“Il cammino incomincia e il viaggio è già finito”

Ho sempre creduto ai corsi e ricorsi del Vico, ed ora mi pare che stiamo vivendo a livello globale un nuovo 1848. Sappiamo tutti com’è finita.
Più che una “primavera araba”, scorgo un “inverno mediterraneo”. Questo confronto spiega in parte la sensazione diffusa di tragedia incombente, del tutto corretta, con le parole di Walter Benjamin, “l’impressione di essere davanti ad un abisso, la consapevolezza lucida di stare nel mezzo di una crisi decisiva e croncia dell’umanità” è un pensiero diffuso.
Gli equilibri mondiali stanno cambiando, e quando sono cambiati questo non è mai avvenuto con placido assenso degli imperi in declino a favore di quelli emergenti. Come scrive Lucio Caracciolo sull’ultimo numero di Limes, gli U.S.A. devono decidere se perdere la faccia, ritirandosi dalle guerre e rinunciando per sempre al ruolo di potenza egemone mondiale per concentrarsi sulla politica interna, o perdere la testa, ossia perpetrare un imperialismo non più sostenibile (se mai lo è stato) e precipitare nella catastrofe economica. Il destino comune spira ancora dall’Oceano Atlantico, forse per l’ultima decisiva volta.
In Italia come sempre, siamo riusciti a fare di meglio: “abbiamo perso sia la faccia che la testa”.

Il capitalismo ha ceduto proprio sul suo fondamento teorico e pratico: l’economia. E’ chiaro a tutti che esso sia un sistema inaffidabile. E l’idea che sia l’unico possibile, si sta lentamente sgretolando, grazie agli effetti concreti (licenziamenti, precariato totale e il “thrilling” concreto e costante della fine del mese) che superano in salienza anche la propaganda più sfrenata che ha sostenuto per decenni questo modello di sviluppo.

Come uscirne?

Innanzittutto, prendere la via del bosco, come fa il ribelle di Ernst Jünger, “Waldgänger” in tedesco, ossia colui che passa al bosco, rifuggendo l’ordine imperante, il pensiero unico.

L’imperativo è scalpellare quel “pensiero unico per cui l’idea di progresso è fuori discussione”, come scrive Giorgio Bocca nel suo saggio “Pandemonio”, che aggiunge “Più l’economia si allarga più gli stati nazionali rimpiccioliscono”. E’ infatti evidente oggi come il fino a pochi anni fa complottistico teorema del governo delle banche e della finanza sia divenuto perlomeno un’idea più accettabile.
Ma se il globalismo è economicamente inarrestabile, come un treno impazzito sui binari del tempo, lo è assai meno come ideologia sul mondo, ed a riprova di questo si ha la riscossa dei localismi, attraverso movimenti che reagiscono all’avanzata della globalizzazione e del capitale. In Italia, l’esempio dei No Tav è sotto gli occhi di tutti, anche di chi si ostina a non voler vedere. Le idee accettate dalla comunità non passano infatti per la militarizzazione del territorio.

Non sono un nostalgico di epoche in cui si bruciavano le streghe (oggi anzi lasciamo morire esseri umani in fuga dalla guerra davanti ai nostri lidi vacanzieri), ma è stupido e pericoloso ridurre un’epoca durata secoli a luoghi comuni od atti tanto disumani. Era anche un’epoca con una dimensione più umana e comunitaria della nostra, pur dominata dall’ignoranza. Oggi viviamo nelle condizioni opposte: siamo nell’era dell’informazione, ma anche dell’alienazione e della solitudine, questa si, globale. Senza trascurare che nel Medioevo si moriva di fame solo durante le carestie e per assenza di tecnica, mentre nell’era della tecnica una piccola minoranza lascia o morire di fame o le briciole alla maggioranza.

Il sistema, attraverso la scuola, “l’agenzia pubblicitaria che ti fa credere di avere bisogno della società così com’è” nelle parole di Ivan Illich, insegna e “passa” solo questo indimostrato teorema. La macchina della propaganda si è adoperata con successo al fine di trasmettirci l’idea d’un salto qualitativo totale dal medioevo all’illuminismo.
Io credo, parafrasando un felice titolo di Massimo Fini, che “la ragione avesse torto”.
Non credo dunque che il medioevo fosse tutto questo spettacolo nè credo che questa sia la peggiore era dell’uomo (possiamo fare ben peggio), è però senz’altro la meno umana, e niente porta a pensare che in questo senso le cose andranno meglio. E’ senz’altro più libera e più apparentemente libera insieme, ma la più alienata e fragile, perchè l’avvento della modernità ha distrutto il significato di comunità con i suoi rapporti umani in favore d’un’assistenzialismo di stato invadente e mercificato.

