Diario di Palestina

Agosto 2011 – Tra check point disumani ed onnipresenti soldati armati di mitragliatrici in direzione di Hebron, del campo rifugiati di Aida e del Muro tra Gerusalemme e Betlemme.

Hebron è una città di 200.000 abitanti con una tragica storia, anche recentissima, alle spalle. Per gli israeliani è di importanza capitale, seconda solo a Gerusalemme, ma lo è anche per gli arabi, poichè sede della tomba di Abramo. In breve, nel 1929, dopo una lunga serie di provocazioni dell’ortodossia ebraica alla comunità araba, quest’ultima reagì nel peggiore dei modi: una terribile strage di ebrei, 67 per la precisione. Poi, ciò che tutti conosciamo, la Shoah, e dopo la creazione nel 1948 d’uno Stato di Israele, alla scadenza del mandato britannico in Palestina.

La riconquista della città avvenne nella “Guerra dei Sei Giorni” del 1967, anno in cui gli ebrei torneranno ad abitare ad Hebron. Nel settembre del 1993 gli accordi di Oslo riconobbero al popolo della Palestina il diritto ad autogovernarsi, con la celebre stretta di mano in mondovisione tra Arafat e Rabin, sotto gli occhi di Clinton.

A distanza di pochi mesi, nel febbraio 1994, un colono israeliano, medico ed ex ufficiale dell’esercito, superò in uniforme i controlli davanti alla moschea (dove l’esercito israeliano presidia tutt’ora l’ingresso) e, giunto alle spalle dei fedeli in preghiera, iniziò a sparare. Nei territori occupati esplose di conseguenza la rabbia dei palestinesi. Sassi, fuoco, altri morti. Alla fine della giornata il bilancio fu di 60 vittime e più, di cui 29 nella sola moschea. I disordini ed i morti sono proseguiti negli anni senza sosta, sino ad oggi. A settembre ci sarà la attesa risoluzione O.N.U. sulla legittimità dello Stato di Palestina ad esistere. Le persone del luogo, da ambo le parti, ci dicono di esser stati preparati a tutto, dai media e dalla politica: scenari di guerra, manifestazioni, rivolte. Nessuno osa immaginare la pace come uno scenario. La pace resta, al massimo, una speranza.

Arrivati in Shuada Street, strada fantasma con ogni singola porta o finestra sbarrata, si ha davanti il primo drammatico esempio degli effetti della politica di occupazione e separazione israeliana nei territori palestinesi. Un piccolo muro ad altezza bacino separa in due corsie di scorrimento le due popolazioni, sorvegliate dagli onnipresenti baby soldati con i mitra ben in vista, che sembrano non sorridere da anni impegnati a giocare alla guerra, in un posto dove la guerra c’è davvero, a tratti, ma si sente nell’aria, sempre. Oggi, secondo il protocollo che definisce lo statuto di Hebron del 1997, la città è divisa in due parti: H1 sotto l’autorità palestinese e H2 sotto il controllo militare israeliano.  Sono circa 700 i coloni che vivono nel centro città, incistati in 4 edifici e “protetti” da più di 1500 soldati. Alcuni chiamano questo uso sproporzionato di forze occupazione, e ciò che appare nell’arco della giornata non fa niente per smentire tali opionioni.

La sensazione ultima è quella che i militari israeliani non gradiscano affatto la visita alla parte araba della città, rendendo visibile questo disappunto domandando con tono di voce del tutto fuori luogo l’origine dei visitatori e le motivazioni della visita, controllando l’incotrollabile, snervando anche quieti visitatori palesemente innocui. Altri invece sono del tutto indifferenti, che equivale al miglior atteggiamento incontrato in giornata nelle milizie, altrove meno rigide ed abbottonate.

La Moschea e la Sinagoga sono incredibilmente parte dello stesso edificio, benchè con due ingressi ben separati e divise da centinaia di militari. Mi avvicino alla tomba di Abramo, prima da un edificio e poi dall’altro e noto con stupore come le rispettive finestre sulla tomba, dei due edifici religiosi, si osservino l’un altra, come a rappresentare uno spiraglio di percorso comune ancora aperto proprio laddove il sacro luogo del conflitto dorme da milenni.

