L’Imperatore di Roma (Nico D’Alessandria, 1987)

Introdotto da un poster cinematografico di grande impatto visivo e simbolico, “L’Imperatore di Roma” è il piccolo grande miracolo di Nico D’Alessandria, che con un budget ridottissimo affonda le mani nel cuore della disperazione più nera degli anni ’80.
In un’ora e un quarto d’esplicito e crudo disicanto, il regista delinea un vivido diario sulla tossicodipenza, l’ermaginazione, “la solitudine del cittadino globale” per dirla alla Bauman, o dell’Imperatore, Gerry Sperandini (che interpreta se stesso), antieroe consegnato alla storia del cinema, un biondo vichingo urbano demolito dal rifiuto d’accettare una vita proletaria o piccolo borghese che sia, con lunghe sequenze di monologhi e camminate tra accattoni, prostitute e drogati.

Tra il Pasolini di “Accattone” ed un nuovo realismo estenuante e visionario, nel sogno duro e disperato d’un Imperatore col suo carico di pulsioni inconciliate in una Roma aliena e marginale, il regista delinea il racconto d’una moderna Via Crucis tra rapporti interpersonali sfibrati e sfibranti, la ricerca nera della sostanza, il ricovero, il rifiuto di tutto.
Sono i “rifiuti rifutati” umani della società consumistica degli 80’s, che si trascinano come gatti tra bidoni della spazzatura ed ampolle di confusi sogni residui, poggiandosi sull’illusione d’un mondo nuovo, il mondo della liberazione totale dal pesante macigno della vita, confondendosi nei ruderi d’una Roma da “Day After” apocalittico, essendo Ruderi umani della stessa, alla periferia dell’istinto di sopravvivenza.

Un film che “commuove non senza infastidire, per il degrado a cui si abbandona”, con dialoghi memorabili e scarnificati di qualsiasi istanza lirica, d’una verosimiglianza tanto cruda quanto mimetica, credibile fino a render percebile la frattura profonda tra sè e il mondo che porta ad una autodistruzione inevitabile, all’impersonificazione d’un grido lacerato e lacerante di orfani della speranza, naufraghi della modernità.

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