Emanuel Carnevali, lettera a Giovanni Papini

“Sig. Papini:
Mi devo alzare dal letto e scriverle – la mia benedizione. Maledette siano tutte le lodi che avrà ascoltate o lette prima di questa, perché veramente mi fa male l’anima, e vorrei che lei lo sapesse – che mi stesse a sentire – per saperlo. Ma non è una lode. E’ un ringraziamento. E’ un ringraziamento. E’ un ringraziamento al fatto che lei vive, e che posso scrivere a lei quel che un giovane vorrebbe dire (…) Sono felice. So io che vivo. In cinque milioni di persone qua, ci sono io e c’è due amici miei, non più che vivono. E’ che sono felice. Perché, per ora, per una e due ore sono certo che vivo. A cagione di quello che scrisse lei di Whitman, di Dostoevskij e di Nietzsche. Ecco cosa le volevo dire – Che l’amo molto, molto, ed amo di rado, e quando amo bisogna che faccia un mucchio di storie”

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