 Per entrare nella Città Vecchia, per i visitatori come per gli abitanti originari, inizia la guerra d’occupazione, quella psicologica, perpetrata ogni giorno: il supplizio dei tornelli e degli sguardi dei militari, per ogni movimento in entrata e in uscita da casa propria. Politiche d’Apartheid, con la popolazione araba rinchiusa in una gabbia di affascinanti vicoli e mercati, sorvegliata giorno e notte e disturbate dalla violenta invadenza dei militari. La sensazione è opprimente per mezza giornata, in una piacevole giornata estiva di sole, per di più pacifica, al di là dell’assetto generale da guerra della città. Non riesco a capacitarmi di cosa si debba provare in momenti diversi, quando i mitra da  tesi sulla folla, pronti a sparare, sparano effettivamente, riaprendo di volta in volta un conflitto che talvolta sembra insanabile. Ma ciò che per me è inimmaginabile, qui è pane secolare.

Nella strada principale del mercato una rete di ferro ben stretta sembra tesa a protezione dei passanti, la spiegazione che mi viene data è che serve a proteggersi dai sassi lanciati dai soldati per snervare e colpire la popolazione locale. Sconcertato, proseguo: altri sorrisi sembrano giungere da ogni angolo, dalle persone del posto. L’impressione costante è che sia una giornata completamente pacifica per loro, anche se per un visitatore è difficile credere ciò, è difficile rilassarsi del tutto.

I mercanti sorridono e ci ringraziano della visita, chiedendo la nostra provenienza con tutt’altro tono rispetto ai militari appena fuori, cercano di venderci i loro prodotti artigianli, ma con garbo e senza la tipica insistenza del Maghreb. I vicoli sono affascinanti, si schiudono volte su volte come in un labirinto, gli edifici sono antichi ed in pessimo stato a causa del tempo e della guerra. Qua e là si intravedono macerie col il loro lascito di tragedia a farsi percepire. L’emozione è grande e salirà passo per passo.

La zona dei coloni di Avraham Avino nel centro di Hebron, appena accanto al mercato, anzi ex mercato arabo, è l’abisso della città. Vi troneggia un cartello dal 2000: “Questo mercato è stato costruito sulla proprietà ebraica, rubate dagli arabi, dopo il massacro del 1929”, richiamando la strage che viene ricordata ancora dalla comunitù ebraica come origine del conflitto a venire, come giustificazione per le proprie azioni.

Gli sgomberi sono avvenuti e appaiono ancora drammatici, interni completamente distrutti, muri squaciati e barre di metallo divelte o piegate, una zona di silenzioso deserto d’umanità, dove la desolazione è totale, appena accanto al cimitero che si appoggia sulla morbida salita che porta alla periferia ed alle colline, dove lo scontro si estende e si vive casa per casa e dove l’espandersi degli insediamenti avviene senza alcuna cautela e con tutto l’interesse dell’ortodossia governativa israeliana.

Aida, campo rifugiati tra i più tristemente celebri di Betlemme, è stato aperto nel 1950. In arabo “Aida” vuol dire tornare a casa. I suoi abitanti sono la terza generazione di sfollati durante la “Naqba” del 1948. Si espande su una superficie di  2 km  quadrati, nella quale vivono circa 10.000 persone. A causa della sua posizione, tra la tomba di Rachele e la colonia di Ghilo, l’occupazione israeliana è stata particolarmente aggressiva con bombardamenti, distruzioni ed arresti coatti di 6 mesi, rinnovabili sino alla morte senza che sia necessaria un’accusa fondata, prove, un processo.

Naturalmente, data la densità demografica, sono assenti prati o spazi più estesi d’una rete interminabile di vicoli e palazzine, allineate come tessere d’un fatiscente domino. Gli unici colori sono quelli di vari artisti palestinesi che hanno ricoperto i grigi muri di murales rappresentando i sogni della popolazione: una vita normale. I vicoli emanano talvolta odori nauseabondi, con feci ed urine sommariamente scaricate in strada laddove il trattamento loro riservato dalle Nazioni Unite non abbia previsto soglie di decenza e di rispetto dell’essere umano.
I campi nacquero come tendopoli provvisorie, il ritorno doveva essere imminente per persone private dall’oggi al domani di tutto.  Ma la storia andò ben diversamente: tra gli anni ’50 e i primi anni ’60 le Nazioni Unite cominciarono a costruire case in muratura al posto delle tende. Poi arrivarono i servizi essenziali, ma con tempi, a volte, lunghissimi: a Azzeh il sistema fognario fu realizzato solo nel 2000.

