Morto un rais, si fa un Sarkozy

E’ morto Gheddafi, stavolta, a differenza dell’altro ex amico dello Zio Sam,Bin Laden, ce lo hanno sbattuto ben in faccia, mostrandocelo cadavere, preso a calci, sbattuto a terra, ferito tra la folla inferocita. Una fine folle ma onorevole, di chi probabilmente credeva ancora nella vittoria, oppure in un salva condotto last minute offerto da qualche residuo amico. Ha sempre giurato di voler combattere fino all’ultimo e morire in Libia. Non lo si può accusare di incoerenza, almeno circa i suoi ultimi mesi.

Invece, lo si poteva benissimo accusare, attraverso un giusto processo, dei crimini da egli perpetrati su un popolo intero per 42 anni, così come dei legami geopolitici da lui strinti con l’Occidente, che sarebbe però passato da beneficiario ad accusatore. Una scena comica, che i vertici militari ribelli hanno accuratamente evitato di far passare a chi ha dato loro armi e copertura aerea per mesi. Sarebbe stato interessante ascoltare un Gheddafi in gabbia rivelare i segreti della banda di cui aveva fatto parte fino a pochi mesi prima, quando ebbe la sciagurata idea di assumere una politica estera eccessivamente ondivaga e propensa a privilegiare vecchi e nuovi amici come Chavez e il Brasile rispetto al blocco atlantico, lo stesso che oggi dichiara da più parti la fine della missione.

La “Rivoluzione” libica non esiste. Esiste un popolo esasperato da una oligarchia cieca e violenta, ma diviso in etnie tra loro diversissime ed in conflitto reciproco, ed una guerra iniziata e finita dall’Occidente, finita col rovesciamento del regime. Regime che mai sarebbe caduto senza l’ingresso in scena della NATO.
Ma se i leader atlantici hanno, col supporto dei media, appiccicato l’etichetta “missione di pace” sui bombardamente NATO, dovrebbero ricordarsi di rimuoverla a pace stabilita, non a guerra finita, altrimenti si chiama “missione di guerra”.
La “missione di pace” ha ucciso il nemico e può dirsi conclusa con il termine della guerra, la vittoria dei ribelli sul vecchio tiranno in fuga. Una scena commovente, che sembra scritta da Hollywood, con quel ragazzino portato in trionfo dalla folla, che impugna la pistola d’oro di Gheddafi e mostra il cappellino dei New York Yankees. La propaganda bellica non avrebbe potuto far di meglio della realtà, stavolta.
Peccato che le cose siano andate diversamente. Certo è davvero curioso che una volta che gli Yankee non uccidono materialemente il nemico, lo uccidano simbolicamente (e con i caccia a minare i cieli libici ed aprire la strada ai ribelli).
E’ dunque legittimo oggi ridere in faccia a chi non chiama questa missione con il suo nome, ossia “missione di guerra”. Finita la guerra e lasciando il tempo di insediarsi al fantoccio designato da Obama e Sarkozy e da radiocomandare a distanza, aggiungendo, proprio a voler esagerare, il tempo di addestrare un esercito nazionale, l’Occidente fa le valigie, se ne torna a casa dopo aver dilaniato un paese per riappropriarsi del petrolio che stava sfuggendo per altri lidi, e lasciando lo stesso in uno situazione aperta e pericolosa, con tutti i cittadini armati e senza più un nemico comune da combattere, con numerosi rancori etnici da sistemare ed una crisi umanitaria pronta ad esplodere.

Pochi mesi fa, nel Wadi Rum giordano, chiacchierando con Alì, un ragazo beduino, intorno alla reciproca percezione della primavera araba o inverno mediterraneo che sia, mi disse a proposito della situazione in Libia: “Troppo petrolio perchè vi siano mai pace e armonia”. Per loro l’equazione è chiarissima: più petrolio uguale meno pace, e non più ricchezza, senz’altro più bombe. E zero sovranità nazionale. Ma questa certi popoli non osano neppure immaginarla, avendo sempre seguito la follia d’un leader prima, o gli interessi degli occupanti dopo. Questi popoli conoscono una sola sovranità: la miseria.

Questa “Rivoluzione”, di una qualsiasi rivoluzione, ha solo il fiocco.

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