I giorni del vino e delle rose, un anno dopo

Esattamente un anno fa usciva “I giorni del vino e delle rose”, il mio libro d’esordio. Da una raccolta di poesie scritte dall’inizio dell’adolescenza all’approdo alla matutrità e pubblicate a ventitre anni mi sarei potuto aspettare le esatte impressioni che oggi percepisco nitidamente nei confronti di questa a distanza di una dozzina di mesi: molte cose le riscriverei in modo diverso, qua e là scorgo ingenuità nel mettere in versi, troppo dire, quando la poesia deve limitarsi a suggerire, e addirittura nessuno spazio tra i versi in quasi cinquanta poesie, quando queste abbiano un ritmo che talvolta li esige, nella lettura.
Queste cose, ed altre, le scorgo io e me le avete fatte notare voi, e ne ho fatto tesoro, pur nella sorpresa di notare tutto l’apprezzamento che si è meritato il mio dire per vostra bocca. Siete stati davvero buoni con me.

Voglio farvi capire meglio. Prendiamo uno di questi “errori”, a caso, che oggi correggerei in fase di bozze ed anzi, mi verrebbe naturale scrivere in modo diverso: la mancanza di spazi tra i versi. Ma cosa potevo saperne io, che non solo non rileggevo le mie poesie, ma neppure le facevo uscire dal cassetto, solo un anno e mezzo fa? Per me erano quel veloce istante che passa tra il lampo e il fulmine e che in me attraversava mente e cuore, toccando quell’invisibile di cui è fatto questo libro, quell’invisibile in transito all’uomo, dal bambino che fui. Ripeto ciò che dissi a proposito della motivazione di fondo a raccogliere  testi così intimi: l’uomo era alle porte ed aveva bisogno di rivedersi bambino, pur solo per quell’istante nostalgico della visione, e di esser accettato senza maschere, in tutta il suo imperfetto essere.

Tutto scorre, così la vita, così la morte, figuriamoci quindi una piccola raccolta di liriche; di una cosa, rileggendole oggi, sono davvero felice, nonostante le migliorie da apportare che intravedo in ognuna di esse: se la parola libro deriva da “liber”, ossia corteccia, si presume che essa rivesta dell’albero la sua parte più viva, il tronco, insomma: ciò che fa essere l’albero un albero. Ebbene, queste sono le mie manifestazioni di vita più forti, e questo libro ne è la corteccia, qualcosa che mi contiene e che mi slancia a crescere ed imparare ancora, dal vento e dalle piogge, per vivere nella foresta di anime ch’è il mondo in una estasi affamata che sfuma nella mia serena inquietudine di fondo. Ogni parola, ogni recensione fatta in casa, ogni critica sono una felice incisione che questa corteccia di sessantadue pagine si porterà sempre dietro. Avete dato a questo libro il senso che per me deve avere un libro per chiamarsi tale: esser scintilla, anche debole, pur per un solo attimo.

Dato che è la prima candelina che “I giorni del vino e delle rose” spegne, ringrazio i molti tra voi che mi sono stati vicini in modi diversi ma tutti importanti, la Fermenti Editrice di Velio Carratoni di cui non posso dire che bene in un’epoca in cui è meglio dare il proprio manoscritto a un ladro piuttosto che a un editore, Girolamo De Simone e Daniele Gaudiano per esser parte di questo libro, in ogni senso, e a Jacopo Salvatori,  “KonSequenz”, l’Associazione “La Stazione” di San Miniato, Bruno Ialuna, Stefano Bartolini, Ugo Valeri, Flaviano Poggi, Elias Nardi, Emanuele La Pera, il “Bagno Eugenia” di Lido di Camaiore, per aver accompagnato questa manciata di parole con musica e sensibilità.
Per i curiosi, per invogliare chi ancora non l’ha letto (tutto il mondo eccetto qualche centinaia di persone) a procurarselo, e per ricordare agli amici il piacere del nostro incontro su carta, dove hanno accolto la mia parte più viva e sincera, ecco di seguito quelle poesie che, a distanza di quest’anno appena trascorso, oggi sono più di altre incredibilmente fedeli al mio essere nel mondo, con la promessa che presto tornerò a rompervi le scatole, ci stiamo lavorando, io e la mia seconda personalità.
Di seguito dunque, tre poesie tratte dal libro, più un video estratto dalla presentazione alla Biblioteca di Montecatini Terme, quell’inferno subdolo che con questo libro sono riuscito ad esorcizzare. E grazie ancora a chi oggi è più vicino a me attraverso tutto questo, per avergli dedicato attenzione e passione.
Non volevo che questo: avvicinarvi.

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Caos Lucido

Scavo le grotte dell’anima,
piccono la mia scintilla,
cercando la durevole luce,
del mio spirito il bagliore.
Mi trovo a vagare
in una strada trafficata
per ritagliarmi
un corridoio di asfalto
che mi porti a casa
nella foga che mi assale
di trovare un nesso
alle cose.
Luce,
più ti allontani
e più queste pagine
si riempiono.
Questa notte
buia e fredda.
Voglio solo hashish e vino,
una penna e un taccuino.

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La mia casa non esiste

La mia casa non esiste;
forse altrove.
La mia debole speranza
mi rende viandante:
la selva oscura dantesca,
i crimini dei romanzi russi,
le filosofie orientali,
un tappetto da stendere
per collegare
gli emisferi celebrali.
La mia casa
è altrove,
è una terra di nessuno,
un viaggio lontano
oscuro nel tuo battito
d’occhi blu cobalto.

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L’amore del mio respiro

                                                          A Nick Drake

Non riesco a scivolare
lungo il percorso
che mi avete preparato,
non conosco il significato
di questa mia estasi d’amore
e non chiedetemi
di abbassare lo sguardo
e camminare diritto sotto al sole.
Sembra tutto cosi pallido
e infinitamente dolce,
vorrei abbracciarvi tutti
e sussurarvi il mio segreto,
vorrei congelare questi attimi
cosi tenacemente intensi
e farli emergere
nel delicato oblio del crepuscolo
quando non c’è più speranza
di vedere ancora il sole
prima di un’altra lunga notte
di sospiri appena fuori dalla finestra.
E davvero mi chiedo perchè
e non basta mai il tempo
quando ho bisogno
di guardare il cielo
e le cose dietro al sole
col loro mistero.
Eppure vorrei solo amare,
vorrei solo amarvi tutti
e tanti altri volevano solo amarvi
e tanti altri volevano solo salvarvi
e il delicato oblio è adesso,
è arrivato silenzioso
e le vostre voci confuse
non bastano a coprire
l’amore del mio respiro.

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