A history of violence (David Cronenberg,2005)

Cosa succede se Cronenberg assume dosi di Peckinpah e fa del suo film la rilettura d’un quadro di Edward Hopper? Una storia di violenza che rilegge la quieta e candida provincia americana attraverso il tema del doppio caro al regista canadese ed a una parabola di redenzione incerta sino all’ultima inquadratura.

La prima scena è esemplare. Immaginate “Gas”, il quadro di Edward Hopper che ritrae una stazione di servizio sperduta in America, messa a ferro e fuoco da due criminali fuori controllo, che non avranno pietà neppure per una innocente bambina con tanto di orsacchiotto in collo, per cui avranno solo un’altra pallottola. Da questa scena in poi, viatico verso la vera storia, veniamo condotti negli angoli più pacifici dello Zio Sam, in una piccola cittadina dell’Indiana, condita di ottimi rapporti di vicinato, caffetterie gestite da uomini onesti e case in campagna con una bella e giovane moglie, un paio di figli e la porta di servizio sempre aperta. Non è il caso di rivelare oltre: il film vive della sua trama e dello sviluppo dei personaggi.

Emerge, dopo e solo dopo l’ultima scena, un apologo sulla violenza dell’uomo, trasmessa di padre in figlio ed ultimo appiglio di affermazione del proprio diritto alla vita in un mondo che non dimentica storie di sangue sepolte da anni e non è disposto a lasciarle impunite.
Tuttavia, la violenza non è mai gratuita, è sempre necessaria e per questo antieroica e dolorosa, non eleva ma affligge, ma contagia ed esalta la società se usata ai fini della conservazione del proprio status.

Accade sempre quello che vorremmo, ed è sempre un fatto di sangue, in un film che riesce a far percepire perfettamente la provocazione continua a cui viene sottoposto il protagonista, l’incredibile Viggo Mortensen, tenero e gelido, e ne legittima la reazione violenta, portando lo spettatore a premere il grilleto più volte al suo posto.
Cronenberg, come in “Inseparabili” e nel recente “La promessa dell’assassino”, affida alla schizofrenia (letteralmente, “mente divisa”) del personaggio la metafora della schizofrenia della società. Una schizofrenia evidente nelle due scene di sesso tra marito e moglie (la strepitosa Maria Bello) distanti temporalmente nel film quanto per l’assenza/presenza della violenza, tema trainante.

Un film sulla violenza dell’uomo, in cui il pubblico si riduce a desiderare la violenza del suo protagonista. Incastrati! Anche in noi, dunque, vive quella componente di violenza che Cronenberg scorge nei più quieti individui, come nel figlio. Una violenza accettabile ed ultima, strumento di conservazione della propria vita e della specie, in un apologo che mira alla rappresentazione di qualcosa di più della provincia americana, o forse anche solo involontariamente, rappresenta una più generale condizione umana all’interno della storia dei popoli.

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2 risposte a A history of violence (David Cronenberg,2005)

  1. cinefobie scrive:

    Bellissimo film. Forse l’ultimo grande Cronenberg.

  2. carusopascoski scrive:

    Cronenberg in stato di grazia, grazie per esser passati da qui! :-)

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