Salvatore Giuliano (Francesco Rosi, 1962)

Francesco Rosi, uno dei massimi registi del filone film inchiesta, è un uomo che ha sfidato, sistematicamente, la legge del più forte. Buona parte dei suoi film sono stati boicotatti, fu denunciato per vilipendio all’esericito per “Uomini contro”, occupandosi poi di corruzione e speculazione ediliza con “Le mani sulla città”, della Teoria del Doppio Stato in “Cadaveri eccellenti”, della connivenza atlantica di cui beneficiò “Lucky Luciano” e del più pericoloso “caso Mattei”. Non un uomo che ha scelto il modo migliore per dormire sonni tranquilli, dunque, ma che ha fatto del coraggio narrativo e della ricerca della verità  il proprio verbo artistico.

In questo film, da molti considerato a ragione il suo lavoro migliore, benchè il titolo ben calibrato indichi il mero legame con il bandito Giuliano, che come si vede nel film è ed è stato personaggio chiacchieratissimo dai media, è un film sulla Sicilia e sui legami tra mafia, banditismo e politica. “Uscì con il divieto ai minori di 16 anni, tipico esempio di censura politica: si voleva vietare la storia”.

La narrazione si sposta continuamente, ora in fase processuale, ora nella campagna siciliana, ed inizialmente sul cadavere del bandito, per poi arrivare nelle 2 ore di pellicola, secondo un ordine investigativo e non cronologico, a capire come e perchè sia stato ucciso, benchè la verità storica sia tutto fuorchè dichiarata a causa di numerosi manovre politiche per insabbiare il caso, ancora coperte da Segreto di Stato, che decadrà solo nel 2016. Ad i salti narrativi corrisponde un salto nella splendida fotografia, con 3 diversi toni di bianco e nero in un coeso mix di inchiesta, documentario e narrazione pura, che insieme alle musiche ed alla minuziosa sceneggiatura incesellano un film dal fascino evocativo raro che non concede niente alla finzione scenica.

“L’Italia ci ha mandato terra e fuoco e noi col fuoco rispondereno, a Giuliano lo abbiamo fatto colonnello per combattere contro i tiranni italici per avere la nostra libertà assoluta e così voi potrete tornare a casa liberi e indipendenti”

La versione narrata, tra le molte uscite, 5, in più di 60 anni, è quella del grande reportage di Tommaso Besozzi per l'”Europeo” dal titolo “Di sicuro c’è solo che è morto”, secondo cui Gaspare Pisciotta, cugino e anch’esso membro dell’E.V.I.S., per salvarsi avrebbe ucciso Giuliano in seguito all’accordo tra egli, il Colonello dei Carabinieri Ugo Luca e il Ministro dell’Interno Mario Scelba. Ad esso è naturalmente collegata la strage di Portella della Ginestra, da molti (tra cui Marco Travaglio) citata come atto fondativo della Prima Repubblica come la stagione stragista del 1992 lo fu della Seconda Repubblica, narrata anch’essa come atto congiunto tra apparati dello Stato, interessi atlantici ed in particolare della C.I.A., e banditi locali che eseguirono materialemente la strage. Nella coda del film, si evidenzia la fine tragica di tutti i protagonisti di questa vicenda, la morte di Giuliano, l’avvelenamento in carcere di Pisciotta prima di rendere testimonianza al procuratore Pietro Scaglione, che verrà a sua volta assassinato dalla mafia, e la morte violenta di tutti coloro che potevano sapere. Un vortice di sangue, di cui però taluni beneficiarono senza esser mai del tutto scoperti, e con cui si ostacolarono fortemente le istanza anti latifondiste e la vittoria finale del Blocco Popolare tanto temuta dal blocco atlantico, all’alba della Guerra Fredda. Non un caso che alcuni abbiano affibbiato a Giuliano il nomignolo di “bandito a stelle e strisce”.

Del film rimangono numerose scene, avvolte nella leggenda della storia del cinema, in particolare quella del pianto disperato della madre di Giuliano davanti al corpo del figlio, la scena della risistemazione del cadavere di egli da parte di ufficiali e banditi, e in particolare quella della strage di Portella della Ginestra.

Un film che non racconta necessariamente la verità, ma che ha la tensione narrativa e la pretesa intellettuale di farlo, su fatti che sono alla base della nostra nazione, oggi in piena decadenza ed in cui stanno finalmente saltando uno ad uno i tappi alla verità sistemati per anni ed anni, ad opera di artigiani della verità senz’altro passati dalla preziosa bottega cinematografica di Rosi, che tanto ha ancora da insegnare agli scadenti e supponenti cineasti della nuova stagione: in tutto il film Giuliano non si vede mai, mentre oggi siamo capaci di metter in bocca interi monologhi ad uso e consumo della verità adatta al proprio target di pubblico, come nel pur fondamentale “Il Divo” di Paolo Sorrentino. Altri tempi, altra classe. Ma la bottega resta aperta per chi non ha paura di imparare.

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