Tony Adams – “Mister Arsenal”, la leggenda del santo bevitore

1966. L’Inghilterra organizzava e vinceva il suo unico discusso mondiale mentre decine di complessi rock UK avendo capito quanto fosse più facile sedurre una bella gattona con un riff di chitarra rispetto a un colpo di tacco, iniziavano ad entrare in sala d’incisione per sfornare centinaia di canzoni, non meno dei grappoli di bombe che iniziavano ad infuriare sul Vietnam, mentre in Italia Caterina Caselli cantava “Nessuno mi può giudicare”, la frase adatta a descrivere il percorso esistenziale e calcistico della leggenda di questa puntata di Amarcord, Tony Adams, nata proprio allora. Professione calciatore alcolista, leggendaria bandiera dell’Arsenal, one man club, figura mitologica del binomio calcio & alcol, pur facendo tesoro dell’esperienza di Rolando Bianchi, che al ritorno dalla sua anonima parentesi al Manchester City ebbe a dire sul modo di vivere il calcio nella terra d’Albione: «Sono l’ unico astemio della Premier League”.

Piedi raffinati, geometrie visionarie e audaci colpi di biliardo. Se cercate questo, state perdendo il vostro tempo. Tony è uno stopper dal corpo di granito, piedi di calcestruzzo e due palle di cemento armato. Non un tipo con cui scherzare, Tony, nè in campo nè al pub.  Se non fosse diventato “Mister Arsenal”, vi avrebbe senz’altro rovinato il londinese soggiorno estivo dal binomio ” shopping & nightlife” da adolescenti brufolosi nel bel mezzo delle vostre maliziose fughe dalla dorata clausura dei college (in compagnia della fighetta milanese appena sdraiata), spaccandovi la faccia in pieno stile Begbie di Trainspotting.

Inizia a giocare nelle giovanili dell’Arsenal per poi fare l’esordio in prima squadra a diciassette anni, di cui ne diventerà il capitano a ventuno, per ben quattordici stagioni di fila. I gunners ‘80ies si guadagnano la fama di squadra ultra difensiva, merito dello straordinario pacchetto a quattro allestito da Coach Graham e della sublime maestria con cui utilizzavano la tattica del fuorigioco, Adams da acerbo e violento stopper migliorò tanto sino a diventare uno dei più insormontabili “muri” del calcio moderno, conservando modi rustici e temperamento aggressivo, e a soli vent’anni si merita la chiamata dalla nazionale della regina.

Tony e l’Arsenal vincono un incredibile campionato all’ultima giornata, è il 1989, replicano due anni dopo eppure per lui sono tempi eccezionali quanto duri. Tony da ottimo intenditore di birra col vizietto british del pub dopo l’allenamento, comincia a tracannare pinte su pinte sulla scia di un’abitudine di cui ha perso il controllo e di cui si serve per scacciare i pensieri di un’infanzia difficile e di Jane, la moglie che lo ha lasciato per disintossicarsi dalla droga. Costantemente ubriaco, frequentemente in mezzo a risse, si prende 8 mesi di carcere per aver causato un incidente automobilistico, ovviamente sbronzo, e sono celebri i suoi arrivi al campo di allenamento procedendo a zig-zag al volante della  propria vettura. Si allena con un doppio strato di tessuto per smaltire meglio l’alcol di cui abusa la notte prima, si allena come una furia, nella catarsi della fatica, che però non cancella l’ inquietudine. Perde la nazionale e i mondiali di Italia ‘90. Perde il sorriso semplice da ragazzone duro e si isola nella sua dipendenza. Ma mente e corpo, per quanto deteriorati, reggono per altri sei anni, in cui pur divorato dall’alcolismo e da una vita violenta e dissoluta, diventa capitano della nazionale e vincendo due FA Cup, Coppa Uefa e Coppa di Lega, ricevendo decine di riconoscimenti personali. Poi, a suo dire, perde “Il fisico e la mente che mi permettevano di essere un grande calciatore e un bevitore di prima categoria”, è il 1996. Questo è il punto di non ritorno per campioni come Best e Gascoigne, ma non per Tony, che un giorno alza la cornetta e si presenta all’alcolisti anonimi, lui, celebre capitano dell’Arsenal, l’arcigno difensore abituato a svettare per risolvere le grane nell’area di rigore che non sapeva come fare a risolvere le proprie e chiede aiuto, spinto dall’allora neo allenatore Arsene Wenger.

E’ la rinascita. “Mister Arsenal” torna in tempo per giocare e vincere altri due campionati e la terza FA Cup. Wenger spiegò in seguito quanto il regime alimentare e psicologico cui Adams si era sottoposto per tenersi lontano dall’alcol finì per allungargli la carriera e affibbiargli una nuova reputazione che lo porterà a fine carriera a meritare incarichi da vice allenatore e allenatore del Portsmouth, con un successo pari a quello che avevano i baristi nei suoi anni d’oro quando gli intimavano di smettere di bere.

Ha fondato una clinica per curare disturbi di dipendenza da sostanze, ha scritto un’autobiografia dai toni vibranti sugli anni in cui pur costantemente ubriaco, era il miglior difensore inglese in circolazione e tra i migliori al mondo, e adesso è relegato a umili compiti da osservatore per lo stesso Wenger, segno che come allenatore e guida tecnica di una squadra merita lo stesso entusiasmoche i compagni di squadra gli mostravano quando Tony offriva loro un passaggio per la mattina seguente al campo d’allenamento.

Tony ci ha saputo regalare un lieto fine ove poteva comparire un triste epilogo, anche se non è proprio il caso di dire “un brindisi a Tony”. “Mister Arsenal”, Tony Adams, guerriero sul campo da gioco quanto guerriero con la vita.

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Una risposta a Tony Adams – “Mister Arsenal”, la leggenda del santo bevitore

  1. procellaria ha detto:

    che delusione, non c’è niente di più triste di un alcolizzato che diventa astemio

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