Jovanotti e il fascismo degli antifascisti

Muore sul lavoro un ragazzo di vent’anni, mentre stava montando il palco per il concerto serale di Jovanotti. Gli artisti sanno quanto guadagnano, loro stessi e tutti i membri della “squadra”, come la chiamano sorridenti nelle interviste, cioè il manager che ti tratta a pesci in faccia – e tu, zitto – e i ragazzi che per 5 euro all’ora, come in questo caso, sgobbano per adibire lo spazio prescelto alla presenza d’un trono.
Un trono da cui fare prediche condivisibili sulla Guerra del Kosovo, la fame in Africa e cancella il debito ai paesi del Terzo Mondo, ma non occuparsi del fratello italiano. Non si chiede, come negli anni settanta, un’istanza politica per ogni membro della società, a maggior ragione se artista (vedi il concerto di De Gregori sospeso da militanti comunisti), si chiede coerenza se si decide di esporsi. E si incolpa Jovanotti perchè è capitata a lui questa tragedia, è giusto incolparlo e non si tratta di una strumentalizzazione, perchè difficilmente si tratta di sfortuna, ma di incuria e presuntuosa distanza dalla realtà, persino dalla realtà dei propri spettacoli.

I musicisti italiani, pronti per Telethon, Emergency e WWF, ma per cui la SIAE è cosa buona e giusta. Come appellarsi per perseguire istanze politiche della comunità a una categoria che non combatte i propri, di mali evidenti a tutti? E poi: morti van bene solo se son in Kosovo o in Africa? Se sono in Italia non va più bene perchè sono troppo vicini per non sporcarsi le mani e l’andare oltre al fare beneficenza alle famiglie della vittima, per poi ripartire con un supertour appena la bolla mediatica si è sgonfiata? Come pretendere che essi siano poi capaci di una qualche efficacia di contenuti, parlando a una folla con cui non condividono più niente, se non un rapporto commerciale? Come pretendere che un uomo salga su un Jet per gli spostamenti e sia al contempo capace di farsi cantore degli ultimi? Sono queste, le sviste colossali, oltre alla penuria musicale espressa e scambiata per argenteria da un pubblico di analfabeti del sentire. L’importante è giocare nella Nazionale Cantanti.
Come non ricordarsi di altri esempi di questa separazione tra musicisti teoricamente schierati con un altrettanto teorico rock da Festa dell’Unità in grande stile, e la società civile? Per esempio, la Bandabardò che rispetta il regolamento imposto dagli organizzatori per l’ultimo 1 Maggio, il quale vietava espressamente di parlare di Referendum a un mese dallo stesso e con serie possibilità di vincerlo, almeno una volta. Alla domanda esterefatta della cronista, non seppero neppure rispondere. Per loro, era un normale rapporto tra committente e artista, in cui il primo decreta e il secondo obbedisce.
Se questi sono i cantori dell’indignazione, le minoranze da loro citate non daranno mai vera battaglia ed anzi si affezioneranno ad esser tali, pendendo da labbra sazie e dimentiche della propria fame. Dopo tutto, ci sono i filantropi alla Bono Vox e alla Jovanotti che pensano e cantano per esse per la modica cifra equivalente a non meno di dieci ore di lavoro presso gli stessi, pagandoli dunque il minimo di ciò che permetterebbe invero l’incasso. Almeno offrissero condizioni minime di poter lavorare, pur per un tozzo di pane, in tutta sicurezza. Ma comunque viva il sindacato e lo sciopero generale, l’ombelico del loro mondo, o del loro portafoglio.
David Forster Wallace diceva di questi amabili filantropi con la compulsione per stretta di mano: “Stavo riflettendo su quella specie di filantropo che sembra repellente sul piano umano non malgrado la sua carità, ma per via di essa: a un certo livello si capisce che lui vede coloro che ricevono la sua carità non come persone, ma piuttosto come strumenti attraverso i quali può sviluppare la sua virtù”.

