Nick Mano Fredda (Stuart Rosenberg, 1967)

Omaggio alla ribellione, film sul carcere, parabola antirepressiva, poetica di denuncia. “Nick Mano Fredda” è tutto questo, ed anche qualcosa di più.
Tratto dal libro di un ex detenuto, Donn Preance, e girato da Stuart Rosenberg nel 1967, è un film che proietta Paul Newman nella leggenda, con un ruolo da ribelle alla James Dean, per non dire alla Billy “the Kid”, quel Nick Jackson capitato per una pesante bravata in prigione, che rifiuterà ad oltranza l’ordine carcerario, benchè la vita dentro la prigione sia qui ridotta all’osso per mostrarci la vita dei lavori forzati, con sole cocente ed una colonna sonora da urlo, tra terra alzata e libertà sudata con anni di sottomissione, di “Si Signore”, fino a che qualcuno non arriva e mettere in discussione il sistema, e ne stravolge l’ordine.

Nick arriva in uno sperduto campo di prigionia nella infinita campagna americana. Nessun flashback circa la precedente vita del novello fuorilegge da riformare, i capi d’imputazione sono letti dal terribile “Capitano”: Nick ha “decapitato”, senza alcuno scopo, i parchimetri d’un parcheggio, ed è passato sotto le armi da soldato semplice a sergente, con uno stuolo di medaglie, e poi di nuovo a soldato semplice. Un tipo strano dunque, silenzioso e ingegnoso, che saprà conquistarsi presto, attraverso una serie di prove, anche durissime, di coerenza interna, le simpatie dei colleghi con pantaloni a strisce, la curiosità dei guardiani, “Boss” e la calamità degli eventi.

E’ un carcere davvero particolare, la Divisione di Correzione “Road Division 36”.  Dall’estremo e violento cinismo di “Sparafucilie”, un “Boss” più boss di altri, che spara a qualsiasi oggetto in movimento, sino a Carr, capocamerata di parole dure ma anche buon cuore, che tollera ciò che gli è permesso ed a guardie intransigenti e ciniche che si commuovono poi per la morte di un cane, ma non per quella della madre di Nick, sintomi stessi d’un sistema troppo duro per esser proprio degli uomini, ma imposto e accettato a priori.
I carcerati della Divisione dormono in una camerata, lavorano nei campi tutto il giorno ed hanno alcuni momenti di residua umanità pur da galera, in particolare dovute al clima di gruppo che si crea dopo l’ingresso di Nick, che col suo carisma votato alla rivolta, aspri confronti e goliardate, catalizzerà gli umori dei carcerati su un polo di speranza, vedendo in lui un esempio da seguire, un uomo più uomo degli altri.

Tutti gli attori sono su soglie stellari, ma se il film gira, esso gira intorno a Nick, un Paul Newman spettacolare: “eroe ribelle e disincantato allo stesso tempo, con il rimpianto verso quella vita normale che ha tentato di intraprendere senza riuscirci, ben risaltato nel colloquio con la madre morente e prima di morire, invocando invano un Dio assente. E’ pienamente consapevole che sarà sempre sconfitto da quel Sistema che disprezza, ma non rinuncia mai a lottare di fronte ai soprusi, alle ingiustizie ed a tutto ciò che contrasta con i propri valori. Nick ha come unico referente sé stesso, è un uomo libero da ogni vincolo, pervaso da uno spirito anarchico che il Sistema non può tollerare”.
Due sono i personaggi che animano Nick, uno è l’amico “Dragline”, intrepretato da un George Kennedy da Oscar, conquistato nell’episodio rivelatore della missione interiore di Nick, un improvvisato incontro di Boxe per regolare uno scontro tra i due, in cui Mano Fredda, nonostante l’evidente resa fisica, dirà a un Dragline che gli chiede di arrendersi, quel “dovrai prima ammazzarmi” il cui eco risuona in tutto il film.
L’altro è “Sparafucile”, con quei suoi occhiali da sole Rayban perennemente sugli occhi, che specchiano, con aspra fermezza, la miserevole vita che riserva ai carcerati che osano opporsi alla sua autorità. Occhiali che fino alla ultima magistrale scena, sono il simbolo della cecità d’un potere che specchia la realtà davanti ai propri occhi senza mai metterla a fuoco, ed a cui Nick Mano Fredda, non può sottomettersi.

“C’è più gusto a vincere quando non si ha niente” dirà Nick, e se c’è qualcosa di leggendario, di questo film, è il suo consapevole e costante sorriso di sfida, un sorriso di pace, la pace interiore d’un uomo che si è votato completamente a se stesso ed a ciò in cui crede, la libertà degli uomini e l’anarchia dello spirito, e che, senza volerlo, finirà per liberare un’idea, quella della rivolta universale, in un film in cui esistono vincitori e vinti ed essi sono invertiti rispetto ai ruoli sociali conferiti dall’ordine vigente.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Cinema. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...