La prima notte di quiete (Valerio Zurlini, 1972)

“È un film impudico, come tutti i film che possono dare la sensazione di una confessione al limite del nichilismo. […] Ha, mi pare, un grande vantaggio rispetto alle pellicole normali: è stato fatto dimenticando volutamente ogni funzione di controllo critico”.
Così, Valerio Zurlini, regista e sceneggiatore di questo capolavoro italiano del 1972, descrive la nera parabola esistenziale di Daniele Dominici, Professore d’Arte e poeta misconosciuto giunto in una Rimini a metà tra quella de “I Vitelloni”, con le scorpacciate di baccanali sottratte alla noia, tra vizio e impudicizia, e la Le Havre de “Il porto delle nebbie” di Carné, con quelle passeggiate solitarie del Professore vicino al porto, quella nebbia che toglie futuro all’azione. Una città, dunque, che è cornice fredda e insensibile, ombra di dolore a venire, del suo amore per Vanina, “molto bella, ma scomoda, con molto passato, poco presente, niente futuro”.

Si narra la storia di un amore da bassifondi, pur immerso in una Rimini dell’alta borghesia che cela i propri malcostumi al riparo da sguardi indiscreti, pur sbocciata in aula di Liceo. Lei è Vanina, obliqua, elusiva e affascinante, d’una malinconia che contagia l'”apprendista cinico perennemente rinviato a settembre” Domenici, che trascina quel che resta dei suoi entusiasmi giovanili, dei suoi tremendi dolori, delle sue scelte passate (tra cui, l’amante con cui convive), dietro alla sua ombra di morte. Intorno, una serie di Vitelloni, tra cui l’indimenticabile “Spider”, impersonificato da un Giancarlo Giannini in stato di grazia, l’unico, forse insieme al semplice Marcello, a guadagnarsi un residuo d’affetto del protagonista, il Domenici di Alain Delon, tenebroso e ora assente, ora distratto dalle spine intorno alla rosa intravista in Vanina, e di “trasandata bellezza”.

Una colonna Jazz di dolente tensione fiammeggia la desolazione dei personaggi e dona loro un poco di vita, così immersi nell’affogare il vuoto interno e intorno a sè, da esiliare, accettandolo, Domenici al ruolo di Bohemien incompreso. Tutti, eccetto “Spider”, l’unico personaggio a crescere insieme all’amore tra i due, a svelarsi con una cultura ed una umanità sorprendente, a divenire l’occhio stesso da cui lo spettatore osserva un amore tendersi e toccarsi, per poi divampare come fiamme di un folle incendio finale.

“Il Porto delle Nebbie”. Di esso colpisce la somiglianza nel narrare un amore duramente osteggiato e la figura che vi si frappone, qui incarnata in un giovane nefasto e insensibile, il facoltoso sbruffone Gerardo (simbolo d’una intera classe sociale?) e nel classico di Carnè nella brutalità selvaggia del tutore Zabel. Il tratto comune è che questi due “cattivi” per eccellenza, sono entrambi incolpevoli di se stessi, essendo essi stessi vittime d’un male più grande e non definibile che contagia qui i tempi correnti, là l’essere umano. “I Vitelloni”, ancora, perchè non sfugge a Zurlini un breve ma vivido ritratto di provincia, a sfondo del melodramma esistenziale che come una berlina nella nebbia, avanza, appunto, verso “la prima notte di quiete”, da un verso di Goethe che designa la morte “perché si dorme senza sogni”.
E Goethe è nell’aria, tanto da poter sommariamente descrivere Dominici come un Werther contemporaneo, dotato della stessa eleganza e della stessa risoluta disperazione. Un Professore in una scuola all’antica di Rimini, in cui è proibito parlare di Mao ed in cui la sua funzione è “spiegare perché un verso del Petrarca è bello” oltre ad amare il proprio opposto, l’Altro (Vanina) che non si svela ai nostri occhi al primo sguardo come se stesso, e che gli farà dichiarare una delle più belle frasi d’amore della Storia del Cinema.

“Ma lo sconforto che hai dentro, la tua malinconia senza rimedio, non riesco a sopportarla”

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4 risposte a La prima notte di quiete (Valerio Zurlini, 1972)

  1. Proffe ha detto:

    Bellissimo film con un bravissimo ( e pure bellissimo Alain Delon )!
    Bravo a ricordarlo ai più distratti…

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  2. joe ha detto:

    un film..che ..dire irripetibile..a un ventenne potrà dire poco purtroppo…io ero andato a vederlo al cinema negli anni 70 appena uscito…ed è subito entrato nelle vene..l ho rivisto e stravisto..e ogni volta lo vedo con occhi diversi come lo vedessi la prima volta…difficile spiegare il perché…è unico nel suo genere…forse perché ci si immedesima nel personaggio….non so darle un aggettivo…diciamo superbo

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