Il vento fa il suo giro (Giorgio Diritti, 2005)

“E l’aura fai son vir”, in occitano, lingua parlata da 13 milioni di persone in Europa, tra Francia, Spagna e Italia, è un commovente film fatto di piccoli gesti e maestosi silenzi che si perdono all’orizzonte montano della Valle Maira, in provincia di Cuneo.
“Un film genuino, privo di retorica e che possiede la forza di un trattato antropologico”, recitato da attori non professionisti e costato meno di 500mila euro, vincitore di premi su premi all’estero e a lungo senza distribuzione in Italia, dove è diventato un piccolo Cult grazie al passaparola.

Philippe è un ex insegnante divenuto pastore, nauseato dalla modernità affacciatasi da tempo nella sua terra, i Pirenei, sotto forma di una centrale nucleare. In visita alle Alpi italiane per cercar casa, si imbatte sulla strada di ritorno in una Valle di selvaggia bellezza, a Chersogno (Ussolo, in verità), paesino di un centinaio di persone abbandonato dall’uomo che ha preferito le industrie della pianura, dove decide di spostare le sue pecore e la sua famiglia e tentare una difficile integrazione con la cultura e la gente del posto, svolgendo una attività ch’era comune sino solo a una generazione prima ed incarnando dunque il passato che ritorna, come vento, su una terra divenuta sola meta di vacanzieri estivi alla ricerca di fresco e pochi abitanti chiusi in una passionale diffidenza verso l’Altro.

Un film che scalda e genera il languore d’un caminetto acceso in un rifugio montano, con momenti, paesaggi e uomini che conservano la poesia della terra e delle uniche cose vere, quelle semplici e naturali, che infatti giungono dritte al cuore.
Il conflitto tra modernità e passato che ritorna è costante ma lirico, non appesantisce ma tesse la trama con la tenerezza della fatica d’un uomo, Philippe, che va incontro alla sconfitta con testardo amore per il suo lavoro, la sua vita, o quello grossolano e asincrono dello “scemo del paese”, che solo nella naturalistica esperienza della pastorizia, nel ritorno a forme pure ed umili d’esistenza, troverà un’armonia comune a quella di Philippe, destinata anch’essa a sciogliersi per virare altrove, come vento instancabile.
La modernità invece, fuorviante e affascinante, d’un fascino destinato a tradire, è incarnata da Fausto (un paradosso volontario?), musicista in crisi che sceglie la montagna per ritrovarsi e tornare in pianura, “dove si vive davvero”.

“Il vento fa il suo giro” è il racconto di una sconfitta, ma una sconfitta che apre la stagione ad una nuova semina, ad un vento di passato che ritorna a spirare su una comunità moribonda sotto il lustro della modernità, in cui l’uguaglianza nella carne e nella terra è un concetto in disuso, sostituita dalla tolleranza di cui Philippe dice: “La parola tolleranza non mi piace. Se devi tollerare qualcuno non c’è il senso d’uguaglianza”.
E quell’immagine intrisa della bellezza della Liberazione Finale, la corsa a braccia tese per i campi dello scemo del villaggio, faccia a faccia con una valle che sembra il teatro dell’Infinito e sfiorando quel vento che tutto fa ritornare, è una pagina indimenticabile d’una storia che torna, mutata nel tempo, a raccontarci la Storia dell’Uomo, la sua Caduta e la sua, possibile, Rinascita.
Perchè “il vento fa il suo giro ed ogni cosa prima o poi ritorna”.

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