Roberto Carifi & Giovanni Ruggeri – La rosa senza perchè

Un giornalista, Giovanni Ruggeri, propone a uno dei migliori poeti italiani contemporanei un’intervista, che diviene, con le parole di Heidegger, “un tranquillo abbandono a ciò che è degno di essere domandato”. Roberto Carifi, poeta di Pistoia, dove risiede, oltre ad aver pubblicato numerose raccolte poetiche e saggi filosofici, è anche traduttore di autori come Hesse, Flaubert, Simone Weil, Prévert e Rousseau. Sensibile all’influenza del pensiero di Heidegger, ha frequentato negli anni ’70 la celebre École freudienne de Paris, seguendo le lezioni di Lacan, per il quale “l’inconscio è strutturato come un linguaggio” e aprendo e chiudendo nel giro d’un anno il suo studio di psicanalista per sopravvenuta sfiducia in essa come chiave di comprensione dell’esperienza del disagio umano. In seguito, ha abbracciato il pensiero Buddhista.

In questa splendida intervista a cuore aperto ed intelletto vivido, Carifi espone il suo essere nel mondo senza filtri o censure, in un appassionato dialogo intorno alla vita e la morte, il silenzio e la filosofia, la psicoanalisi e la parola, la poesia e Dio. 140 pagine di lezioni sull’Ars Poetica “come una clessidra che si svuota con gioia perchè sa che una mano la capovolgerà all’improvviso”, da parte di chi, attraverso le proprie esperienze e la poesia ha abbracciato la pratica del silenzio e dell’estasi contemplativa, una poesia che è dunque “forma di ascesi della ragione e del pensiero”.

“La rosa è senza perchè; fiorisce poichè fiorisce, a se stessa non bada, che tu la guardi non chiede” A. Silesius, “Il pellegrino cherubico”.

La poesia per Carifi “accade” ed attraverso essa si entra nella propria ombra, “pensiero disarmato” (dal suo “Breviario”). Poesia che accompagna nel cammino della vita la filosofia, “abitando vicine ma su monti separati” come ne scrisse Heidegger. E filosofia come “linguaggio, consiste nondimeno nel ritrovare il silenzio”, dalle parole di Merleau- Ponty.
“La poesia ingiunge alla cosa di venire al mondo”, ha detto Hölderlin, e non a caso nel mondo greco la poiesis era parente stretta della techne. La poesia rivela e porta alla luce il significato autentico dell’abitare umano, e in un mondo dove il linguaggio è ridotto a semplice strumento, e la poesia emarginata, è per forza di cose un mondo destinato alla più drammatica sradicatezza, a una condizione di radicale e violenta inabitabilità”.
Un mondo in cui ormai “soltanto un Dio ci può salvare” (di nuovo, Heidegger), ed in cui “siamo Sunyata (esperienza di vuoto interiore) in ciascun singolo istante della nostra esistenza” come teorizzato da Masao Abe, esponente della Scuola di Kyoto molto apprezzata da Carifi, “la profondità dell’uomo è la sua pelle” e la poesia rappresenta ancora “un cammino verso l’altro, mossa da un appello (…) Nell’epoca in cui Dio è morto, i poeti sono i soli che portano ancora il lutto”.
Dio, appunto, “che se lo vedi non è Dio”, come ricerca interiore d’una dimensione che ci appartiene naturalmente, come un assoluto che si accenna, ripagandoci d’una “dolente emorragia” che c’accompagna in terra.

Una confessione sincera che, senza pretenderlo, si trasforma in insegnamento limpido sulla vita, l’amore e la compassione, ad una generazione divorata dalla teologia della scienza e dal rifiuto del silenzio, che s’affaccia sull’abisso dell’uomo credendo che “la certezza sia verità”, e sottovalutando, parafrasando Sant’Agostino, che non cercheremmo la verità, se non l’avessimo già trovata, forse in un silenzio, forse in un abbraccio, perchè in fondo, “tutto il nostro abbracciare è una domanda”.

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