I dannati di Varsavia (Andrzej Wajda, 1957)

Uno dei più grandi buchi neri, o forse sarebbe meglio dire neri e rossi, della storia dell’ultimo secolo è rappresentato dalla “Rivolta di Varsavia” del 1944. Sotto la dominazione nazista dall’alba della seconda guerra mondiale, con la Wehrmacht ormai in grave difficioltà ovunque, stretta nella morsa degli alleati, l’esasperata popolazione polacca anticipò i tempi d’una liberazione russa per sfuggire alla fame ed alle torture inflitte dai tedeschi. Non andò bene. Gli insorti, sconfitti, furono vittime dell’ efferratezza della barbara rappresaglia dell’esercito tedesco, che prevalse dopo quasi 60 giorni di strenua resistenza polacca, a causa del mancato sostegno dell’Armata Rossa, inattiva solo pochi chilometri oltre la Vistola, inerme per decisione di Stalin, che così ebbe gioco facile nel sottomettere una Polonia rasa al suolo e decimata, dunque senza che questa potesse vantare un’indipendenza frutto di una iniziativa autoctona. Fece seguito la distruzione completa, casa per casa, di Varsavia, al termine di una battaglia per la quale gli insorti meritarono per il loro coraggio ed eroismo persino l’elogio di Radio Berlino.

In questo film del 1957, tragico e claustrofobico, il grande regista polacco Andrzej Wajda, al suo esordio con il primo atto della sua trilogia sulla guerra, imprime nella memoria visiva dell’Occidente la sorte d’un popolo vittima del suo stesso vano eroismo e d’un comportamento da parte degli alleati o presunti tali, che rimarrà incompreso ed incomprensibile per i decenni a venire dal popolo polacco.

Nei primi minuti un meraviglioso piano sequenza lungo le linee residue degli insorti presenta subito la strenua resistenza polacca come una questione più di orgoglio che di acuta strategia militare: non appena il mancato sostegno dell’Armata Rossa si farà più che palese, i comandanti dell’insurrezione ordineranno la ritirata attraverso le fogne cittadine al fine di raggiungere l’ultimo baluardo ancora fuori dal controllo nemico.
E’ nelle fogne, un labirinto di disonore, eppure ultimo appiglio di vita, che la claustrofobia si fa opprimente ed unica sensazione che accompagna i passi disperatamente stanchi della compagnia in fuga, tra gas tedeschi, mancanza di ossigeno, di luce, e di via di fuga non occluse dai nemici, fino al tragico epilogo, percepibile sin dai primi istanti attraverso l’alto tono lirico che farà dire in un impeto di resistenza ad un soldato ferito lungo i canali fognari: “Stiamo avanzando in una grande foresta che profuma di timo”.
La guerra è sullo sfondo, cornice d’una vicenda esistenziale corale ma non vissuta coralmente dai partecipanti, a causa di singoli istinti di sopravvivenza e piccole e grandi vigliaccherie per salvarsi la pelle, che ostacolano definitivamente una risoluzione positiva della vicenda, ma che però non soffocano mai l’eroismo lirico di cui il film è magistralmente cosparso, in un alone di vittoria finale e morale che canta e ricopre di amara gloria postuma proprio chi deve aver creduto di esser andato incontro alla più miserevole delle morti, incalzato dalla sofferenza e dal nemico, incapaci di volgere il proprio eroismo in affermazione di luce, ma di sola discesa nei bui inferi delle fogne cittadine, che nessuno salirà per riabbracciare la vita, ma solo la sconfitta e la morte.

E’ un film sulla resistenza al male ontologico della guerra, in cui non esistono eroi vittoriosi, ma solo eroici perdenti, dannati in un inferno costruito dall’uomo e per l’uomo, in cui non esiste luce nè speranza, ma solo uno stretto e melmoso labirinto di voci e di disperati umori, i bassifondi della città, infernale rappresentazione d’un limbo ch’è condizione umana d’una sfortunata quanto coraggiosa insurrezione e, forse, d’un popolo intero, a cui la storia ha raramente sorriso.

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