Sovranità e Crisi, la scommessa della Grecia per uscire dalla “Debitocrazia”

Il primo ministro greco Papandreu ha annunciato all’Unione Europea ed ai mercati internazionali la decisione di indire un Referendum sul “piano di salvataggio” U.E.  in Grecia, il secondo a distanza di un anno e mezzo dal primo, disastroso per il popolo greco e ampiamente vano nel risollevare le sorti d’un paese in mano ad una oligarchia che nessuno si aspettava capace di un colpo di reni democratico di queste fattezze.

Scrive Francesco Daveri su “La Voce”: “oggi, con la sua decisione di indire un referendum che approvi o rifiuti l’accordo europeo per la concessione di 130 miliardi di aiuti associati a 30mila licenziamenti nel pubblico impiego, tagli alle pensioni e riduzioni delle detrazioni fiscali, la Grecia ha detto basta. Non vuole più essere rosolata a fuoco lento. Con il referendum, Papandreou chiede ai greci di esprimersi direttamente sulla loro appartenenza all’euro”.
Intanto, Piazza Affari sprofonda, lo spread tocca quota 450 e lo Stato italiano si trova a pagare una cifra sempre più vicina a quel 7% critico, l’ interesse sui suoi Buoni del Tesoro decennali. Un circolo vizioso che aumenta la velocità della deriva proprio nei pressi dell’abisso e favorito dallo stallo politico vigente su cui ogni commento è superfluo.

E’ chiaro a tutti che l’esito del Referendum in Grecia non possa che essere la bocciatura del nuovo piano di macelleria sociale varato dai vertici dell’Eurozona, a testimonianza di ciò basti leggere le vibranti proteste opposte contro quello che è, sulla carta, un diritto fondamentale di ogni stato nazionale riconosciuto, ossia l’autodeterminazione, in particolare quando essa è minacciata dalla scure del F.M.I. e della B.C.E.. Altrettanto chiaro è il destino della Grecia nel caso d’un rifiuto della presente direttiva europea: il Default e l’uscita dall’Euro. Due soluzioni già adombrate sul capo della Grecia, che però passerebbero ai fatti senza nuove e sanguinose misure d’austerity infruttuose per poi guardare all’esempio dell’Argentina, con tutti i limiti derivanti dalle differenti specificità dei due paesi.

Non è difficile capire i motivi dello shock dei leader europei in seguito all’annuncio del Referendum. Oltre che rappresentare il primo giudizio popolare sull’Euro, si consideri che Atene, a differenza della minuscola e marginale Islanda, è quell’elemento del sistema capace di generare, date le condizioni già precarie degli altri componenti sistemici, un effetto domino che travolgerebbe l’Eurozona e che sconvolgerebbe gli equilibri dell’attuale Ordine Mondiale, già minato dalle richieste di cittadinanza nella stanza dei bottoni della finanza internazionale dei cosiddetti “BRICS”, le economie emergenti riferibili a Brasile, Cina, India, Russia, Sud Africa.
Non che il passaggio di consegne non sarebbe avvenuto lo stesso, con forme graduali e resistenze ad oltranza, permettendo ai Paperoni nostrani di salvarsi dal naufragio. Ma adesso è realisticamente più probabile che questo avvenga in modo radicale, in tempi brevi e senza pianificazioni dei banchieri alla Jacques Attali (”Non è colpa nostra se la plebaglia europea credeva che l’unione monetaria fosse stata fatta per la propria felicità”), gli stessi che il popolo greco ha riconosciuto, dietro le spoglie dei piani di salvataggio e dei tagli, anche ingenti, al debito, come nemici dell’armonia sociale.

Mesi di vera informazione, lotta violenta e scioperi ad oltranza hanno portato al ripristino della sovranità nazionale, o almeno alla concessione di maggiore democrazia diretta. Le tendine colorate e le frasine in spagnolo non sono servite, se non ai media, per oscurare le proteste, laddove la partecipazione era massiccia e realmente determinata ad invertire il corso della storia ed andava oltre ad uno sterile e quantomai fuoriluogo entusiasmo di pseudo rivolta giovanile, un rituale liturgico per compiere il passaggio dall’adolescenza alla maturità, e non nel senso dei contenuti della protesta, ma di una partecipazione ad essa nella sua forma più educata ed edulcorata.

Trovo del tutto naturale che la determinazione della lotta del popolo greco abbia condotto a questa vittoria democratica. Trovo del tutto naturale che un popolo governato da una casta/cosca da 20 anni, che 15 giorni fa se l’è presa con chi non s’è accontentato di sfilare educatamente in piazza, oggi suoni campana a morto ed aspetti un principe illuminato, un nuovo Augusto, a cui delegare il nostro futuro, così come deleghiamo il nostro diritto dovere di rivolta sociale ora all’Islanda, ora alla Grecia, ora a ciò che domani sfiderà ciò che noi abbiamo paura anche solo di chiamare col proprio nome, ossia “Debitocrazia”.
Ancora una volta nella sua lunga storia, dunque, il nuovo corso del mondo potrebbe vedere il proprio principio in Grecia. Debbo confessare tuttavia di essere un inguaribile ottimista, insieme al popolo greco, per riuscire ad intravedere nell’incrinarsi finale del Titanic la creazione d’una onda che travolgendo i fari corrotti all’estremità delle lande all’orizzonte, ristabilisce giustizia, pace e armonia tra i popoli.

Ma forse, questa scommessa di prospettiva del popolo di greco è quella della disperazione, invertendo il senso della scommessa di Pascal sulla fede in Dio.
Se tanto devo fallire, non mi costa niente provare prima a salvarmi.

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