Tom Waits – Closing Time

Il padrone lucida i bicchieri che si sono riempiti e svuotati per un’altra sera di whiskey e malinconia. Gli ultimi clienti escono. Poi, il rumore di una saracinesca, una portiera che si chiude, un motore che si accende, verso casa stancamente, o verso un vagabondaggio notturno trasognato e senza direzione. Una Oldsmobile che sfreccia su strade dormienti che attendono i primi rumori del mattino per svegliarsi, un ragazzotto 24enne con una voce che insieme al troppo fumo e all’alcol digerito, intona un inno delicato e intimista, da crooner romantico, all’orario di chiusura dei locali. Bettole, visto che il ragazzotto in questione è Tom Waits, l’anno è il 1973 ed i luoghi sono i club notturni di Los Angeles.

In questo disco vive tutta la giovinezza di Waits, dalla passione del Jazz del padre trasmessa al figlio, alla vita vagabonda in cui era accompagnato dagli esclusi dalla torta del successo U.S.A., quelli dalla parte sbagliata del sogno americano: puttane, ubriaconi, barboni e poveri poeti che scivolavano mesti sui marciapiedi d’una città in piena sbornia di mondanità. Storie di gente della notte,  filtrate dalla Beat Generation (Kerouac) e dai randagi della prosa (Miller, Bukowski), che suonate sul piano di una piccola locanda, lo portarono fino allo studio di registrazione, fino a questo disco, per spingerlo oltre, in una asimmetrica corsa esistenziale per cui all’abisso dell’umore di Waits, ne corrisponde la massima grandezza artistica. Si, sto parlando di “Rain Dogs”, il suo nono album. Ma adesso, partiamo dall’inizio, da questo imperfetto eppur così vivo “Closing Time”.

“Ol”55″ è una delicatissima canzone d’amore ad una accozzaglia di lamiere intrecciate tra loro, corrispondenti alla Oldsmobile, l’auto di Waits, fiera compagna di sbandamenti, e ricordata con la nostalgia d’un canto sofferto che si poggia su un’armonia di piano, chitarra, batteria e coro. “I Hope That I Don’t Fall In Love With You” è un’altra delicata canzone d’amore e distanza, in cui l’elogio vocale al fantasma sentimentale dell’autore s’incunea su corde tristi e ostinate.
“Verginia Avenue” è la strada su cui Waits si allontana, sfibrato e sognante, non ancora sconfitto dall’America in un labirinto urbano in cui il suono di tromba sembra uscire da un tombino fumante. Sta pensando. Pensa al contenuto di “Old Shoes (Pictures & Postcards), e affiora l’immagine di vecchie scarpe e  fotografie ingiallite, tema di una nuova splendida ballata sul tema del ricordo.
Poi, decide di tornare a casa e suonare a se stesso brindando alla propria solitudine, una “Midnight Lullaby” per cuori infranti, piano e tromba. Nella coda, il Waits più delicato di sempre incastona un diamante di purezza inspiegabile: il piano smette di suonare ed inizia a lacrimare ricordi di miglior fanciullezza. Eccola, “Martha”, l’ombra del disco, che si svela alla sua sesta traccia, l’amore perduto e mai dimenticato in una canzone indimenticabile, ripresa da Tim Buckley, la cronaca struggente d’una telefonata fatta con decenni di ritardo. E Martha risponde. Si parla de “i giorni delle rose, della poesia e della prosa”, di come tutto sia cambiato. Il piano, già lacrimante, ora singhiozza d’un dolce dolore che riscalda il cuore ed annienta l’istante per concedersi alla memoria perfetta, la nostalgia perfetta. Dopo “Martha”, arriva “Rosie” e un’altra delicata canzone d’amore, stavolta non indimenticabile, eppure ancora dolcemente coinvolgente.
I ricordi, trascorsa la visione del passato, non lasciano che tristezza ed un senso beffardo di solitudine. E’ “Lonely”, così sospesa, intima, irrisolta. Una bozza acustica che non può chiudersi senza lo spalancarsi dell’abisso. Ma non è l’abisso, la destinazione, almeno stavolta. “Ice Cream Man”, suona selvaggiamente sorprendente, polo estremo e opposto che sposta l’autore, appunto, dall’abisso all’euforia divertita, che come il primo, non può durare. Il ritmo, un carillon musicato, è troppo sostenuto per le fioche luci notturne presenti ai margini delle strade. L’atterraggio è dei più nivei, in “Little Trip To Heaven”, il nuovo istante presente, chiarificato dall’immersione del ricordo da cui si è appena emersi, torna la tromba, stavolta a carezzarci, con un piano che torna a passeggiare languidamente per le strade della Città degli Angeli.
“Grapefuit Moon”, benedizione a quell’unica stella ancora accesa nel cielo notturno, forse una sigaretta, forse una illusione dovuta ai passi stanchi, trascinati sul marciapiede sporco che riposa la schiena per un giorno di nuove percosse chiassose, in passi. E’ un Waits al limite del mellifluo, confrontato coi dischi a venire, così ubriachi e rabbiosi. Eppure, è un Waits così commovente, che si scioglie nella strumentale e conclusiva “Closing Time”, colonna sonora di ogni quadro di Edward Hopper, alimentata da un connubio di fiati, corde e tasti su cui le dita non si poggiano, ma sprofondano, ed il cui risultato è la constatazione feconda di essere davanti al disco più intimo e crepuscolare di Tom Waits, al canto del cigno della sua delicatezza di fanciullo, che farà ritorno ora rabbiosa, ora lancinante, in squarci futuri, ma non sarà più  lieve sottofondo umorale d’artista, ma rivendicazione di purezza, disperata, del ribelle, d’un lirico rifiuto umano.

Non sarà l’album più bello di Waits, ma nessun altro disco ha il sapore delle sue sigarette spente sull’asfalto bagnato, il profilo della sua figura notturna che si allontana con le mani in tasca, camminando, e non sbandando come il Waits a venire, tra un palo della luce che funziona malamente e una saracinesca chiusa, con l’amaro in bocca, e non solo in senso figurato.

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