Elias Nardi Quartet – Orange Tree

Incenso acustico. Stanotte sono stato in Siria, Libano, poi in Giordania ed ancora oltre. Ma che dico, questi aerei a forma di cuffia. Occristorravishankar! Mi sono addormentato con questo disco nelle orecchie. Una panacea per lo spirito. Ma andiamo con disordine.

L’Elias Nardi Quartet si compone di Oud, che nelle abili mani di Elias “si snoda come un perfetto strumento solista” ed altro non è che “il liuto arabo”, “uno strumento cordofono a pizzico che affonda le proprie radici nell’ancestrale storia delle popolazioni mediterranee. Poi, la Nyckelharpa di Didier François, strumento ad arco di derivazione scandinava . Si, Medio Oriente e Scandinavia, perché la globalizzazione, se non è in mano alla finanza e mossa dal capitale, può riservare risultati sorprendenti. A ciò si aggiungono le “insolite ritmiche” di Emanuele Le Pera (tra gong, cartelli stradali e rastrelli) e la “splendida esuberanza” del basso fretless di Carlo La Manna.
Ciò che più colpisce in questo ambizioso ed originale progetto musicale, è che non si tratta appunto d’un progetto ma d’un sogno. Per esserne certi, vi basterà osservare ad un loro concerto, gli sguardi d’intesa reciproca degli attori musicanti, gli abbracci allo strumento durante un solo, l’alchimia che qui come mai, eleva la totalità dell’esperienza ad un piano semantico superiore rispetto alla somma delle sue singole parti. Il quartetto è composto  da quattro anime, più che quattro elementi.

“Orange Tree”, prodotta dall’etichetta indipendente Zone di Musica, è un disco dal sapore antico, una ventata di mistica brezza nelle nostre occidentaliggianti vite. È un disco che sembra dirci: “rallentate, ed abbiate cura di ciò che più vi sta a cuore”, un disco dunque capace di mettere l’ascoltatore in contatto con le sue istanze più profonde e spesso trascurate.

La prima traccia è “Sis”, leonessa sonora, un vestito rosso con eleganti ricami di altrettanto eleganti harem, di amori consumati da una sola parte. Una danza del ventre come intermezzo, nell’avvicinarsi del focolare, per il disvelamento dell’amore nella coda più lacerante che abbia ascoltato recentemente. Quei 30 secondi valgono un libro intero di poesie. “Brise” è ancora più elegante, raffinata e colta, ma non per questo più fredda. Semplicemente, dopo un uragano c’è la quiete del cuore, che è solo una breve stagione, perchè poi, frenetica, riparte l’ipnotica danza, intreccio di note, di fasti e di vesti. Poi, giunge quella che sarà l’ennesima mano tesa del disco, a condurci altrove, verso altri rimbalzi di senso.
E’ arriva l’inquietudine,con “Kasos”, nell’incanto delle forme con cui si esprime. Jung scriveva dell’esistenza di vari passaggi dell’anima che simbolizzò con la sua Torre. Questo è un passaggio di luoghi metafisici, all’interno del disco. Si entra nella sua polpa, che esplode ribollente nella nuova epopea sita nella coda, ed il dialogo finale è uno dei passaggi più fini e riusciti dell’intero lavoro.
“Winterflowers” è un rito di passaggio che si compie all’interno dei linguaggi musicali del disco. Una estasi meditativa, con le danzatrici esauste che vengono invitate a sedersi e respirare a fondo, che prosegue con “Fil Hadika”, per trasformarsi. Qui la musica, da viatico interno che era stata nelle prime tracce, diventa strumento narrativo di altri da sè. Termina la poesia, ed inizia la narrazione. E qui, si può dire, inizia il vero viaggio, e si sente il deserto e non più il melodioso incenso. E’ il momento delle domande, le domande antiche dell’uomo, ancora irrisolte.
“Albero d’arance” può non commuovere solo chi non possiede un’anima. Una dolce bufera che invade ogni libbra della nostra carne, mortale e indistinguibile, sovrastata da qualcosa di più alto, che da secoli non sappiamo spiegarci. Riflessioni è una delle sponde narrative, insistenti, site nel disco, ed io cerco di immaginare le storie di vita che vi stanno dietro scorgendovi un deserto interpretativo e sensitivo, uno spazio di mistero che ho sempre attribuito al fascino del musico, su cui mi sono sempre domandato, ad oltranza, l’origine.
“Serir” è una sperimentazione intima e stretta come i vicoli di Marrakech. Questo pezzo mi ha portato subito con la mente nel Maghreb del Sud. Mi torna in mente la brulicante Piazza degli Impiccati, con quell’energia umana incomparabile che trasuda da ogni angolo.  Infine, “Bassideas” è un uomo che se ne va in lontananza nel deserto, inghiottito dalle dune e nel mistero. Una porta che si apre, dopo che l’uomo aveva bussato, per poi andarsene.

Doveva essere una recensione d’un disco, è stato un viaggio interiore, durato un disco. È quello che succede quando si ha a che fare con la Bellezza. E questa musica ne brilla con coraggiosa lucentezza.

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