Guida per riconoscere i tuoi santi (Dito Montiel, 2006)

Non mi piacciono le guide, ma mi piace ben poco questo mio perenne tentativo di “sradicare le radici” che avverto come necessario. Eppure, non posso smettere di farlo.
Ci sono alcuni tra noi che vanno fieri delle proprie origini, che a distanza di anni si riconoscono con estrema facilità nel proprio paese, nei ricordi di vita vissuta senza possibilità di scelta. Non è il mio caso.

In questo film del 2006, con uno straordinario Robert Downey Jr., si parla di quanto sia difficile tornare a casa, per chi una casa sente di non averla più dove tutti pensano che sia,. Più precisamente, si ripercorre il ritorno a casa d’un ormai ex giovane del Queens di New York, cresciuto in un ghetto a pochi passi dalle abbaglianti ed opulenti luci di Manhattan negli anni ’80.

Un film si può analizzare da numerosi angoli, ma è difficile parlare d’un film così “di pancia” risparmiandosi la propria. Dito Montiel in questo sorprendente film d’esordio, nato da un libro dello stesso regista che ha fogorato alla prima lettura Downey Jr. riesce in quel miracolo espressivo raro di far si che la propria storia diventi la storia di tutti, non necessariamente passando per le stesse scelte o attraverso banalità narrative di facile condivisione.

Passando attraverso un linguaggio baroccamente volgare, come ad essere un codice espressivo indimenticato (che perdoniamo volentieri, dato il peso specifico dei contenuti di cui sono tramite) della gioventù ivi narrata, Dito racconta, limitandosi a descrivere e sospendendo ogni giudizio, la propria adolescenza, per come appare in retrospettiva ad un uomo che ha trovato la propria dimensione nel mondo solo attraverso la fuga dal nido, fortemente osteggiata ai tempi dal padre che ora prossimo alla fine dei suoi giorni riaccoglie e soffre il ritorno a casa dell’amato/odiato figlio, in un quartiere ora diventato subborgo del ceto medio, da ghetto isolato dalle villette e i grattacieli degli W.A.S.P. che fu.

Si parla di sentimenti senza cadere nel sentimentalismo, per un’ora e quaranta i non detti pesano più dei volutamente trascurabili eppure ridondanti e ripetitivi detti. Un film di sguardi e di gesti su cui si stende un nostalgico velo, nell’approdo definitivo ad una maturità che passa attraverso il riconoscimento delle proprie origini, pagando il dazio che lo spirito chiede alla memoria ed ai cerchi rimasti aperti che talvolta è più facile dimenticare che chiudere.

Non un capolavoro perfetto, e notevolmente influenzato dai cult movies del genere (“I ragazzi della 56esima strada” su tutti), ma la presente Guida è una storia sentita e vissuta in ogni sua corda, che in tempi in cui chiunque affida la propria autobiografia ad editori e produttori cinematografici spettacolarizzando cadute ed ascese ed evitando accuratamente di riconoscersi come essere umano attraverso i gesti più semplici ed invisibili (gli unici, autentici?), è quanto mai preziosa e commovente lezione di umiltà e memoria, senza essere didattica e stucchevole rappresentazioni d’un sè alieno, forzato in un copione e quanto mai lontano dalla realtà del vissuto e dal calore delle passioni silenti, le uniche a resistere all’incedere inesorabile del tempo e delle “cose della vita”.

Nota di merito per la colonna sonora (Lou Reed, Cat Stevens, Gerry Rafferty, John Sebastian, Art Of Noise ed altri) e per lo straordinario titolo, che esplicita chiaramente il contrasto tra l’inferno urbano riesumato dalla memoria del figlio attraverso il riconoscimento dei santi terreni incontrati e poi allontanati lungo il proprio percorso, e l’intento più genuino della pellicola, ossia il ricordarci la luminosa funzione che la memoria relazionale può assolvere nelle buie e disgregate comunità (post) moderne, quando esse non sono del tutto estinte in nome dell’assistenzialismo statale più invadente.

Cesare Pavese scrive ne “La luna e i falò”: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Non so se Dito Montiel abbia mai letto Pavese, ma credo che potrebbe piacergli.

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