Pasolini aveva profetizzato che un giorno i nuovi fascisti si sarebbero chiamati antifascisti. Fascista Jovanotti? Non lo so, non mi interessa, ma è stato scritto spesso, in queste ore.
Nessuno osa contestare politicamente un cantautore come De Gregori negli anni settanta nè sogna più un esproprio proletario universale, anche se Jovanotti sarebbe ora si, tra gli espropriati, alla stregua di coloro che condanna col sorriso e una canzone trascurabile.
Verità condannate all’impopolarità, che farannno spazio ad una finzione dolce, al martitio del cantautore colpito dal lutto d’un innocente. Di reale, c’è solo un ragazzo di ventanni morto lavorando per ricevere in cambio una miseria, per l’incuria o la sfortuna, o come spesso capita, entrambe. E un Jovanotti che con questo fatto venderà ancora più dischi di prima, a prescindere dalla musica. E una storia che per restar viva, potrà solo esser cantata dallo stesso Jovanotti. Ed il circolo, non poteva essere più vizioso.
Colpa di Jovanotti, l’unico fascista del music business? No, è il music business a essere colpevole e profondamente fascista, come Roger Waters ci ha spiegato in “The Wall”. o come molti musicisti minori possono testimoniare. E Jovanotti c’è dentro fino al collo e questa tragedia non è capitata a caso. E’ capitata ad uno di loro, anzi ad un alfiere di tali ingranaggi.

Un raggio di sole per te (che poi tanto è per me), e 5 euro all’ora a te.
Un tempo li chiamavano padroni, oggi lo sono davvero, con un sorriso e la maglietta giusta.

Questa voce è stata pubblicata in La finestra sul cortile. Contrassegna il permalink.

4 risposte a Jovanotti e il fascismo degli antifascisti

  1. sherazade scrive:

    Si prende spunto dall’ultima morte (non bianca!) ma forse nn vede coinvolte molte (la + parte) grandi industrie, che si pasciono della vita di altri uomini per poche lire? O i nostri ex supervisori (Scajola o (tre)monti che pur governando per nostro conto NON sapevano cosa accadeva intorno a loro?
    Dunque prendiamocela non solo con lo star system ma con una truttura malata che nn regge ed è quella che ha ucciso Francesco Pinna.

    che poi alla fine a me ‘lui’ manco mi piace.

    sheradazeconuninchino

  2. GiulioL scrive:

    Non ho capito cosa c’entra il fascismo e l’antifascismo.

  3. antonico scrive:

    articoli come questo per me sono lo specchio del decadimento culturale di un popolino sempre pronto a puntare il dito contro il capro espiatorio di turno, che è certo più semplice che analizzare in maniera sistemica le questioni (vedi le care cooperative). Un calderone indigeribile tanto nel contenuto (?) come nella forma. Preciso che non sono una fan di J. ma dell’intelligenza e dell’onestà intellettuale.

    Riporto le parole di J. , perchè ai processi mi piace che partecipino anche gli imputati:

