Le caramelle uccidono

Nel Luglio del 1944 un gruppo di soldati della 26ª divisione corazzata tedesca si stabilirono per settimane a casa nostra.
I soldati con me furono sempre molto simpatici. Avevo 6 anni e questi signori tutti seri, che parlavano una lingua incomprensibile e bruttissima, erano ai miei occhi quelli che mi regalavano le caramelle col buco nel mezzo se li servivo a tavola e sorridevo. Ricordo che avevano appeso una “corona” di salsicce in cucina ed un giorno scoprirono che ne era sparita una: l’avevo mangiata io, ma detti la colpa a Mario, il figlio del contadino accanto a casa che era sempre a casa nostra. Succese un putiferio. lo volevano fucilare, poi si quietarono, ma credettero a me, mica a Mario. La mamma me ne dette di santa ragione, io protestavo debolmente, non l’avevo mai vista così furente nei miei confronti. Io credevo che in quelle lunghe canne di metallo che portavano a tracolla ci tenessero le caramelle. Questo spiegava inequivocabilmente perchè le tenessero sempre con sè.
Prima che arrivassero i soldati in casa c’era la guerra, si, ma la scuola era chiusa, quindi io, Mario e gli altri bambini che conoscevo eravamo liberi tutto il giorno e per me non era niente male. I bambini sono tremendamente egoisti ed io non voglio dire una bugia: non mi vergogno a dire che fu uno dei periodi più felici della mia infanzia.
Eppure durò poco, perchè tutto a un tratto le cose cambiarono. Il babbo sparì, la mamma non mi diceva dov’era e piangeva, piovevano bombe dal cielo e la notte dormivamo tutti insieme nel rifugio scavato nella terra dal nonno. E poi arrivarono questi soldati che però, per quello che può vedere un bambino, non mi sembravano cattivi. Certo, comandavano loro a casa, pochi discorsi, ma questo accadeva anche col nonno, in fondo.
Ricordo la mamma che usciva ogni giorno con una cesta di vimini che io sapevo essere per il babbo, lo capivo da quello che ci metteva dentro e dalla cura con cui la preparava. La mamma era sempre agitata in quel periodo, sembrava trovasse pace solo in quel momento.
Un giorno come tanti la chiamarono a sè per controllare il contenuto del cestino, lei li guardò e sapeva che avevano capito a chi era destinato, sapevano dal primo giorno che in quella casa mancava un uomo ma era comunque una richiesta strana perchè non gliene era mai  importato niente prima di quel pomeriggio. Lei si avvicinò e tolse il panno di cotone che lo copriva. Lo porse ai soldati. Tremava. I soldati lo ispezionarono, poi le lanciarono un sorriso di compassione, di quelli col sangue dei vinti che zampilla dolente tra gli occhi. Abbassarono gli occhi e le fecero cenno di andare. Lei si volse ed a passi svelti s’incamminò. Un nuovo grido la sorprese alla spalle, come una scarica di mitragliatrice. Erano ancora i soldati che la richiamavano indietro. Lentamente scivolò senza peso e senza colpa verso di loro. Le chiesero ancora di aprire la cesta. Obbedì di nuovo e chiuse gli occhi per la paura. Vi posero dentro un pacchetto di sigarette e si voltarono mesti. La mamma aprì gli occhi con cautela e dopo aver fissato incredula il contenuto della cesta per alcuni lunghissimi secondi, si volse a sua volta, impunita verso l’orizzonte.
Passarono giorni. I due soldati si alzavano presto la mattina ed io servivo loro da bere e da mangiare per la mia caramella col buco quotidiana. Poi, in un giorno diverso dagli altri, uscii fuori sul prato per stendermi al sole. Li vidi allontanarsi di soprassalto e non capii quella loro fretta selvaggia tra i campi di granturco. Sparirono all’orizzonte, rapidamente. Era il 23 agosto 1944, il giorno in cui fu emesso l’ordine di rappresaglia nel Padule di Fucecchio, dove i tedeschi pensavano che si nascondessero i partigiani che nei giorni precedenti avevano creato grossi problemi alla loro divisione. La disgrazia, tremenda, fu che in Padule c’era si qualche dissidente, ma c’erano soprattutto famiglie intere scappate dal paese fino ai casali e alle capanne dei pastori. Era l’Eccidio del Padule di Fucecchio. Ne ammazzarono 184 in una mattinata.
Poi il contrordine, all’altezza di Cintolese, se non ricordo male, un cessate il fuoco dal comando che se non fosse arrivato non avrei mai potuto raccontare questa storia.
Io ero a casa con la mamma che piangeva e che quel giorno non riusciva a smettere, poi il nonno rientrò e le disse di andare con lui. Rimasi solo con Mario e il suo babbo ed ebbi paura. A sera i soldati rientrarono in casa e non vollero mangiare. Quella notte li sentii gridare di pazzia, come se stessero bruciando vivi. Si diressero direttamente nelle “loro” camere sconvolti e furiosi, sembravano bestie che stanno per essere ammazzate, come quelle che avevo visto ammazzare dal nonno al casale, con le mani sugli occhi che concedevano una piccola fessura alla vista. Io ero triste per la mamma che piangeva senza darsi pace e perchè quella sera i tedeschi non mi avevano regalato le caramelle col buco. Pochi giorni dopo se ne andarono di notte, senza fare rumore. Non seppi più niente di loro.
Ripenso spesso alla mamma che riempie la cesta di vimini e la copre con il panno di cotone, è l’ultima volta che l’ho vista sorridere di speranza.
Il babbo era uno di quei 184.

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