Cristiano Viglietti – Antropologia del Capitalismo

Il nostro sistema economico è l’unico possibile? No. Il capitalismo è il più alto grado di sviluppo del pensiero economico? No. E’ solo uno dei tanti, ed ha precise ragioni storiche e culturali. Ragioni che, benchè oggi ci illustrino il modello che oggi domina,  ma soprattutto, che ci domina, non sono sufficienti a prolungare la fiducia cieca in esso, degli ultimi decenni, già ampiamente tradita a livello di comunità terrestre e.
Intorno a questi temi, e con particolare riferimento all’epoca romana, ruota l’intervista tratta da greenreporter,it di Luca Aterini a Cristiano Viglietti, antropologo del mondo antico e docente dell’Università di Siena, nonchè fresco autore del volume “Il limite del bisogno – antropologia economica di Roma arcaica”.
L’articolo è presente anche al seguente link: http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=13674

Errore diffusissimo è quello di concepire il nostro modo di intendere l’economia come l’unico possibile, forse l’unico mai esistito. Da dove nasce questo difetto concettuale, e cosa invece spiegano la storia e l’antropologia?

Dal punto di vista antropologico è un concetto aberrante, che in qualche modo annulla la diversità culturale. L’errore deriva dal filone dell’evoluzionismo presente nel pensiero moderno, e che trova espressione nella cosiddetta antropologia dell’età vittoriana di metà ottocento, mascherata da ideologia che supportava il colonialismo. Tale visione concepisce una scala evolutiva da un grado selvaggio ad uno evoluto dei rapporti socio-economici (che si realizza nella nostra economia liberale e moderna), mentre società diverse dalla nostra, storicamente o geograficamente, vengono dipinte come inferiori, esempi imperfetti dell’obiettivo a cui tendere.
Tecnicamente, si parla di etnocentrismo, l’idea per cui il popolo a cui appartiene l’osservatore sia superiore agli altri. Questo è per noi un modo di giustificare la nostra pretesa di superiorità: ciò che è diverso non diventa fonte di dialogo o conoscenza, semplicemente non ci serve. È un aspetto fondamentale della cultura occidentale dal ‘700-‘800 ad oggi, ma negli ultimi decenni è possibile osservare come le persone stiano iniziando a pensare diversamente.

Come possono essere sintetizzati i modi di concepire l’economia e i rapporti socio economici della Roma arcaica?

In soldoni, c’è l’idea che l’economia sia innanzitutto un fatto sociale. I comportamenti economici dunque non devono andar contro la conservazione della società. Nella Roma arcaica i principi fondamentali erano quelli di paupertas e parsimonia, legati tra loro al concetto fondamentale di modestia e moderatio, il senso della misura. L’avidità umana c’è sempre stata, non l’ha inventata certo Adam Smith; solo, nel mondo romano c’era coscienza che se prevale l’aspetto individualistico, la società si disfa. Per questo, certi comportamenti venivano sanzionati moralmente ma anche legalmente: gli scialacquatori del patrimonio perdevano diritti su questo, le leggi sull’usura erano molto rigide e neanche si potevano fare funerali troppo sfarzosi, come pure esistevano limiti alla possibilità di accumulare possedimenti terrieri, come nel caso delle leggi Licinie Sestie.
Per il resto, la Roma arcaica aveva i suoi miti, come noi i nostri. Noi pensiamo all’homo oeconomicus, mentre i romani avevano il mito dell’agricoltura, per cui il cittadino più in armonia con gli altri e con gli dei era colui che coltivava la terra.

Quali modelli può offrire Roma arcaica per l’economia del mondo contemporaneo?

Non sono un passatista, e non credo che sia necessario tornare a comportarci come i romani arcaici. Non avrebbe senso, era un mondo diverso, un diverso modo di pensare. Questa considerazione ci aiuta però a realizzare come il nostro sia un mondo relativo, che noi abbiamo messo in piedi e che noi possiamo cambiare.
Pensiamo di essere all’apice dell’evoluzione, ma non è così: il nostro è solo uno delle migliaia di modi per organizzare la nostra esistenza, con i suoi pregi e difetti. Per questo è utile confrontarci con le declinazioni assunte dall’economia nelle altre società: da questo punto di vista, da Roma arcaica possiamo sicuramente estrapolare come modello il tratto della misura che era presente.

Come intendevano i romani arcaici il concetto di “ricchezza”?

