Dave Evans – The words In between

Il panorama Folk nei 70’s è estremamente ricco e variegato. A tratti si rischia di presupporre di aver scagliato abbastanza colpi di piccone in archivi, canali su YouTube, riviste neozelandesi (a ciò porta la compulsione all’ascolto, talvolta), si crede di esser quasi arrivati al limite, di aver ignorato solo il sommerso. Sommerso che, sempre poi, irrimediabilmente affiora, come per Dave Evans, chitarrista inglese, ora ceramista in Belgio, dopo un’esperienza da liutaio.
Eppure c’erano tutti i motivi per farne una icona del fingerpicking acustico: una tecnica rigorosa al servizio di un sublime equilibrio tra composizioni di elegante armonia ed un canto di semplice e limpida innocenza

Il contributo di Evans va oltre il suo incantevole esordio del 1971, “The words in between”. “L’adozione di accordature alternative di sua invenzione ha influenzato in maniera notevole tutta una generaziona successiva di chitarristi”, peraltro originate su una chitarra di propria creazione, oltre a coniare uno stile che ricorda vividamente John Renbourn ma soprattutto Bert Jansch, atttaverso intrecci meno intensi si, ma anche meno aspri. Se il compianto Jansch era scozzese, Evans era inglese. Questa, musicalmente, è la differenza più rilevante tra i due: all’amara eleganza del primo, si contrappone una delicata trasparenza tipicamente British.

“The words in between” è un album che combina eterogeneità di soluzioni e coesione armonica tra le parti, una miniera per ogni chitarrista ed una profonda panacea spirituale mai ostica, e che si lascia ascoltare dall’inizio alla fine con una morbida naturalezza dei sensi. Le canzoni hanno il dono d’esser alate e lievi, senza imporre vertici o scosse all’esperienza d’ascolto, con la grazia d’esser cigno timidamente certo della beltà del proprio respiro, in una concessione di malinconica estasi cantautorale.
Il disco inizia con “Rosie”, con imprevedibili intrecci di un languore malinconico, per la prima delle numerose storie di semplice e delicata quotidineità che seguono, come per la successiva “The words in between”, forse picco d’abbraccio sonoro nel disco, che vede l’ingresso, come spalla vocale di Evans, della sublime Adrienne Webber. Due tracce e due rose lanciata nel panorama Folk del tempo. Un avvio strabiliante per un seguito via via più eccentrico (Insanity Rag) ma che ritrova il candore assoluto dell’inzio solo con “Now is the Time”, che si riallaccia idealmente alla titletrack, ampliando lo spazio per Webber, che si incastona splendidamente con il tema di fondo.
Dopo la “City Road” con ingresso d’armonica e un incedere nostalgico, si sfocia in una nuova e stavolta conclusiva parte sulle linee più insolite precedentemente accennate,
al cui termine si torna immediatamente sulle tracce ai diamanti del disco menzionati, perchè anche una prateria uniforme ha fiori più evidenti di altri.

Un disco così, oggi, verrebbe accolta come una manna dal cielo, pur se anacronistica: questa musica di grande grazia compositiva e tecnica, se non in rari casi, non viene più suonata perchè nessuno è più capace di renderla così onesta e trasparente, con limpida semplicità d’intenti.
Infatti, nell’epoca in cui dai cantautori si pretendono, perchè non ne dispongono e quindi non sconvolgono, ma appiattiscono, la poesia e la filosofia, la musica passa in secondo piano. E quale imbarazzo a saperlo in Belgio a fare vasi, Invece Dave Evans è in Belgio a fare vasi. Ad altri è stato affidato il ruolo di cantori dell’esistenza, con esiti sotto gli occhi di tutti: l’era tra le più musicalmente povere di sempre.

Il nuovo che avanza? Non se ne dispiaccia se farò tardi all’appuntamento.
A noi ascoltatori il compito di tornare indietro a scoprire certi tesori dimenticati, per riportarli alla loro dimensione naturale di legittimi cantori dell’esistenza.
Oggi, esser archeologi del sentire val più di prodursi in una banale ripetizione col bollino della novità.

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