Il ferroviere (Pietro Germi, 1956)

“Un film fatto per gente all’antica, col risvolto dei pantaloni”.
Così Pietro Germi descriveva la sua opera. E questa è una recensione fatta per gente nata nell’era moderna o postmoderna che sia, ma all’antica, che il risvolto ai pantaloni l’ha solo letto nei libri o sentito narrare dai padri o dai nonni e che nel nuovo secolo si sente decisamente fuoriposto, con ragioni ormai evidenti.
Film diretto e interpretato da Pietro Germi nel 1955, amaro bignami sociologico sull’Italia pre boom economico e sugli italiani proletari e piccolo borghesi e accorato ritratto di famiglia, è un grande classico finito lentamente nel dimenticatoio perchè dotato d’una visione onesta e scomoda sulla transizone post bellica dello Stivale, tra un “neorealismo intimisticoi dalla narrazione calda e avvolgente” ed in cui “potrebbe piovere”, e piove e grandina, e Frank Capra, per cui alla fine torna il sole, ma all’italiana, ossia senza rimuovere le nuvole e la malinconia.

Andrea Marcocci è un aitante padre di famiglia felicemente sposato, virile, testardo e di poche parole ma buone a farsi intendere. Interpretato dallo stesso Germi, è un macchinista di treni a lunga percorrenza con il grande collega, amico e compagno di bevute Gigi, interpretato da un tenero e appassionato Sandro Urzì, la sua ancora d’umanità onnipresente insieme alla moglie Sara, il più tipico dei candidi ed innocenti parafulmini materni all’interno di una famiglia sempre meno rinvenibili nell’oggi.
Tornato alla vigilia di Natale da una lunga e sfiancante tratta, si ferma un po’ troppo all’osteria a cantare e bere, dimentico che a casa lo aspettano Marcello, il figlio adulto ai margini del film ma non troppo, ma soprattutto Giulia, la “bambina” di casa, con Renato, divenuto marito per rimediare a un incidentale gravidanza. Giulia la sera stessa partorirà un bambino morto, col padre dimentico lontano a dormire e smaltire il vino forte, che dal giorno dopo, da padre felice d’una famiglia tutto sommato unita, si troverà infelice, ad affrontare una serie di turbolenze umane che costellano il film sino all’agrodolce epilogo, e di cui si nomina unico colpevole a partire dalla disgrazia avvenuta alla figlia ma senza riuscire a metter da parte la scorza da uomo all’antica e giocare un ruolo decisivo nella partita familiare, che poi avrà per mano del fato avverso, ma non troppo.

A narrare, con l’innocenza e l’onestà specchiata degli occhi d’un bambino, è il piccolo di famiglia, Sandrino, ragazzino tenerissimo e “svelto”, che tra burle, gesti dirompenti e di grande responsabilità morale, filtrate da incomprensioni verso quel mondo degli adulti che potrà capire “solo quando sarai grande”, terrà sempre, a sua insaputa, le redini della storia dei Marcocci, facendo girare confidenze e amore puro, purissimo, ma non detto.
Andrea si scontrerà con figli, colleghi, sindacati, ma soprattutto con un Italia che cambia velocemente ed in cui conta sempre più esser carogne (“bisogna esser delle carogne per avere fortuna”) e sempre meno essere onest’uomini a schiena dritta. Si scontrerà con la Repubblica che lui ha difeso a Cassino da partigiano e che ora lo tratta come un peso anonimo attraverso i suoi burocrati senza il minimo spessore umano e i suoi “teorici astemi”. Andrea affascina perchè perde ogni partita, ma vince l’unica veramente importante nella vita d’un uomo, quella di vivere secondo natura, pur tra errori e vizi, e di lasciare sempre a chi ha intorno ed a se stesso la chiave per aprire la serratura, in questo caso meravigliosamente ingiallita, dell’animo umano.

Pietro Germi, sempre distante da logiche di militanza comode e subalterne, era dotato d’una libertà espressiva e politica disinvolta, e dunque scomoda, che non favorirono questo film, reo di aver mostrato con decenni di anticipo la doppiezza dei sindacati e delle corporazioni che si andavano a strutturare nel periodo immediatamente post bellico, attraverso un discorso agli amici dell’osteria, tra una canzone e l’altra, che oggi, suona con un esattezza sorprendente: “I sindacati…Buoni i sindacati, te li raccomando i sindacati, buoni solo a riempirti la testa di chiacchiere e a pigliarti i soldi, coi loro giornali pieni di belle parole, giustizia, i diritti del lavoratore, vent’anni di belle parole…Prima ce le dicevamo di nascosto all’orecchio, d’inverno ci si scaldava con le belle parole, quando in casa non c’era neanche un truciolo per la stufa e noi a parlare di giustizia. E intanto i dritti pigliavano la tessera e facevano carriera”.

E nel mondo dei dritti, che deraglia come il più impazzito dei treni, non resta che amare la limpida imperfezione d’un uomo, d’una famiglia e d’un’epoca, da cui avremmo da imparare ancora molto rispetto a quella lezioncina presa in fretta e furia per poi proceder dritti verso un mondo migliore, che poi migliore non è, se non per le carogne, per cui “non succede mai niente”, e per dirla alla Piero Ciampi, noi altri dobbiamo solo “andare, camminare, lavorare”.

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