Il treno per il Darjeeling (Wes Anderson, 2007)

Wes Anderson centra ancora il bersaglio. Come? Con un Road Movie semiserio in India, spedendo tre fratelli stralunati sul pittoresco “Darjeeling Limited”, la locomotiva che si snoda lentissima attraverso l’Himalaya, a ripescare la madre fattasi suora.
Tutti sono freneticamente in fuga da qualcosa: paura di morire, mogli al settimo mese, cuori infranti. A bilanciare questa tipica modalità umana di reagire agli eventi, la quieta e favolosa India, autentica e non corretta all’Occidentale, che traspare di tanto in tanto, col suo spirito ancestrale, ora in un nuovo dettaglio, ora in un gesto. Così diversamente affascinante da cambiare la percezione che i tre hanno della propria vita, partiti con un biglietto di ritorno o in tasca o nella testa.

A sommi capi, questo è il succo d’una eccentrica commedia dolceamara, di strada, a cui si può rimproverare solo una cosa: durare troppo poco (un’ora e un quarto). Inoltrarsi nella trama, significherebbe illustrare quell’intricato gioco di incontri ed episodi degni d’un viaggio ch’è più una missione condotta dal maggiore di essi, che dopo aver rischiato la vita veste i panni del guru/padre/padrone del destino del trio che tenterà di compiere il miracolo mai riuscito ai genitori: unirli.

Tanti piccolissimi dettagli rendono “Il treno per il Darjeeling” una miniera per cineasti quando il film avrebbe potuto vivere di sole gag e trama, tra una azzeccata quanto splendida colonna sonora tra Kinks e Satyajit Ray, il paesaggio indiano che scorre al finestrino, ed un capitolo su capitolo che come una Matrioska tende dalla madre che li divide al seme che li unisce. Si ride anche, e col cervello, vuoi per i dispetti tra fratelli, vuoi per i grossolani equivoci con la cultura indigena, perchè questa è una storia che ha un messaggio, porta con sè molte domande, anzi, le scopre insieme ai personaggi, lasciandosene sorprendere e guidare, e non è mai puro intrattenimento.

Come un treno che si perde, l’intimità fraterna del trio che sembra inizialemente svanita, ritrova grazie alla comica ostinazione del Guru di famiglia, il mummificato Owen Wilson, un linguaggio comune, quello dei sentimenti, dei non detti e del trovarsi a condivedere dopo molto tempo una grande avventura insieme, prendendosi tutto quello che si trova lungo il viaggio.

Un treno su cui si finisce per voler bene a tutti, per una storia che, come una lunga ferrovia, unisce due stazioni, due frasi nel film: Stazione di partenza: “Chissà se noi tre avremmo potuto essere amici nella vita. Non come fratelli, ma come persone”. Stazione di arrivo: “E quando siamo due siamo uno” (da “Strangers” dei Kinks, nella colonna del film).
E quando sono tre, i fratelli scoprono d’essere uno, strappandoci un sorriso profondo e sinceramente divertito.

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