Simon Finn – Pass the Distance

Toh, ancora una volta David Tibet. Per sua stessa ammissione, la vita di Simon Finn è cambiata dopo l’incontro del 2003 con l’archeleogo di suoni in questione e la successiva ristampa di “Pass The Distance”, originariamente dato alle stampe nel 1970. Un destino che toccherà anche Bill Fay e Shirley Collins, tra gli altri imperdibili nomi del folk ’70 finiti misteriosamente nel dimenticatoio. Curioso poi come con Fay abbia in comune oltre che la tarda resurrezione artistica, anche le ossessive tematiche cristiane di redenzione e apocalisse.

Ma come ha fatto un album straordinario come questo a venir dimenticato per così tanto tempo? Qui la storia assume pieghe grottesche: l’album, a nemmeno un anno dall’uscita fu ritirato dal commercio, ciò a causa della somiglianza della meravigliosa copertina con la pubblicità d’una marca di scarpe. L’autore, poi, ci ha messo del suo, compiendo scelte di vita che non facilitarono la diffusione del proprio musicante talento espressivo: “Smisi con la musica quando arrivai in Canada. Qui iniziai a lavorare nel campo dell’agricoltura biologica e a insegnare karate. Se ricordo bene il mio ultimo concerto fu nel 1971 o ’72. Ma non ho mai smesso di scrivere. Scrivere è come una terapia per i poveri. Una buona parte degli scrittori sono poveri, e lavorano meglio”.

Veniamo al soldo della questione: “Pass the Distance” è, senza alcun dubbio, uno dei migliori album folk di sempre. Non una traccia appare trascurabile od isolata rispetto alle altre e vi sono almeno quattro autentici “masterpieces”. Ma ciò che più conta, v’è un Io musicante in fiamme, continuamente lacerato e poi beato, che urla al mondo il proprio grido di bellezza.
Siamo dunque al cospetto di uno sciamano folk ed al suo psichedelico lirismo incontaminato ed assolutamente originale, che sciaborda la propria anima in una terra di nessuno, spirituale, prima che musicale, con la sua chitarra ed arrangiamenti scarni ed essenziali, eppure splendidi. L’album si inserisce certamente all’interno del corposo filone Psych Folk, impossibile però potersi inoltrare in ulteriori considerazioni circa le rassomiglianze con altri autori senza cadere in sterili giochi citazionistici.  La musica di Finn è davvero peculiare. Unicamente, David Tibet ed i suoi Current 93 oggi suonano qualcosa che porta l’eco di questo disco.

