sa lasciare.” L’amarezza d’un sogno sfumato per il ristabilirsi dei codici etici condivisi dalla maggioranza e protetti dai cecchini, dalla legge, da un conformismo incapace di carezze, disabituato a giocare con la vita.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

1973 contro 1993, nel mezzo, 20 anni per trasformare la rabbia e le contestazioni nella constatazione immobile di questo grande vuoto che ci accade.
Vent’anni anni tra i due film, dunque, e per ristabilire sul palcoscenico amorale di “Badlands” e della sua ribellione nei confronti dei padri, il sogno originario d’una generazione e farlo risalire a pochi giorni prima dell’assassinio di John Kennedy. Vent’anni per constatare l’assenza dei padri di “Un mondo perfetto” e d’una epoca, che come scrisse il “New York Times” sul film di Eastwood, è”l’eredità degli uomini ai loro figli” e le “frustrazioni e i loro fallimenti nell’educarli”.
E la fuga, prima in Canada, ora in Alaska, come strumento di riscatto, una fuga dalla società e dai suoi valori indiscussi, nella natura e in un tempo dopo il tempo, “in un mondo dopo il mondo”. Una fuga vuota, fatta solo di corsa, alienazione e istinto di sopravvivenza in Malick. Una fuga etica in un tentativo di raddrizzare il mondo moderno alla base, l’espressione di un desiderio puro e primigenio di riconfigurazione del mondo e di un messaggio politico, in Eastwood: “Il suo ideale sarebbe un ritorno di quello sguardo infantile che è parte integrante della cultura della più giovane fra le potenze del mondo occidentale, il riappropriarsi della purezza del territorio e dell’immaginario americano. Quella stessa purezza che l’America pare aver perso definitivamente il 22 novembre 1963 a Dallas. Anche lì un colpo sparato da un cecchino. Anche lì un uomo sognatore e carismatico a terra”.

“Badlands” è un “vuoto” che sciocca per il suo non poter esser colmato con sensazioni e cognizioni canoniche, e che ha ispirato un filone di road movie sinceramente amorali (tra i più celebrati: “Natural Born Killers”, “Thelma & Louise”, “Cuore selvaggio”, “Sugarland Express”), che anzi trasformano la propria peculiarità, l’antiretorica di fondo, in un duro ed efficace atto di denuncia di tutte le buone retoriche della middle class. Kit è un James Dean realmente solo, così dannato da non sentirne il peso, ma solo il cieco istinto.
“Un mondo perfetto” riempie questo vuoto con un appassionato elogio dello spirito anarchico dei bambini, che li porta a schierarsi spesso non per la migliore della cause, ma probabilmente per la più emotivamente dirompente, l’esperienza più vicina al loro cuore sognante ed al loro concreto fantasticare, capace di invertire con la tenerezza il senso d’una vicenda umana destinata ad esser fermata dalla legge, così aliena e non necessaria ai loro occhi.

“Child is the father of the man”
(William Wordsworth, “L’arcobaleno”, 1802)

In un mondo im-perfetto, per l’uomo che combatte i mali della propria era con gli stessi strumenti con cui altri uomini prima l’hanno abbruttita, “l’unico destino possibile è quello della sconfitta”. L’unico riscatto possibile è guardare il mondo con gli occhi d’un bambino, con la loro primordiale anarchia dei sensi, la vertigine costante del cuore e il dono dell’unica giustizia possibile custodito nella propria purezza. Come in Butch, e giocando con se stessi e con il Sistema con la delicatezza d’un fanciullo, come per Kid, che porta alle estreme conseguenze questa antifilosofia alienata con cui risponde alla propria esclusione dalla società del denaro, perchè i bambini sono rivoluzionari generatori di senso, senza perdere la tenerezza e la leggerezza. Leggerezza con cui entrambi i film celebrano i propri ultimi istanti, librandosi in volo, mentre si intona un dolente requiem per un sogno, o il sogno americano.

Questa voce è stata pubblicata in Cinema. Contrassegna il permalink.

Rispondi