Saviano e i saldi di fine stagione

“Et lui dovemo adorare et non questo legno” – Lando di Pietro, 1337.

Cheppalle. Ecco, l’unico commento possibile, se lucido e sgombro d’adorazione, circa il tanto decantato ed ennesimo discorso pubblico di Saviano, stavolta almeno ad una platea degna più del La Russa plaudente il Benigni improvvisatosi storico dell’ultimo e terribile San Remo, ossia quello del movimento di Occupy Wall Street. Per non parlare “dell’ora di buco del parlamento europeo”.
Già, eccone un altro, Benigni, annacquato ben bene rispetto ai più espliciti esordi di “La cosa più schifosa è se nasce un fascista” (non applaudibili da un viscido politicante in prima serata), a forza di stringimani ed applausi alla “Padre Nostro che sei nei cieli” da un pubblico sempre più pagante e incapace di intendere e di volere.

Tutti voi avranno letto o sentito l’incredibile, a dir poco, tuonar di voci dell’ex autore di “Gomorra”, verrebbe da dire, ai ragazzi di OWS. Si, sto scherzando, sto parlando di quel banale ronzio riverberato principalmente dal Gruppo Espresso, che ormai ha eletto Saviano a intellettuale d’adozione, plasmandolo in una macchina da share e applausi muti, all’unisono. Anche quando non parla di camorra.
Quando parla di camorra, incantando e scioccando, abbiamo in Italia la sorte di avere Borriello, Cannavaro ed altri autentici luminari che criticano Saviano per sport (quel che si dice la forza dell’abitudine) e dall’alto del loro analfabetismo, o Emilio Fede, che ne ha criticato l’uso della scorta, lui che è abituato a circondarsi di metorine al limite della maggiore età, e altri che lo criticano laddove è senz’altro, lui si e seriamente, un luminare. Mi auguro che non serva sottolineare la mia distanza da questi ominidi in carriera, ma intendo rimarcarla per evitare equivoci, come quelli che il suo editore Marina Berlusconi ha con se stessa, avendo definito uno dei migliori incassi della sua scuderia come un uomo che le fa orrore.

Ebbene, desidero limitarmi ad indire un appello: qualcuno mi aiuta a comprendere cosa mai Saviano ha detto di significativo e illuminante ieri a New York o tutte le volte in cui non parla dell’unica materia in cui può, e deve, disporre di un megafono, ossia la camorra?
Una volta quelli bravi e scomodi come lui li ammazzavano, oggi li mettono su un podio. Una volta sul podio, è la statura del pluripremiato a decretare l’ammutinamento dello spirito critico e del gusto per la provocazione od un più forte batter d’ali nella solitudine/libertà del satiro, per citare un libro d’uno che più hanno provato ad incensarlo e più s’è isolato, quel geniaccio cattivo e irrisolto di Flaiano.
Così Saviano, dopo quel libro scomodissimo ed incendiario che fu ed è “Gomorra”, ha costretto gli editori a gareggiare per accaparrarselo. E poi, a renderlo mansueto e onnipresente, sovraespondendolo attraverso tv, radio, web ad un messaggio tanto condivisibile tanto banale e annacquato, che Travaglio definì con una stroncatura alla Giovanni Papini (a proposito di irrisolti e controversi): “Antimafia in salsa drama-fiction con poca, pochissima capacità di delineare storicamente gli scenari, anzi dimenticandosi di quelli più recenti negli sviluppi di cronaca (una scelta di prudenza, per non dire brutte parole?)”
Non è forse il caso di smettere di considerarlo un intellettuale, e riportarlo al suo vero mestiere, ossia il giornalismo d’inchiesta?

