Le rivolte del vicino sono sempre più verdi

“Apocalisse”, “Inferno”, “Terrore”, per gli atti di guerriglia urbana che sono accaduti sabato a Roma. “Teppisti”, “Delinquenti”, “Terroristi”, per chiamare chi, sabato, ha fatto una scelta senz’altro estrema. Questi sono i titoli che i giornali italiani, mai come in questi giorni espressione d’un Pensiero Comune che puzza di Estabilishment, hanno scelto per chiamare atti che, quando avvenuti solo qualche centinaia di km più in basso, per le rivoluzioni del Maghreb, erano stati titolati come “Rivoluzione” e “Ribelli”.

In entrambi i casi la versione è sbagliata, quando non di comodo. Sabato è stato qualcosa in più d’un battesimo di lotta (come quello visto solo il 15Dicembre a Roma), sabato è stato posto il seme sacro della Rivolta. E nel Maghreb, il caso Libia lo sta mostrando anche ai più scettici, è successo qualcosa di più complesso d’una Rivoluzione Popolare, e di più sporco. Si è venduta l’ennesima favola all’Occidente, che ci è cascato fino in fondo, tifando letteralmente per i ribelli e applaudendo gesti assai più lesivi dell’ordine pubblico di quelli visti a Roma, come grandi atti rivoluzionari, chiosando chiedendosi perchè in Italia questo non è ancora successo, cosa ci manca per essere come loro.

Oggi il problema dell’Italia sono le violenze di sabato, non quelle silenti e costanti perpetrate da 20 anni, coi titoli e gli emendamenti al posto dei sassi.
“Ci poteva scappare il morto”, chiosa Maroni, espressione d’un esecutivo che uccide il futuro dell’Italia giorno per giorno e che sono espressione di un comitato d’affari in cui “I politici gestiscono il flusso della spesa pubblica e le autorizzazioni amministrative; gli imprenditori si occupano della gestione dell’accesso al mercato; i mafiosi riciclano capitali, partecipano agli affari e mettono a disposizione la forza materiale per rimuovere gli ostacoli che non è possibile rimuovere con metodi legali”, come descritto dal gip di Palermo, Morosini.
Quando miioni di persone auspicano la caduta tragica e ad ogni costo d’un leader politico, siamo di fronte ad un tiranno. L’Italia è evidentemente dominata da un tiranno, che tiene sotto ricatto una classe politica intera, colpevole d’aver goduto delle lusinghe del potere un tempo, e trovandosi intrappolata oggi in questo Titanic che affonda irrimediabilmente, il Parlamento, senza poter scappare gridando e lanciando accuse precise, indicando verità nuove, ribellandosi ad un leader palesemente fuori controllo, anche per chi gli è più vicino. Questo, è la forza della tela di ricatti che tiene unita da disunita la maggioranza, questa è la forza che rende inerme l’opposizione, legata a doppio filo alla maggioranza, questa è la forza che divora il presente d’un popolo, il futuro d’una generazione.

Date le seguente premesse, a Roma è accaduto l’impensabile: manifestanti che catturano i “Black Bloc” (o “Ribelli” che propaganda ne voglia, dicevamo), cittadini “che si trasformano in poliziotti ausiliari, in una stupefacente complicità con due istituzioni – i media dominanti e la polizia – che sono i due principali pilastri di un sistema che permette all’1% di governare sul restante 99%” come ha scritto Serge Quadruppani. La propaganda dunque riesce a raggiungere il suo risultato più alto, il suo successo più grande: dopo aver ripetuto per mesi, oscurando voci fuori dal coro, che non c’era altra strada che adempiere ai diktat della BCE ed ai tagli del governo, immunizza i cittadini stessi da una ribellione che non sia effimera e nelle parole, che “non si concluda con il solito comizio elettorale” come hanno scritto gli autonomi che rivendicano gli scontri. Eppure, pochi mesi prima gli stessi indignati immunizzati si chiedevano cosa fosse ad impedire all’Italia una vera rivolta.
“Le Rivoluzioni non sono mai gentili” e non chiedono l’autorizzazione alla questura. Per un popolo di indignati estasiati dai moti popolari vioenti del Maghreb, se ne ha uno sconvolto dagli stessi in Italia. Eppure, quel popolo è il medesimo, è uno. Schizofrenici (da “schizofrenia”, dal greco, mente divisa) della ribellione, ostentano intenti pacifici, esaltando la violenza altrui, persino appoggiando la missione Nato in Libia senza capire che quella che sabato si è presentata a Roma nasce da una disperazione ed una indignazione sacrosanta, di cui al massimo, si può discutere il metodo, a discrezione della propria coscienza, e con uno sforzo d’intelligenza, con una visione coerente di cosa vuol dire “Rivolta”, di chi è un “Ribelle”, che valga ad ogni latitudine e che non dipenda dagli interessi di chi detiene partecipazioni nei concessionari d’opinione, i media.