Dopo 15 secondi si è già dentro il disco, con le sinistre percussioni e le oblique corde della breve “Very Close Friend”, con il mistico canto di Finn che schiude le porte sul percorso da compiersi. “The Courtyard” prosegue, ancora più sinistra ed ombrosa, nella Selva Oscura dell’autore mentre il veggente canto proclama “I was aware of the reason, held it high not to be forgot”, versi che rimandano al veggente per antonomasia, il Rimbaud di “Una stagione all’Inferno”.
Poi, improvvisamente, illuminate e placide esortazioni nostalgiche aprono celesti orizzonti sonori in “What a Day”, densa melassa acustica, delicata e malinconicamente sospesa, coi primi fiati che si affacciano insieme ad un timido piano, sullo sfondo.
Ma è un passo verso la ricerca più profonda d’una propria consapevolezza d’esistere, quella narrata in “Fades (Pass the Distance)”, profonda riflessione sulla vita, la morte ed i sogni d’un uomo che affonda di fronte alla propria Babele, per declamare un comando al proprio Io (“And don’t let this song get beyond your command”) e gettarsi oltre il ponte alla deriva dei propri bordi (“And you fade…but won’t you pass the distance to come). Un crooner oscuro ed inquieto, con la musica che stavolta diviene mero accompagnamento cristallino.
Poi, arriva il capolavoro tra i capolavori, una delle massime lacerazioni in presa diretta  e trascritte in musicante disperazione: se è vero che la disperazione è cosa propria degli Dei mentre dell’uomo è propria la tristezza, possiamo dire che siamo di fronte ad una musica perlomeno divinizzante. “Jerusalem” è un grande poema sull’ipocrisia e sulla storia della sofferenza umana passata attraverso i propri idoli ed il disconoscimento degli stessi: “Jerusalem was made by a guy, oh I forget his name/ And Jesus was a drop-out, a king who bore no crown/ Only his long hair flowing and blowing in the wind/ (…) And Jesus was a good guy who lived on figs and wine/ A political revolutionary out to let you have a good time/ (…) The sun it was rising just to christen his cross of fame/ Did he imagine at that moment two hundred million/ hypocrites would praise his name?”, con il canto di Finn che affoga nella tragica fulgore d’un tempo che si compie ciclicamente, nell’antica Gerusalemme che fu, come oggi, per poi bruciare con la verità della visione che si abbatte sull’inerme ascoltatore e con un trascinante climax chitarristico e organistico. Siamo davanti ad un uomo toccato dal Sacro Fuoco, che ci fa dono della disperata estasi cui si abbandona colpevolemente, dunque, umano, fino al terrore convulsivo che ne soffoca il canto, causato dalla nuova uccisione del Cristo ad opera di coloro che professano con ipocrisia il suo nome.
Dopo, “Where’s your Master gone” ha il compito di spengere il divampare delle fiamme, peraltro riuscendoci benissimo, con la contemplazione delle domande che sgorgano da un uomo abbandonato dal proprio padrone spirituale ed un canto ipnotico e raffinato.
Poi, è la volta di “Laughing ‘till Tomorrow”, delicatissima redenzione intimistica, in cui per la prima volta una sottile gioia si affaccia nel disco, finalmente illuminata dopo la viva costernazione delle tracce precedenti: “So up your laghter down your sorrow/ I’l be laughing till tomorrow girl – I don’t mind”. “Hiawatha” si presenta come una danza macabra alla Amon Düül, tra chitarra, percussioni ed oscure armoniche, eppure invece di crescere in un delirio demoniaco, si abbassa in un beato abbandono all’oscurità, che adesso non incute più timore, ma solo caldo e lirico amore: “I could wait forever/ Yes my love forever/ If i was not afraid/ But your cold perfection, causes my erection/ to drfit into the shade”.
Poi, l’abbandono finale di “Patrice”, l’equivalente della “From the Morning” Drakiana, una “Astral Weeks” di neppure tre minuti, un canto imperturbabile, che spira libero dopo la bufera, nella consapevolezza d’un sole eterno che fa breccia nella visione, dolorosamente accolta al termine del rito iniziatico. La visione di Beatrice dopo il passaggio nella Selva Oscura, l’abbraccio estatico dell’eternità dopo l’insistente domanda, finalmente passata al vaglio del Dio sconosciuto, poichè “tutto il nostro abbracciare è solo una domanda”. Ed i fiati echeggiano d’infinto, in un’armonia celeste ed incantata come poche ve ne sono, con il canto placido e disteso e le chitarre vellutate, un tutto che si fonde in una morbissima matassa sonora.
“Big White Car” chiude il disco, enigmatica nella melodia e nel suo ombroso basso come nel testo, in cui si riaffaccia la condizione iniziale della solitudine primaria dell’uomo, come unica condizione e con il rifiuto testardo di ghirlande di senso appassite.

Simon Finn disse in una intervista: “Forse la cosa migliore è passare qualche settimana nella più assoluta solitudine. Gesù e Buddha credevano fortemente in questo. Io l’ho fatto e sono arrivato a 14 giorni circa, dopo i quali ti senti capace di entrare in sintonia anche con la merda di coniglio. Questa è per me la spiritualità”.
La sensazione ultima di questo disco, è quella d’un uomo che attraverso questo disco ha condiviso con il mondo la propria spiritualità,  dunque la propria solitudine, poi, la propria apocalisse, per  giungere infine alla propria redenzione, artistica ed esistenziale.

Il disco riparte e mi ritrovo alla prima traccia, “Very close friend”. Come è stato scritto, “Simon Finn è una piccola grande leggenda, un culto segretamente tenuto in vita da pochi, in modo esoterico”. Ebbene si, Simon è proprio questo, un amico musicalmente molto vicino, tanto intimo quanto discreto, essendo ancora ben lontano da diffusioni maggiori che possono avere come effetto boomerang la stereotipizzazione d’un autore in nome del marketing più selvaggio (Ian Curtis su tutti).

E così, “Why not say hello to a very close friend?”

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Una risposta a Simon Finn – Pass the Distance

  1. Although these fun baby toys are designed for babies, parent.
    Who knew that the humble but versatile pool noodle could teach
    a baby to crawl. It is amazing how much babies can pick up
    in terms of physical and mental skills just by playing with
    simple wooden toys.

    Mi piace

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