Se Saviano per Gomorra rischia costantemente e concretamente la vita, per tutta la produzione altra dal suo libro cult al massimo rischia un ingaggio per Panorama. Riprendendo le contestatissime tesi del sociologo italiano Alessandro Dal Lago circa la discutibilità letteraria di “Gomorra” stesso, è possibile parlare di “un cortocircuito tra quello che l’autore ha scritto e il ruolo super-eroico che di fatto gli viene attribuito, soprattutto a sinistra («rockstar dell’anno», «titano» eccetera), con una funzione al tempo stesso consolatoria e distraente, e che quindi non si sottrae, e anzi aggiunga valore, alla dimensione iper-mediale in cui la politica italiana è precipitata da una quindicina d’anni. Questo stile alla Carlyle è del tutto complementare a quello che io chiamo «berlusconismo», e cioè al regime delle contrapposizioni maiuscole immaginarie (Libertà contro Comunismo, per dirne solo una) che domina il nostro particolare agone politico. In questa dimensione simbolica rientra anche il ruolo, che Saviano si attribuisce spesso, di Voce che si oppone al Potere. A me sembra che la sua opera, al di là del valore letterario discutibile e da discutere, sia stata una denuncia del crimine organizzato, questo sì, ma che per il resto attinga a piene mani alla retorica di cui sopra”.
Provo a parafrasare: Saviano occupa un posto già pronto ad aspettare lui o chi avesse una faccia buona e la bravura di farsi notare, ritagliato su misura per alimentare, attraverso la sua critica conformata, la forza simbolica di coloro a cui si oppone, e la vita stessa d’un sistema capace solo di generare simboli equivoci e divisioni manichee buone solo a diventare Best Seller sugli scaffali. Non serve citare il Mefistofele faustiano di Goethe, e chiarisco: sono certo che questo effetto gli riesca del tutto involontario e che sia in assoluta buona fede. Come sono certo che sia oggi del tutto innocuo, quando non frainteso.
Saviano, l’ultimo Benigni e tutti i fenomeni mediatici bipartisan, che uniscono senza valori d’unione, ma attraverso la mera appartenenza ad un contesto generazionale e la condivisione emotiva, riesce a completare il cortocircuito, ossia a renderlo immune da minacce esterne, critiche spesso fondate, altrettanto spesso no, che potrebbero generare nuovi (i primi) veri spazi di discussione, come si conviene a una vera Agorà. Chi oggi osa criticare questi Padrieterni della democratizzazione impoverita delle conoscenze e delle emozioni va incontro al linciaggio. Una volta accadeva agli eretici che proponevano una lettura diversa delle Sacre Scritture.

Roger Waters nel suo enciclopedico trattato di filosofia, e poi album rock, “The Wall”, teorizza il fascismo del rock stesso (chiaro come Saviano sia, in tutto e per tutto, equiparabile a un simbolo rock) attraverso un palco, un pubblico, un voce amplificata ed altre mille tra gli spettatori che si concedono al silenzio dell’ascolto, per poi trovarsi imprigionata in un silenzio senza ascolto, una fortezza vuota e consolata dal megafono/microfono di turno. Un grande muro da abbattere, per avere indietro la loro dimensione umana.
Ben prima, nelk 1337, Lando di Pietro esortava i cristiani ad adorare Cristo e non il legno che lo raffigurava. E noi dovremmo amare libertà e giustizia come principi, e non lo spot che incarna essi per conto di terzi, il più delle volte in malafede.
Non solo il Saviano di ieri era legno, ma lo stesso legno usato per il Cavallo di Troia, non solamente innocuo, ma anche pericoloso perchè necessario al vero potere, che preferisce la sua critica prevedibile e conformata ad altre nuove ed originali, queste si capaci di battere un colpo, di riverberare un eco in autonomia dall’interesse dell’editore di turno; per prender possesso, in una nuova notte di tragedia, stavolta la notte delle coscienza, d’una nuova generazione, perduta e certa di incarnare la sua più grande illusione, la libertà.
D’altronde se il bipolarismo politico è di facciata, lo è anche quello ideologico. E infatti, l’intellettuale Saviano non è che una icona propagandata dal sistema da venerare senza indugi, e nella speranza che torni presto a fare il suo mestiere, il cittadino appassionato, stringo la mano a Lando di Pietro, che già quasi 700 anni fa aveva capito tutto e che i ragazzi di New York, pur animati dai migliori intenti, non celebrano tra i propri idoli, nè conoscono, non potendo dunque apprendere la lezione.

Riporto infine la definizione che Wikipedia da all’iconoclastia di cui vengono tacciati tutti coloro che si permettono di elargire critiche (sono galloni d’oro, le critiche) a questi presunti intellettuali da Best Seller: “L’iconoclastia – o iconoclasmo – (dal greco εἰκόν – eikón, “immagine” e κλάζω – klázo, “distruggo”) è stato un movimento di carattere politico – religioso sviluppatosi nell’impero bizantino intorno alla prima metà del secolo VIII. La base dottrinale di questo movimento era l’affermazione che la venerazione delle icone spesso sfociasse in una forma di idolatria, detta “iconolatria”. Questa convinzione provocò non solo un duro confronto dottrinario ma anche la distruzione materiale di un gran numero di icone.”

Facciamo ora il gioco della torre, perchè su una torre a tu per tu con l’abisso, a forza di crescere e crescere, è evidente che ci siamo. Dobbiamo dunque compiere una scelta: iconoclastia o iconolatria?
Meditate gente, meditate.
O adorate.

Per i sentimenti, alla cassa 1. Le idee, alla cassa 2. L’indignazione alla cassa 3.
Svendita totale al Supermarket dell’Io .

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