Le “cazzate enormi” di bruciare le macchine, come definite dallo stesso gruppo autonomo Askatasuna intervistato da “Il Fatto Quotidiano”, che ha definito gli scontri di sabato come “resistenza di massa” non hanno aiutato un popolo incapace di decifrare un evento in modo autonomo dal titolo del giornale di riferimento a sgombrare il campo per una riflessione priva di distrattori. Per la violenza a carico di banche ed uffici pubblici, essi, essendo simboli dello stato, ne sono piena espressione, nel momento in cui il nucleo vero dello stato è di fatto irraggiungibile, come una vera oligarchia. Se si è indignati, e favorevoli ai moti d’insurrezione del Maghreb, magari persino alle bombe Nato in Libia, e si è contrari ad un attacco ai simboli dello stato di Roma, qualcuno deve esser stato davvero bravo a disorientare il nostro pensiero. Ed ecco qui le responsabilità dei media dominanti e delle istituzioni e di una educazione che rischia di mostrarsi in eccesso e trasformarsi in indulgenza.

Umberto Galimberti circa i disordini di Londra, da più osservatori avvicinati a quelli di sabato a Roma, scrive: “La nostra cultura ha assunto come unico valore di relazione e organizzazione sociale il denaro. Quando il denaro diventa l’unico generatore simbolico di tutti i valori, tutti coloro che non sono funzionali alla produzione di denaro o di profitto non vengono neppure considerati dei soggetti sociali. Questa è la ribellione degli esclusi dal denaro”. E questa è chiaro a tutti che sia una ribellione su vasta scala, ben lontana dall’essere Rivoluzione. Perchè? Eppure tifavamo tutti per il popolo egiziano in rivolta, volevamo essere proprio come loro. Erano solo pochi mesi fa, e la situazione nel frattempo può dirsi solo peggiorata, e molto.

Se è vero che “le rivoluzioni iniziano in piazza e finiscono a tavola”, come scrisse Longanesi, è difficile immaginarne una che inizi dalla tavola, una tavola sempre più smagrita ed essenziale, certo, ma pur sempre posta in fronte ad un televisore che modera l’umore, detta opinioni e si sostituisce alla morale, facendoci chiamare “Teppista” ciò che altrove immoliamo come “Ribelle”, salvatore della patria. Non è obbligatoria la seconda opzione, il libero arbitrio non è una finzione letteraria, la coerenza invece è dovuta per adulti e vaccinati a tutto, tranne che alle tecniche sempreverdi della macchina della propaganda.

É la coscienza stessa della forza delle proprie ragioni che manca al movimento in corso e che permetterebbe ad esso di procedere in autonomia reale (non basta chiudere il corteo ai partiti se poi adottiamo l’opinione del giornale di partito) e con coerenza. Un movimento che non può che essere autonomo, in una situazione in cui chi da sempre ha sollevato i moti popolari, la massoneria (Bolivar, Mazzini, ecc ecc…tutti massoni, per chi credesse ancora alle favole), siede già ai posti di potere e non ha alcun interesse a mandare a casa l’attuale sistema ma solo, al massimo e quando è già qualcosa, a cambiarlo dall’interno. Ma “chi dice di combattere la dittatura dall’interno è già complice” e di gattopardismi all’italiana ne abbiamo avuti fin troppi.

Non si tratta più di di affrontare il Complesso di Edipo con la polizia. Questa violenza è mancanza estrema di speranza. Quella che ci hanno tolto, rifiutando di ascoltarci, per oltre 20 anni, perpetrando una violenza sottile ed accorta, ma ben più profonda, coi titoli e con gli emendamenti, uomini in giacca e cravatta, senza caschi e spranghe. Quelli servono a chi non ha niente da far valere oltre che la propria disperazione.

Rifiutare di capire la violenza di Roma è il modo migliore per aumentarla. Ed è esattamente quello che sta accadendo.

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