Tramite espressioni interessanti, come quella del satis dives, ricco a sufficienza: qualcosa che sfugge completamente alla nostra cultura. Per noi, col presupposto-bufala del postulato di scarsità, i bisogni materiali sono infiniti, e la società migliore è quella che riesce a saziarne la maggio parte.
Per i romani arcaici vigeva invece la cognizione per cui, arrivati ad una certa soglia di ricchezza, questa è bastevole, e dunque rappresenta una soglia raggiungibile. Il sistema stesso in cui il romano viveva non lo incoraggiava ad accumulare la ricchezza per la ricchezza, dato che, ad esempio, raggiunta una certa soglia era possibile accedere alla prima fascia di censo, ed era inutile accumulare ulteriormente.

Eppure l’economia dell’impero romano (in un certo senso il primo “mondo globalizzato”), basata su conquiste militari, schiavi ed agricoltura, finì per imboccare una sorta di deficit entropico – “consumando” il proprio capitale, formato da terre produttive e popolazione agricola. Quali insegnamenti è possibile trarre dagli errori compiuti?

La fine dell’impero romano è stata anticipata da una crisi di credibilità: verso chi lo governava, verso la moneta, verso gli atti politici. Dall’altra parte, si è trovato schiacciato dal peso crescente della pubblica amministrazione e dell’esercito, da quell’esosità in cui era caduta la finanza pubblica.
Un insegnamento che sicuramente può essere tratto dalla Roma antica è però quello della presenza contemporanea di unità e rispetto della diversità, col quale governava l’immenso territorio conquistato, dove le città delle province venivano amministrate da magistrati locali, come pure erano presenti anche zecche locali che battevano moneta. Era una realtà estremamente complessa.

Come mai crede che proprio lo spirito del capitalismo sia riuscito ad avere una penetrazione così forte nei vari ambiti sociali e geografici della moderna umanità?

Questa è la domanda con la D maiuscola. Se noi osserviamo storicamente i pensatori dai quali lo spirito del capitalismo fuoriesce, presentano tutti il tratto comune di aver ricevuto un’educazione prettamente puritana. Il puritanesimo promuoveva la repressione del desiderio, anche sessuale: vedo il pensiero capitalista una forma di reazione a questa repressione forzata, e che ha portato all’estremo opposto (anche nella sfera sessuale, dato il collegamento individuabile tra capitalismo e libertinismo).
Il capitalismo comincia a nascere dalla fine del medioevo, da società che avevano fatto del pauperismo il loro punto focale, come reazione allo schiacciamento del desiderio e chi l’aveva imposto: il pensiero capitalistico è un’apertura all’infinito dei desideri. L’etica capitalistica ha dunque anche delle ottime ragioni storiche sulle quali si basa, non solo difetti. Adesso però c’è bisogno di ripensare quell’etica, e rimetterla al posto che le spetta nella storia, auspicabilmente non nel futuro.

Antropologicamente, è possibile individuare un connubio di fattori comuni che predispongono ad un cambiamento della mentalità socioeconomica, o si tratta di un processo casuale? Come si aspetta potremmo giungere ad una nuova e necessaria trasformazione culturale, verso un’economia sostenibile?

No, non è un processo casuale. La trasformazione culturale è specchio della trasformazione umana, siamo perduti se non pensiamo questo. È l’azione umana che cambia le cose. Noi siamo allevati in una certa etica, con una mentalità imbevuta di economicismo in ogni ambito. Per questo è difficile pensare che in un battito d’ali cambi tutto, anche se il mondo moderno cambia davvero molto più velocemente rispetto al passato, e la pressione della crisi, sociale ed ecologica, può accelerare il tutto, nonostante siano ancora in atto resistenze fortissime in merito.
Cerchiamo di trovare una cura alla crisi invocando la crescita, la cui ideologia ci ha invece portato dove siamo adesso. Se il Pil italiano dal 1961 è cresciuto del 300%, l’occupazione solo dello 0,2%. Da un lato l’evoluzionismo ci invita a pensare che la crescita ci salverà, dall’altro facciamo i conti col catastrofismo tipico dei giornali, e ci troviamo imbevuti da dogmi per cui sembra già scritto da qualche parte come il mondo andrà a finire, e che finirà male. Ma chi l’ha detto? L’uomo può agire e scrivere la propria storia. Decrescita è una parola sbagliata, se ne travisa il senso. Meglio sarebbe parlare di a-crescita o frugalità, ma anche queste non vanno poi così bene.
Dobbiamo trovare la parola giusta, guidare pacificamente il cambiamento di una cultura che ci portiamo dietro come minimo dalla seconda rivoluzione industriale. Serve mettere in moto la volontà umana e, al momento, a naso, è una cosa che partirà dal basso e dai giovani, oppure non partirà, dato che per un cambiamento dall’alto siamo ancora in alto mare. È l’ideologia moderna che deve cambiare: non c’è bisogno di crescita, ma di equità e consapevolezza.

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