Il mestiere di vento

Ad oggi, si fa una gran confusione con le parole. L’ennesimo esempio di come talvolta più parliamo e meno ci intendiamo, è la sottile differenza tra il viaggiatore e il turista. Non si distinguono attraverso il numero di aerei presi, i paesi visitati, le foto tropicaleggianti. Si distinguono per la motivazione di fondo: “il turista viaggia per tornare contento, il viaggiatore  per tornare stanco”.
Ma se i viaggiatori sono sempre esistiti, il turismo usa & getta è in drammatica espansione. Ciò è drammatico perchè così un sempre maggiore numero di persone si darà ad intendere di conoscere il mondo, mentre non saranno che andati in ricerca della loro parte di mondo, nelle altre parti dello stesso. Il dramma, è che la troveranno.
Il turismo di massa altro non è che una forma  mutante del colonialismo “all’antica”, è un colonialismo globalizzato, che non celebra più sfacciatamente il suo esito finale, ossia il  mero sfruttamento, ma lo maschera con graziosi artifici, dunque, che raggiunge il risultato con maggiore efficacia e minore dispendio di forze. Anche gli effetti  sulla popolazione – che prima sapeva di subire un’invasione, mentre ora la accoglie benevolmente – sono i medesimi,  ossia la disidentificazione rispetto alla propria tradizione, storia e cultura millenaria, che conserva solo gli aspetti potenzialmente più stereotipabili ed infine, con triste frequenza,  realmente stereotipati con venature grottesche quando va bene, caricaturali quando va peggio. Non dimenticherò mai, a tal proposito, i  leggendari Sami della Lapponia, a mendicare qualche spicciolo in cambio della sola pittoresca esibizione di se stessi di cui ci avevano fatto dono.
L’obbiettivo di questo nuovo fiorente business, agevolato dall’esplosione dell’offerta turistica – che ha elementi di non sola criticità, naturalmente, offrendo innumerevoli risorse a chi è disposto a bucare il meccanismo – è quello di non far sentire l’invasore di turno uno stronzo ficcanaso ma bensì un esploratore provetto (di quartieri, finti, negozi  finti e sorrisi finti, s’intende). E badate bene, un locale fiuta la presenza davanti a sè del viaggiatore, anzichè del turista. I viaggiatori, infatti, da che mondo è mondo,  raccontano sempre  di incontri straordinari con la gente del posto. Il turista invece vi parlerà della colazione.
La foto con la comica ed imperturbabile Guardia della Cancelleria. La notte nel deserto, nella tenda beduina, con cena a base di spaghetti. La Grecia, scansando accuratamente i Templi, ed accodandosi nelle “Mathausen che chiamate discoteche”, per vivere una settimana di follia e poi far ritorno all’apparato e reindossare la maschera nelle altre cinquatatre  settimane che lo attendono (“chi vuole una maschera è costretto a portarla”, dal “De Profundis” di Wilde).  Il viaggio in India per compiacersi della commiserazione che si prova  a vedere quella miseria che si mostra a noi, come in vetrina, e “ci batteremo senz’altro per loro in futuro”, pensano, dalla propria camera all’Hilton.  E poi Starbucks, Hard Rock Cafè, McDonald’s. Madame Tussauds, perchè l’adulazione umana si estende anche verso umanoidi di cera. D’altronde oggi si arriva persino a comprare la Kefiah alla boutique. A sommi capi, questa è la costellazione del “vacanziere”, a prescindere da latitudine e longitudine.
Rispetto a questi illustrativi esempi di vacanza odierni,  si può asserire che i viaggi notturni dalla camera alla cucina, con quei passi a tentoni nel buio, alla ricerca d’un bicchier d’acqua,  offrano stimoli ben maggiori, oltre ad offrire l’indiscutibile vantaggio di non essere frequentati da borseggiatori, il più grande terrore del “vacanziere”.
Provate con costoro a farvi mostrare il passaporto: sarà senz’altro pieno di timbri esotici. Che però siano andati di villaggio in villaggio, mentre al mondo là fuori era vietato l’ingresso, a loro, non interessa.
Un gruppo italiano, i Mercanti di Liquore, a tal proposito, hanno scritto una canzone che si chiama “Il viaggiatore”, con un notevole ritornello, che fa così: “Il viaggiatore viaggia solo e non lo fa per tornare contento, lui viaggia perchè di mestiere ha scelto il mestiere di vento”.