Di fatto, Aida è un centro di reclusione in condizioni di libertà ben meno che parziale e vincolata all’autorità israeliana che aprendo e chiudendo i check point fa il normale e il cattivo gioco sulla quotidianeità della popolazione. Qui l’occupazione è sui volti dei bambini, sradicati dalla loro terra e gettati in un cumulo di cemento per un tempo indeterminato, che loro sanno esser stato vitalizio di genitori e nonni.
Ad Aida vivono cinquemila dei più di quattro milioni di palestinesi raccolti nei 59 campi profughi sparsi in tutto il Medio Oriente. Immaginarne altri 58, sparsi nel territorio, provoca vertigini di dolore.

La bestemmia finale in volto a qualsiasi Dio si possa predicare è il Muro tra Gerusalemme e Betlemme. “Barriera di sicurezza” contro le incursioni dei terroristi, secondo il governo israeliano; “Muro dell’Apartheid”, secondo i palestinesi. Questa barriera, il cui tracciato di 725 km è stato ridisegnato più volte particolarmente a causa delle pressioni internazionali, consiste per tutta la sua lunghezza in una successione di muri, trincee e porte elettroniche ed ingloba la maggior parte delle colonie israeliane e la quasi-totalità dei pozzi. E’ una imponente colata di plumbeo cemento alta 8 metri, che taglia in due abitazioni, attività commerciali e qualsiasi tipo di diritto umano residuo. Decorato da numerosi graffiti, il muro lancia un ombra di numerosi metri in fronte a sè, che avvolge nell’oscurità gli abitanti immediatamente prossimi ad esso.

Carl Rogers, noto psicologo umanista, paragonava la vita ad una patata: così come queste, riposte in una cantina buia e nonostante le condizioni sfavorevoli, germoglino ugualmente e cerchino disperatamente di crescere tendendo verso la debole luce di una finestrella, così in questi luoghi di conflitto e sofferenza  la vita  resiste, cercando appigli di luce residua e “ghirlande di senso, tra uomini che non sopportano l’oblio di altri uomini”, cercando di “restare umani”, di fronte all’oppressione, e tendendo così ad una finestrella futura, aperta grazie al coraggio d’un popolo che da oltre 60 anni resiste a soprusi non dissimili da quelli subiti dagli attuali carnefici.

Si affaccia la speranza quando in lontananza si scorgono alcune maglie arancioni, sono volontari che vigilano nelle strade garantendo che non vi siano soprusi dei militari sulla popolazione. La particolarità, che è la pura applicazione del “Restare Umani” di Vittorio Arrigoni, è che si tratta di ex soldati usciti dalle milizie israeliane perchè in dissenso inconciliabile con esse, che hanno rifiutato la violenza per abbracciare la speranza della non violenza. Ve ne sono di numerosi ed in varie città e zone della Palestina, e fanno la loro piccola parte nel costituire un mosaico di tolleranza ed un ponte tra i due popoli.

In serata, il rientro, silenzioso. Ancora gli occhi devono far pace con il cuore, sconvolto, dopo la prima visita in vita ad un odierno teatro di guerra. Affacciato su una delle tante terrazze di Gerusalemme, ho scritto questi pochi versi nel tentativo di dare consistenza a fervidi pensieri irrisolti. E’ il mio omaggio ad una terra emozionante e dolente, al suo grida di vita disperatamente coraggioso.

Si intitola “Palestina”.

Palestina,
la brezza d’Oriente
che adesso spira sul mio corpo:
ti immagino bombardata
dall’alto che perenne invochi
e non riesco a credere
a come i sorrisi dei tuoi mercanti
si torcano in terrore.

Palestina,
ogni sorriso di quei tuoi stretti vicoli
è una bomba disinnescata
da artificieri della Vita
che sgorga eterna
dai tuoi antichi sepolcri,
il troppo sangue sui nidi luminosi
oggi tempi di dolore.

Palestina,
agreste d’arbusti,
il tuo lamento in colore e vesti
nell’alba che vibrante
unisce due mondi:
chi ti disconosce ha paura di riconoscersi umano,
chi ti abita ha il coraggio di vivere,
umano, troppo umano.

“Stay human”

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