Reverend Gary Davis (E una stroncatura a Carmelo Bene)

“Ci sono cose che devono restare inedite per le masse anche se editate. Pound o Kafka diffusi su Internet non diventano più accessibili, al contrario. Quando l’arte era ancora un fenomeno estetico, la sua destinazione era per i privati. Un Velazquez, solo un principe poteva ammirarlo. Da quando è per tutti, l’arte è diventata decorativa, consolatoria. L’abuso d’informazione dilata l’ignoranza con l’illusione di azzerarla. Del resto anche il facile accesso alla carne ha degradato il sesso”.
Parola di Carmelo Bene, un genio e un istrione che a volte ha detto delle stronzate pazzesche, da elitarista dell’arte degno d’un Ancien Régime allora degno si, di acredine e scherno anche da parte di contemporanei che certo non hanno creato mondi migliori di quello che abbiamo definitivamente perduto con le Rivoluzioni Industriali. Il suo principio di arte, da uomo che si è sempre destato come principe illuminato, spesso non a torto, tra gli uomini, esclude almeno parziali esiti positivi evidenti della democratizzazione della Cultura e dell’Arte.
Senza essa, per esempio, all’età di 6 anni, una chitarra, pur malconcia, non sarebbe mai finita nelle piccole mani del fanciullo mezzocieco e orfano di padre, cresciuto tra Carolina del Sud ed Alabamo nel razzismo più bieco e poi divenuto Reverendo per la Chiesa Battista di Harlem, infine Bluesman di proporzioni bibliche (è proprio il caso di dirlo), Gary Davis.
E senza essa, oggi, l’Arte del Fingerpicking sarebbe assai più povera, o per dirla alla Carmelo Bene, degradata ad accompagnamento musicale per cerimonie regali.

Prima scena: 1896 a Laurens, Carolina del Sud. Razzismo e campi da falciare, un padrone bianco sulla porta da cui elimosinare un tozzo di pane, spinti dall’istinto di sopravvivenza e nella speranza d’una tregua dalla storia, passata attraverso il Gospel e le briciole di vita sparse nelle immense distese deserte di prati e prati. Nasce questo ragazzino mezzocieco dalla nascita, esile e da subito un po’ svitato. Sarà l’unico di otto fratelli a raggiungere l’età adulta. Suo padre era stato ucciso a sangue freddo dallo Sceriffo della zona. No, non ci sono carte processuali, abbiamo solo un negro a terra, una madre sola con figli che muoiono uno ad uno. E una pistola fumante.

Seconda scena: 1920, o una roba del genere a Durham, Nord Carolina. L’unico fratello sopravvissuto mette il capello in testa, saluta la sua terra natia con una sacca in spalla e una chitarra per far più piccole le ombre notturne incontrate sui vagoni merci che tagliano le praterie. Cristo, Gary ci sa veramente fare. Vuole andare a tutti i costi a Durham perchè lì un negro venuto su strano, un buono a niente per i campi della Carolina. ha più possibilità che altrove di farsi degli amici, di suonare e provare una vita diversa da quella dei suoi antenati. E’ talmente bravo che suona con Blind Boy Fuller e Bull City Red e si fa notare insieme a loro dalla American Recorded Company, che gli fa incidere i suoi primi minuti da musicista provetto. E’ talmente grato a Dio, che lo ha salvato dalla morte e la miseria, che entra nella Chiesa Battista, prete. Eccolò, giacca e cravatta, occhialoni neri, cappello e sigaro. E chitarra, che “suona solo con pollice e indice, usando i picks e con uno stile particolarmente complesso, fatto di arpeggi e lunghe sequenze di note sia sui bassi, sia sugli acuti”, rivoluzionando un Blues intriso di Gospel da capo a piedi con l’energia della visione perfetta.

Terza scena: siamo a New York nei ruggenti 50’s ed il Reverendo è sulla bocca di tutti. Bob Dylan, John Cipollina, Jorma Kaukonen, Townes Van Zandt: tutti, sino alla sua morte nel ’71, lo citeranno nelle loro influenze musicali, e già prima il nostro è celebre per le lezioni di chitarra a 5 dollari l’una che potevano durare da 5 minuti a notte fonda. Ha un caratteraccio, il Reverendo, ed è rigido, rigidissimo, su quello che vuole suonare. Vuole suonare la musica per il suo Signore, il Gospel, anche se il Blues ce l’ha proprio nel sangue. E’ un prete eccezionale, una vera guida spirituale per la comunità, ci dicono le testimonianze dell’epoca, da quelle “strade polverose di Harlem” dove in “una chiesa battista affollata di afroamericani un reverendo non vedente canta in chiave blues il suo tradizionale sermone domenicale”, incitando i fedeli a far battaglia per i propri diritti, in una epoca in cui essi erano rivendicati attraverso un movimento che da Marthin Luther King arrivava a Malcolm X e che è finita con una vittoria totale dei richiedenti, pur ancora da perfezionare e da rendere stabile nei secoli.

Eccola la leggenda del Reverendo, ed ora il sipario può chiudersi, perchè adesso voglio dirvi un’ultima cosa, e poi che sia musica e per tutti, anche senza il beneplacito di Carmelo Bene.
Non c’è facile accesso all’Arte oggi, come allora, e la storia ormai ignorata di Davis ce lo dimostra. C’è solo un consumo di essa attraverso sistemi commerciali anzichè canoni estetici, di un’arte che si automenziona tale, senza possederne le virtù. E certe riflessioni hanno il facile fascino di creare un muro tra noi e gli altri, quello stesso muro che è la radice del nostro malessere, “perchè la felicità è reale solo se è condivisa”. E immaginate quei sermoni in chiave blues dall’altare di quella Chiesa di Harlem: essi potranno mai “degradare” l’Arte?
Torniamo ora al principio della stroncatura. L’Arte è, come minimo, anche decorativa e consolatoria da sempre, basti pensare ai secoli di iconografia cristiana su tela, pur nella grandezza dei suoi interpreti che hanno sconfinato col loro messaggio ben oltre la commissione iniziale. E per esser artisti a corte, ricordiamolo a chi ha potuto vivere o uccidersi da artista in santa pace, o ci si allineava alla dialettica schiavo-padrone, o si faceva la fine di Giordano Bruno.
C’è, poi anche un’Arte diversa, che spesso si muove ai margini ed è assai più grande della prima.
E poi, c’è n’è ancora un’altra, in quest’ultima tipologia di Arte “diversa”, di radici cristiane, eppure comunque ai margini, senza perdere il senso della grandezza universale, incarnando la luce del mondo, facendo danzare tra le corde di una chitarra l’intero Regno dei Cieli.

Signore e signori, ecco a voi il Reverendo Gary Davis, e se Carmelo Bene non vuole non me ne importa un bel niente.
L’Arte è tale per cambiare il mondo, non per finire nelle stanze dei principi.
E ora, Musica.

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