    Francesco Pinna e’ morto lavorando al montaggio di una struttura fatta per far divertire migliaia di persone.
    La sua morte è una immensa tragedia per una famiglia e per il mondo dei concerti.
    Il suo era un lavoro a giornata ed era assunto con contratto regolare.
    Io personalmente pretendo sempre che tutti quelli coinvolti anche indirettamente in un lavoro che riguardi la mia musica siano sempre tutelati in ogni forma e anche in questo caso era cosi.
    Il mondo dei concerti e’ un settore serio dove non c’è approssimazione e improvvisazione e nei miei tour c’e totale rispetto delle leggi e delle persone.
    A Trieste si stava lavorando come sempre quando prepariamo un evento.Non c’e’ giornata in cui una serie di funzionari pubblici non verifichino il corretto montaggio e non si presentino ad approvare i metodi di costruzione della struttura.
    La tragedia di Trieste ha lasciato a terra feriti e un ragazzo morto,Francesco Pinna,di soli 20 anni,e noi tutti siamo sconvolti per quello che e’ successo.
    I ragazzi come lui non sono in tour con la squadra itinerante (composta di tecnici specializzati) ma lavorano localmente agli allestimenti che passano nella loro città.Aspettano l’arrivo dei camion e fanno la loro parte. Si tratta di lavori di supporto alla squadra itinerante. Questi ragazzi io li incontro spesso quando arrivo al palazzetto e capita che ci si scambi due parole,che ci si scatti una foto.
    Sono migliaia a fare questi lavori in Italia e spesso sono studenti che non hanno un lavoro fisso e che così si guadagnano qualche giornata.
    Francesco era uno di loro e aveva tutta la vita davanti a se e questa e’ la tragedia.
    Le strumentalizzazioni sono fuori luogo e mi feriscono perche’ inducono a pensare che nel mio tour ci sia del lavoro nero o sottopagato.
    Io so ,e mi e’ stato confermato anche in questo caso,che in un tour come il mio (e come tutti i grandi e piccoli tour che girano l’italia) ogni lavoratore locale e’ assunto con un contratto in regola con le leggi dello Stato.Anche in questo caso era cosi.
    Francesco e’ uno di quei ragazzi che lavorano a montare gli allestimenti dei concerti rock ma anche di eventi pubblici non di carattere musicale, che sono assunti dalle stesse cooperative.
    Francesco e’ morto per una fatalita’ davvero difficile da prevedere. Stamattina le prime indagini degli ingegneri non sono riuscite ancora a capire le dinamiche dell’incidente.
    E’ una tragedia enorme amplificata dal fatto che si stava lavorando per allestire “una festa”,un evento effimero che lascia il dolore e la morte fuori dai cancelli per una sera.E invece stavolta tutto si e’ ribaltato e ora c’e’ solo dolore sul mio palco distrutto.
    Ho appena saputo che i feriti coinvolti nel crollo sono fuori pericolo. Queste persone sono con me sempre,ci vediamo tutti i giorni per mesi interi. Finito il periodo insieme vanno a lavorare con altri tour importanti.Sono un mondo popolato di poche centinaia di tecnici altamente specializzati che rendono possibile l’esistenza dei concerti e degli spettacoli che ci fanno divertire.
    Siamo gente seria,appassionata,facciamo una vita e un lavoro gratificato dall’idea di accendere l’entusiasmo e l’emozione del pubblico.
    Francesco Pinna è morto costruendo una festa.La sua morte lascia un vuoto incolmabile nella sua famiglia che abbraccio con tutta la mia forza insieme a tutto il mondo dei concerti e dello spettacolo,che lui amava,come tutti noi.

    Lorenzo

  4. carusopascoski scrive:

    A Giulio L.: Jovanotti, come tutto lo star system, la politica e chiunque possa essere identificato come elemento esterno rispetto alla comunità italiana, ha una distanza da essa, distanza tanto più grande tanto è il grado di privilegio di cui godono, che non permette di porsi a megafoni per cause nobili. Questa doppiezza, questa ambivalenza d’interessi e mai d’ideali, è la caratteristica pregnante di ogni circuito chiuso (lo star system), di ogni associazione di dubbio carattere (la massoneria), di ogni totalitarismo (il fascismo). E’ curioso che di certi comportamenti si macchino, continuamente, non solo i dichiaratamente fascisti, ma anche chi si dichiara, ed assume un brand commerciale, e non un’etica, da perfetto antifascista.

    A Antonico: il comunicato, che avevo già letto e non avevo commentato per non infierire, è abominevole nei toni e nell’umore. Se corre a giustificarsi, se si sente imputato senza che nessuno l’abbia obbligato a rispondere sotto un’accusa di omicidio colposo (è un’ipotesi puramente dialettica, naturalmente), evidentemente deve sentire su di sè qualche colpa latente.
    “Francesco è morto costruendo una festa”. Mi viene solo da dire: ha perso ogni contatto con la realtà. Francesco lavorava, montava e smontava palchi quando capitava, per arrotondare, non per divertimento.
    D’altronde, se montare un palco è una festa, cosa aspetta, tutto sorridente, a dare il suo contributo al godibile baccanale?

Rispondi