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5 risposte a Il mestiere di vento

  1. Travis ha detto:

    Spiaggia bianca, palme e mare cristallino, costume a fiori e mojhito d’ordinanza..
    Non posso odiarli, e oggi non posso neanche criticarli, probabilmente riprenderò domani.

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  2. Newland ha detto:

    “il turista viaggia per tornare contento, il viaggiatore per tornare stanco”
    Quant’è vero, ma è una stanchezza talmente appagante che non la cambierei con nulla al mondo. Certo è difficile non sentirsi esploratori dopo alcune migliaia di chilometri, o turisti di fronte ai monumenti di più grande rilievo artistico, ma appena incroci un gruppo di italiani col loro pulmino d’ordinanza, basta un attimo per capire di non avere nulla in comune con loro. Loro si spostano fisicamente certo, ma nulla più, non fanno che trasportare i loro piccoli mondi in giro per quello più grande, non cambiano le loro abitudini, non rinunciano a nessuna comodità, dopo un paio di cene cominiciano a elogiare e rimpiangere il loro paese, che naturalmente disprezzano per tutto il resto dell’anno. Capire veramente un paese, viverlo da cima a fondo, è qualcosa di impossibile anche per il viaggiatore più volenteroso, nonostante tutti i nostri sfonzi non avremo visto che pochi fotogrammi di una pellicola senza fine, ma ciò che conta è il tentativo di calarcisi in un mondo diverso dal proprio, abbandonando prima di tutto l’entocentrismo che ci viene inculcato sin dalla nascita. Il problema, come dici tu, non è tanto la presenza dei turisti, ma il fatto che i vari paesi facciano di tutto per assecondarli, spesso distorcendo il loro patrimonio culturale e artistico in modo da farlo combaciare con l’idea stereotipata che ne ha uno straniero. Sfortunatamente restano pochi angoli del globo totalmente immuni da questa tendenza, forse nessuno…
    Pierre-Aldo

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  3. carusopascoski ha detto:

    “Ciò che conta è il tentativo di calarcisi in un mondo diverso dal proprio, abbandonando prima di tutto l’etnocentrismo che ci viene inculcato sin dalla nascita”. Parole sante, Pierre-Aldo. Quello stesso etnocentrismo, che, a mio parere, è il vero ostacolo alla convivenza pacifica di culture e tradizioni diverse, che non devono necessariamente convergere, a maggior ragione se tale convergenza è dettata prevalentemente dal capitale.

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  4. lorenzo ha detto:

    Il viaggiatore viaggia per l’avventura, per l’imprevisto e perchè no, anche per le situazioni tragicomiche alle quali spesso deve far fronte. Viaggiare è leggere il libro chiamato “mondo” una pagina alla volta, gustando ogni immagine evocativa ed ogni parola. Da un viaggio voglio tornare stanco, sporco e con la voglia matta di mangiare le lasagne. Questa sarà la garanzia che nel mio viaggio ho abbandonato i miei costumi e le mie comodità e ho imparato a vivere come vivono altre persone. Il vacanziere che mangia da McDonald avrà soltanto trovato un surrogato del suo mondo geograficamente spostato, e il suo unico arricchimento potrà essere quello di dire: “ci sono stato”. Poi Luca lo sai, mangiare la Tajin e vomitare tutta la notte non ha prezzo.

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  5. carusopascoski ha detto:

    E’ vero. M’hai fatto venire in mente di quando mi buttai sul materasso dopo 20 giorni di tenda e non so quante migliaia di km sotto il culo. Mi ci venne da piangere dalla contentezza. E poi, quel viaggio lì, più passa il tempo, e più mi sembra bello. Del Tajin, conservo ancora, gelosamente, le testimonianze del tuo viaggiare e degli effetti spiacevoli che talvolta comporta. Sono pronto a rivenderle al tuo primo datore di lavoro.

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