Non credo nella piazza, abitata da comitati pro questo e contro quello che litigano tra loro con i dirigenti che intanto intascano denari, nè da sindacati che hanno perso ogni tipo di credibilità residua, ormai svuotata di ogni siginificato ed in cui oggi i giovani, figli della disgregazione familiare conseguenza della modernità, “si fanno l’Edipo con la polizia”, come suggeriscono gli autori dell'”Epoca delle passioni tristi”, e, come sottolinea Debord ne “La società dello spettacolo”, “se non trovano quel che desiderano, si accontentano di desiderare quello che trovano. (…) Il movimento di banalizzazione che, sotto i cangianti di­versivi dello spettacolo, domina mondialmente la società moderna, la domina anche su ognuno dei punti in cui il consumo sviluppato delle merci ha in apparenza moltipli­cato i ruoli e gli oggetti da scegliere. Alla beata accettazione di ciò che esiste può così unirsi come un’unica cosa la rivolta pura­mente spettacolare: il che traduce il semplice fatto che la insoddisfazione stessa è divenuta una merce appena l’abbondanza economica si è trovata in grado di estendere la propria produzione sino al trattamento di una simile materia prima”.
Vorrei che le piazze tornassero ad innescare una dinamica di reale cambiamento che non sia il mettere tende in piazza per guadagnare uno punto informativo, ma d’altronde era estate, tempo di mare ed Interrail, e la rivoluzione poteva aspettare. Intanto, i media in tutto il mondo avevano potuto occuparsi di loro, sostenendoli apertamente come dettato dai direttori di redazione, invece che della vera rivolta in Grecia, questa si pericolosa per i governanti. Ma gli indignati, giovani, carini, colorati e manipolati, torneranno a farsi sentire appena sarà loro richiesto e saranno ancora più spettacolari e coreografici, ci potete giurare. Ci sono “indignati” anche in Israele, e molti di loro protestano anche contro la politica d’occupazione del governo in Palestina. Ma in Italia, per essi, ci scaldiamo molto meno perchè passano meno in tv, e chissà perchè.
Non credo però neanche nei sassi, nelle molotov e negli scontri occasionali, un rito da consumare per compiere il passaggio da ragazzo a uomo, ammesso che c’abbiano capito qualcosa, come successo a Roma lo scorso 14 dicembre. Un battesimo di lotta per molti, senza il fuoco sacro della rivolta che altrove s’è ben visto di cosa è capace, pur con l’aiuto dell’interessato Occidente che ha scoperto il fianco a dittature solidissime solo pochi mesi prima, ossia prima che l’assetto geopolitico di queste nazioni non fosse diventato sconveniente per Sarkozy & Co..

Siamo dunque al capolinea, cercando disperatamente vie di fuga. Ma i capolinea sono sempre due. Esiste la strada del ritorno e dell’andata. Una porta all’abisso, l’altra può ancora salvarci. Dobbiamo girare le spalle a questo miraggio inseguito per secoli che si chiama progresso e camminare in direzione opposta ad esso.
Latouche illustra questo percorso a ritroso e lo chiama “Decrescita”, Thoreau ne descrive già l’esigenza in “Walden, vita nei boschi”, era solo il 1854, ancora prima della Seconda Rivoluzione Industriale. Per me è il “restare umani” che Vittorio Arrigoni esortava a fare davanti alle barbarie di guerra. Perchè questa si, è guerra: tra il nostro” istinto di vita” ed il nostro “istinto di morte”, tra l’Eros e Thanatos di Freud.
Non sarà un semplice ritorno al passato: percorreremo lo stesso sentiero con occhi diversi, e come orizzonte estremo avremo l’origine del Tutto. E’ il viaggio della vita. Quello della morte, oggi, termina proprio davanti a noi.

“Il bosco è un santuario”

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