Meduse (Etgar Keret, 2007)

Tel Aviv, come se fosse la Nashville di Altman, è il teatro di questo “malinconico eppur colorato” film israeliano del 2007, così soprendente da esser distribuito in Italia dalla Sacher Film di Nanni Moretti, mito dei registi Shira Geffen ed Etgar Keretche, moglie e marito, che raccontano così del loro primo inaspettato incontro con lui: “per noi è una specie di eroe ed è stato anche fonte di ispirazione per il nostro lavoro. Certo, quando ci è venuto a prendere senza Vespa è stata una mezza delusione perché è stato come vedere John Wayne senza cavallo”. E molti sono i richiami a Nanni. Dettagli, come la foga con cui la cameriera divora il cocomero mentre guarda i filmini d’infanzia della sua amica fotografa. Come se Nanni rivedesse il suo filmato sulle case di “Caro Diario”, con accanto il barattolone di Nutella di “Bianca” ferocemente predato in uno slancio di solipsismo.

Delicatamente amaro, il caleidoscopio umano è dato da una giovane cameriera nel settore del catering per (squallidi) matrimoni, trasposizione femminile del Morettismo, una coppia di sposini che finisce rocambolescamente in un tipico albergo da vacanzieri dove incontreranno una scrittrice solitaria ed in crisi esistenziale, una badante filippina che non parla la lingua del posto ma conosce quella del cuore, una madre e una figlia in conflitto arrivate alla resa dei conti finale. Il loro gioco di incontri/scontri è sapientemente miscelato con un tocco poetico assoluto, particolarmente evidente in alcuni dettagli della pellicola, vera magia cinematografica, la “lirica del silenzio”, talvolta tenero ed esplicito, talvolta tipico dell’incomunicabilità degli istanti più frenetici d’una città che ha i suoi simboli, i suoi rumori, i suoi personaggi più tipici (il datore di lavoro ed i genitori della cameriera, il poliziotto, ecc) ed i suoi attimi di grottesca intimità.

La quotidianeità asincrona di questa metropoli balneare viene poeticizzata attraverso la frammentazione in più piani narrativi e la scelta di pochi ma evocativi simboli – l’acqua, la nave, le meduse – che lentamente, nella pur brevissima durata del film (70 minuti abbondanti), si innescheranno l’uno sull’altro per diventare la metafora finale di quella che è la vita a Tel Aviv ed in ogni città mondiale “Quello che più di ogni altra cosa volevamo era sdoganare l’immagine stessa della città: c’è la guerra, è vero, ma non viviamo nella Cnn o nei notiziari. La nostra quotidianità è fatta delle stesse cose che caratterizzano l’esistenza di chiunque nel resto del mondo”.

Poemetto corale sull’innocenza dei sentimenti che sa ridere e far sorridere del grottesco agire umano, “Meduse” è un miracolo narrativo moderno in cui l’acqua rappresenta la memoria e la possibilità di redimersi, attraverso il mare e la lirica pioggia che si abbatte su una città altrimenti invasa da troppo sole.
L’acqua di Jean Vigo de “L’Atalante”, sapientemente citato nello splendido finale, uno squarcio fanciullesco di realtà concesso agli uomini per entrare in contatto con il proprio sogno ancestrale di purezza, con quel pulsare ultimo del mondo collettivo e privato, che assume le sembianze d’un venditore abusivo di gelati sulla spiaggia incontaminata.

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