Paesologia

Cesare Pavese scrive ne “La luna e i falò”: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Se sul primo breve periodo non posso che essere d’accordo, sul secondo il mio disaccordo è profondo, radicale e sfibrante. E, personalissimo, poiché il mio paese d’origine è Montecatini Terme, in Toscana, e nessun altro.

Se il mio sentimi italiano è confinato in un sentimento, più che in un vero e proprio riconoscimento di cittadinanza, allora posso ben dichiarare la mia condizione di apolide, poiché riconosco alle sole comunità locali l’integrità, l’unità e la continuità linguistica, culturale e storica, di cui io stesso sento l’assenza. Orfano di terra natia, non ho una mia comunità locale di appartenenza, non ho nella mia terra qualcosa che mi aspetti, piuttosto, qualcosa che mi ricorda la mia diaspora, un museo a cielo aperto di disarmonica ineleganza, di rozza sciatteria, di analfabetismo emotivo.
Mi salva solo la mia toscanità, così offesa dal bigottismo erudito e borghese del mio paese d’origine, e poi ritrovata nella culla del mio presente, Firenze. Ma più che un luogo, essa è un sottofondo umorale, un’attitudine al riso amaro, all’ironia cinica, ad una malinconia sorridente.
Maledetta toscanità, ti stringo forte! Ancora una volta, tu che mi abbatti e mi salvi ogni giorno, che mi fai sentire così vivo in questa sferzante illusione.

Oggi, me ne sono andato, lasciando molto un tempo, troppo, trovando oggi, al mio ritorno il poco di buono resistito al fuoco furente che ha fatto d’un fascio d’erba una macchia di cenere annerita dall’acquazzone che separa le stagioni, anche quelle del cuore. Mi limito ad osservare il luogo in cui sono nato e cresciuto e che ho finito per disconoscere. Oggi, “vivo il mio paese come un fantasma, sono anni che non gioco per strada”.

Credo solo alle piccole storie isolate, di esseri umani che conosco personalmente e che strenuamente resistono con i loro valori, per impossibilità a muoversi, contro valori che oggi vendono di più e che stanno comprando tutto.
Credo allo sconosciuto, che sia contadino o Dante, pover’uomo abbattuto dalla fatica eppur mosso da un ingegno vivo, che nessun libro insegna, o genio limpido che contagia il vicino della beltà rivoluzionaria del suo talento.
Credo alla saggezza del fanciullo mai sbocciato e all’armonia dello “scemo del paese”, una delle poche persone davvero interessanti su cui mi sia interrogato profondamente, che abbia animato la mia curiosità e alimentato la fiamma della mia gioventù, l’unico costruttore di senso tra sordi consumatori predisposti a crepare come mosche, urlando senza voce, ronzando senza danza.

Ecco, si, cosa ricordo del mio paese, della mia prima fanciullezza: le puttane intorno a casa, osservate frettolosamente in un istante innamorato, di bambino imbarazzato che non si spiega come possano resistere a tanto freddo, così svestite nell’inverno. La loro resistenza termica mi spaventava e mi seduceva, le rendeva inumane, oggetti astrali, fiabeschi. Osavano rispondere al mio sguardo, negando poi io il soldo che apre le porte del mistero. Altri, mi avrebbero riferito del mio errore di interpretazione, svelato quella ben poca cosa che fu questo mio sogno imbarazzante.
Ricordo i “drogati” dell’allora USL, a 50 metri da casa, che non dovevo guardare negli occhi, mi dicevano tutti, e che per me furono gli orchi e le streghe, i lupi cattivi che colorano gli incubi, poi apparsi così umani in un giorno in cui una fila per un certificato mi rivelò la loro essenza più pura, in un bacio disperato d’una coppia che rubò così il tempo al metadone, all’asprezza ridente della sofferenza più nera, un’ancora che non trova fondale, e che continua a scendere e scendere.
Ricordo Suor Maria, l’unica persona di fede delle troppe incontrate alla “scuola dei preti” dove feci le elementari, in cui abbia riconosciuto la Grazia di Dio, il gesto puro, la generosità perfetta, il sorriso esatto, ferito e luminoso, e per questo destinato, nelle gerarchie dell’istituto, ad esser scomodo esempio di virtù, ostinata espressione di libertà e amore, anarchico sentire che segue il solo canto che si leva più alto.
Ed altri, che avrei voluto salvare, presuntuosamente, ma che sono già salvi, e sono lì, quando torno, solo per una questione di temporalità, più che di spazio. Vi lancio una benedizione povera, tra umili servitori di noi stessi quali siamo e ci riconosciamo: che le altre voci confuse non coprano l’amore del vostro, del nostro respiro.

E ricordo i miei amici più veri, i pochi rimasti, la mia famiglia, che sono oggi entità calde prive di luogo. Non certo un paese, non certo quel paese, così misero e meschino, così sedotto dalla mondanità del conformismo, così povero di passioni ed occhi che rispondano sinceri ad uno sguardo che altro non chiede, che del riconoscersi fratelli.

Come la roccia ha in sé la forma che diverrà scultura, io ho sempre sentito d’esser altro dal tutto che mi circondava. Ed un giorno, come la scultura emerge dalla pietra, un’anima tra molte emerse tra i corpi informi.

Ecco cos’è il mio paese: pietra, dura e fredda.
E qualche isolato sorriso che a volte sembra poterla scolpire.

* Articolo pubblicato su “Comunità Provvisorie”, il Blog della Paesologia – http://comunitaprovvisorie.wordpress.com/2011/10/28/pietra-dura-e-fredda/

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