Il Dio Mercato e la possibilità delle rose

Qualche settimana fa, attraverso una chiacchierata con un amico della campagna mantovana, abituato a viver dell’essenziale, apprezzare e ricoscere la bellezza e quindi a vedere il mondo ed i suoi simboli con chiarezza disarmante, siamo arrivati a chiederci chi oggi sia Dio, chi lo incarni nel modo più esatto e prossimo possibile, per quelle che sono le virtù che da millenni gli attribuiamo. La risposta a due è stata drammatica: il Mercato.

Il Mercato, oggi, è capace di dare ricchezza (ai “Brics”) e toglierla (ai “Pigs”), di generare continuamente nuovi scenari, di aprire crisi mondiali, ed in sostanza, di determinare la nostra vita più di quanto ormai possano farlo i nostri stessi gesti. Il Mercato non ha volto, è irraggiungibile, e percepito da molti, troppi, come “dato” e immodificabile, ineluttabile. Il Mercato potrebbe farci morire domani di miseria, o costruire opportunità, sostenendo la speranza riposta in esso. La sua teologia di riferimento, il neoliberismo senza regole dei nostri tempi, è percepito come una vera e propria fede, e chi propone alternative plausibili, come il Latouche di “Per una Decrescita Felice”, il Bil (Benessere Interno Lordo) al posto o affiancato al Pil, il ritorno ragionato a comunità autosussistenti ed altri, viene tacciato di eresia da un nuovo Tribunale dell’Inquisizione promosso dai mass media. Chi osa parlare di equità e di ridurre la forbice sociale dall’interno della gerarchia ecclesiastica incappa in un presunto abuso poi finito in una bolla di (cattivo) sapone, come l’ex capo del FMI, Strauss Kahn, silurato senza indugi, anche se non certo senza ragioni. Lo stesso succede ai Don Gallo e gli Alex Zanotelli di oggi, ignorati quando non danneggiati dai vertici della Curia.

Il Mercato non ha volto, non ha nome, e pare alla maggior parte degli uomini come fondamentalmente imbattibile e immortale. Adeguare le politiche economiche, ma soprattutto quelle sociali e sanitarie, al Mercato, e non il Mercato all’uomo. E si arriva alla crisi greca, dove mancano farmaci essenziali, dove centinaia di migliaia di persone non hanno prospettive di prosperità, al massimo, di sopravvivenza. Eppure la Grecia è dietro di noi, e mentre i bei media nostrani parlavano del delitto di Cogne et simlia a reti unificate, si stava preparando la bufera. Una bufera che era visibile anche da grande distanza, data l’attualità di certe riflessioni di Marx ad oggi, che ha costretto con la lungimiranza del suo pensiero il ministro delle finanze tedesco Steinbrück a riconoscere che “in fondo Marx non aveva tutti i torti”, o, per giungere ad un livello accessibile a tutti, alle urla di Beppe Grillo, ignorato quando non insultato eppure così preciso nel descrivere in anticipo la tempesta perfetta.

La crisi è dietro di noi, il New York Times pochi giorni fa ha rivelato di come le grandi banche americane stiano preparando piani di emergenza per l’euro, e siano già presenti opuscoli e libri sull’eventualità, oggi concreta, della fine dell’Euro e dell’Europa per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi 20 anni. “Perché se c’è il default ognuno di noi rischia di dire addio ai soldi che ha sul conto corrente (per quanto pochi) o nei titoli di stato, di perdere il lavoro (se ce l’ha), di non trovarlo ancora per molto tempo (se non ce l’ha), di non poter più far fronte al mutuo (con le conseguenze che possiamo facilmente immaginare), eccetera eccetera”. Eppure, non abbiamo assolutamente idea di quella che potrebbe accadere già domani, di quale pietra il Dio Mercato scaglierà sulla terra, o se l’ira funesta che lo avvolge da mesi si pacherà, dandoci ancora speranza (questo è più o meno l’effetto che l’avvento di Mario Monti ha avuto sull’italiano medio). Inoltre, questo Dio Mercato parla una lingua incomprensibile, e capirlo od anche solo stare ad ascoltarlo è davvero faticoso; meglio andare allo stadio, dove conosciamo tutti i cori a memoria, o in piazza, dove vige la stessa abitudine ed al posto del pallone si guarda il megafono.

Comprensibilmente nervosi e stressati per la paura di perdere anche quelle poche sicurezze che abbiamo, il pane, un tetto e una speranza che la maggior parte di noi, con facilità o enorme fatica riescono ancora ad avere, dobbiamo porci due grandi domande:
1) E’ di morire di fame, che abbiamo paura, o di essere una generazione condannata all’infelicità? “Vogliamo il pane, ma anche le rose” ha scritto Riccardo Rita per “Il Fatto Quotidiano”. Ed abbiamo un terribile bisogno di rieducarci alla bellezza, alla poesia del mondo e dell’esistenza, ed accettare che quest’ultima possa essere manchevole, debole, irrisolta, e che in questo risieda la sua straziante bellezza. Come ha detto Alessandro Bergonzoni in un suo spettacolo, “non abbiamo bisogno di economisti, abbiamo bisogno di poeti”.
2) Saremo ancora capaci di vivere da poveri? Perchè il Mercato non è davvero Dio e dobbiamo avere la forza di dire basta a un sistema che ha garantito ad una piccola minoranza un manchevole benessere sostenuto dalla fame d’una maggioranza prima di esserne costrett i attraverso il passaggio a quello che il lato scuro della Luna occidentale, la fame. Altrimenti, prepariamoci a guardare in modo diverso i cassonetti, per poi un giorno addirittura ringraziarli perchè alla fine, lo stomaco, ce lo siamo riempiti anche oggi. Ma le rose, si, le rose, nessuno le coglierà per noi.

Adriano Olivetti, una figura che mai come oggi, nell’era dei Marchionne, è tanto ignorata quanto illuminante, disse: “spesso il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare qualcosa di infinitamente più grande”.
E forse, può diventare quella rosa da abbinare al pane, in ogni giorno della nostra vita.
Provare a coglierla, comporta comunque una passeggiata in giardino.
E che il Mercato non si permetta di calpestare le aiuole.

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2 risposte a Il Dio Mercato e la possibilità delle rose

  1. Anna Lombroso ha detto:

    concordo come puoi immaginare. è che al dolce mercato dei commerci per dirla con Braudel, alla circolazione sia pure iniqua di beni e prodotti, al profitto materiale, al primato della moneta eravamo sia pur colpevolmente abituati e arresi.
    siamo invece impreparati al rapace gioco d’azzardo della finanza immateriale. Cui si sono prestate le imprese che partecipano alle scommesse senza investire in sviluppo, gli stati dimissionari anche sulle poltiche monetarie, oltre che su quelle sociali.
    forse qualcosa di molto concreto come il sapere e la bellezza potrebbe contrastare l’immaterialità, anche se come diceva l’ex ministro non stanno tra due fette di pane.
    ma vedo che pochi pensano a questa suprema forma di lotta. resterebbe la politica ma ha ancora meno fan

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  2. carusopascoski ha detto:

    La vera impresa è invertire il senso comune su sapere e bellezza: nell’era della tecnica sono un più, nell’era dell’uomo sono la base di tutto. Ed io, inguaribile ottimista, pur tra istinti misantropi, voglio sperare che questa crisi, non sia la “giusta crisi” descritta dai Rockfeller ecc, ma una crisi profonda e radicale, che travolga ciò che non ha basi, ma solo appendici, o interessi. Che sia la crisi sbagliata, almeno.

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