Giorgio Bocca, partigiano dell’intelligenza

“Possibile che non nascano più persone intelligenti?”

Natale: tutta l’ipocrisia borghese d’una Italia sempre meno borghese nelle proprie tasche affiora come non mai. Quell’ipocrisia che Giorgio Bocca, che si è spento oggi, nella sua casa di Milano all’età di novantuno anni, ha sempre testimoniato, con ferma passione e vibranti parole. I suoi libri smuovono intelletto e cuore e svelano la vera faccia del potere con semplicità, perchè la verità è semplice, è il torto che è macchiavellico.

“Ma la democrazia dov’è? Che democrazia è questa autoritaria che si va affermando nel nostro paese? Ai suoi sostenitori basta che il governo non apra i suoi lager, che non fucili gli oppositori, che non soffochi tutte le voci critiche per gridare che la democrazia è salva”

Tenace testimone della verità, come giornalista, storico e sociologo, sincero socialista e uomo libero. Negli ultimi anni, la sua figura composta ed elegante, di quell’eleganza ruvida ignota alla nostra generazione, lo aveva trasformato da essere umano a monumento vivente, pur per quei pochi che ne ammiravano la malachite della sua onestà intellettuale, da “provinciale” (il suo più bel libro) d’Italia che non si curava d’esser politicamente corretto, attirando su di sè costanti polemiche, spesso pretestuose.
Dopo la militanza nel GUF e le farneticazioni fasciste di gioventù, fu tra i fondatori di “Giustizia e Libertà” e comandante di unità partigiane in Piemonte. Tra i primi a criticare con rigore storico la mitizzazione dei partigiani e la loro conseguente strumentalizzazione, ne difese però, strenuamente e per tutta la vita, il valore civile conquistato sul campo. Tra i fondatori di “Repubblica” nel 1976, lavorò negli anni ’80 per la Fininvest, uscendone alla Montanelli, ossia dopo aver constatato l’entità del personaggio Berlusconi, contro il cui operato politico si è battuto con fermezza e lucidità rara, e descrisse l’Italia della seconda Repubblica condannando il berlusconesimo di destra e di sinistra. Già, quella sinistra moderata che da sogno giovanile era divenuto incubo senile: “la sinistra ragiona con la stessa testa del berlusconismo, ha dimenticato, per esempio, l’egualitarismo e fa ogni giorno l’elogio delle differenze sociali” e si fa il lifting come il Cavaliere per andare nei salotti tv di Bruno Vespa, “un servo di regime”.
Esatto nella sconfitta, pesante come un pugno, della verità storica (“In che cosa credono gli italiani?”, si chiese, dedicando a tale domanda un libro dall’ironia amarissima, da inarrivabile polemista), accolse, con fervente ostilità l’avvento dell’età della finanza e della globalizzazione dell’economia e non dei diritti, anticipandone gli esiti oggi visibili a occhio nudo con la coerenza di chi prima aveva criticato ferocemente i vizi dell’Italia consumista, confermandosi come scomodo testimone dei tempi e dei cambiamenti della società. Il “Dio Denaro”, lo chiamava con sdegno, che ha trascinato gli uomini, gli italiani, “senza accorgercene, senza reagire, dal mondo dei miti e delle leggende, cioè della fantasia e della poesia, a quello dei consigli per gli acquisti”, e li ha resi “più ricchi ma peggiorati culturalmente e intellettualmente”, degradati di fronte a una crisi “di cui nessuno sa niente, nessuno sa quando è cominciata e come finirà. Mai nella storia dell’umanità si era arrivati ad una oscurità di questo genere”.
Quando gli si chiedeva di render conto alla propria morte, e dunque della propria vita, diceva: “Sono certo che morirò avendo fallito il mio programma di vita: non vedrò l’emancipazione civile dell’Italia. Sono passato per alcuni innamoramenti, la Resistenza, Mattei, il miracolo economico, il centro-sinistra. Non è che allora la politica fosse entusiasmante, però c’erano principi riconosciuti: i giudici fanno giustizia, gli imprenditori impresa. Invece mi trovo un paese in condominio con la mafia”. La lucidità della sua consapevolezza di sconfitto rispetto alla modernità ed ai suoi vizi commuove e strazia chi ancora sospinga l’ormai debole fiamma, il sogno narcotizzato, d’una società equa e solidale. Ma aveva pure una ultima residua speranza: “Se si ribellano i ragazzi, non tutto è perduto”

Se n’è andato l’ultimo dei grandi giornalisti italiani del XX secolo, un uomo fuori dal tempo, con la sua umana testimonianza di se stesso e del suo passato attraverso la scrittura, e per il quale potrebbero valere le parole con cui Fenoglio congedò se stesso dalle sue azioni: “sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e partigiano”.
Che la sua vita e la sua opera siano bussola per chi resiste e lotta, con la consapevolezza di remare dalla parte dei giusti che niente e nessuno può deviare, controcorrente per necessità e col coraggio della verità. Ecco chi era Giorgio Bocca.

P.S. In molti lo hanno insultato con una facilità indecente nelle ore successive alla sua morte, commentandone l’operato attaccandosi a battute più o meno infelici, estemporanee ed isolate. Non capisco da dove derivi questa esigenza di critica degli italiani, storicamente un popolo di sottomessi. Non capisco e non mi interessa capire chi gli da del fascista. Dire che Bocca era fascista è come dire che Mussolini era socialista.
E’ Il contrappasso più beffardo che quest’Italia ripugnante poteva regalare a uno dei suoi grandi figli: esser offeso da ragazzini neoindignati che per fare i fichi lo criticano con cognizione di causa pari a uno zapping istantaneo sul web, lui che ha sempre criticato l’ignoranza dilagante della generazione di internet e che l’indignazione l’ha agita per tutta la vita, non passata in tenda con gli amici per qualche giorno.
Gli antichi egizi ritenevano che, alla morte d’un uomo, nell’aldilà Anubi pesasse il cuore del defunto sulla bilancia di Maat, Thot prendesse appunti in presenza degli dei, in particolare Osiride, e che il mostro Ammuat fosse pronto a divorare il cuore se questo pesava di più della verità, simboleggiata dalla piuma, simbolo della dea Maat ”Giustizia-Verità”. Prima di questa procedura, il defunto era tenuto a proclamare la sua innocenza davanti agli dei, dunque iniziava ad elencare tutti i peccati di cui non si era macchiato. Bocca potrebbe iniziare così il suo lungo elenco: “non mi sono battuto contro la libertà, non ho vissuto contro giustizia”.

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