José Luis Chilavert – “Chila”, professione portiere volante

Nato nell’estate del 1965, all’alba della stagione Hippy, a Luque, Paraguay, piccolo stato misconosciuto (se non per le sorti calcistiche) dell’America del Sud senza sbocchi sul mare, portiere sin dai primi calci al pallone per volere del fratello maggiore che aveva ambizioni da attaccante, il ragazzino protesta, si lamenta, usa i piedi appena può e para, para tutto (come non gli accadrà più in vita sua, bontà fraterna), in quel cortile dunque v’è l’alba del suo temperamento e del suo splendido avvenire.

Si capisce subito che Josè Luis ha talento e due palle grosse quanto un alveare, grazie a queste due doti compie un esordio record a soli quindici anni nella serie B nazionale con la formazione della sua città natale, lo Sportivo Luquense. La sua carriera segna celeri passi in avanti nei primi anni di professionismo, una velocità pari ai kg aggiunti negli ultimi anni di carriera, dunque impressionante. Chila passa dal Guaranì al San Lorenzo. Sino a qui si fa notare per giovane età, ambizione, carattere e parate. Il mondo,  così come l’allenatore che lo portò con un’operazione di mercato che gli costò le coronarie sull’altra sponda dell’Atlantico, al Real Zaragoza, ancora ignorava i suoi leggendari capricci palla al piede (per cui verrà più volte confinato in panchina, insultato, cacciato), che esibiva con un piacere degno del miglior autoerotismo home-made durante gli allenamenti e le partitelle tra amici, in silenzio, come una vendetta covata verso l’avversa sorte che lo aveva limitato in porta come un umile servitore delle sue squadre, lui che aveva piedi da Principe e carattere da Re della giungla, ma non agilità da Delfino.

Siamo all’alba della leggenda: Chila sbarca in Spagna e si prende il numero uno del Paraguay. Agosto 1989,  è l’esordio con la maglia della propria nazionale, Josè Luis corona un sogno. Sull’uno a uno, contro la Colombia di Higuita e Valderrama in una gara fondamentale per le qualificazioni al mondiale, l’arbitro fischia un calcio di rigore ad un minuto dalla fine. Il popolo del Paraguay è davanti alla TV incredulo e sorpreso: il pallone viene sistemato sul dischetto dai guantoni dello sconosciuto portiere ventiquattrenne, persino Higuita, animale da circo intrappolato in area di rigore, si chiede colto da incredulità, se oltre all’antidolorifico lo staff medico gli abbia iniettato dell’acido lisergico. Chila è solo, o la pubblica umiliazione e linciaggio o la storia. Calcia. Rete. Tripudio. Leggenda. Non si fermerà più. Calci di rigore, punizioni da distanze lunari, persino qualche sparuto corner. Chila se ne prende l’incarico, l’onere, l’onore e la gloria. Saranno 62 i goal totali al termine della carriera, gran parte con la maglia del Velez di Carlos Bianchi con cui vivrà 9 anni di epopea: vince quattro campionati nazionali, Coppa Libertadores, Coppa Intercontinentale (contro il grande Milan di Capello), Coppa Interamericana, Supercopa e Recopa. A livello personale, sempre in questi anni, vince tre volte il premio dell’IFFHS come miglior portiere dell’anno, una volta il premio come miglior giocatore del campionato argentino dell’anno e il premio come miglior giocatore sudamericano dell’anno. Anche il suo Paraguay gioca due edizioni consecutive della fase finale del mondiale, impresa mai riuscita sino a quel momento.

Fenomeno da baraccone, campione, esuberante, carismatico, antipatico, talentuoso, polemico, eccentrico, imprevedibile, hijo de puta.  Questi sono solo una raccolta degli aggettivi di cui i detrattori e ammiratori di Chila hanno abusato. Spaccone, amava provocare, in campo, attraverso numerosi dribbling sull’attaccante in pressing che gli costeranno numerose magre figure e gli arresti domiciliari nella propria area di competenza a cui verrò obbligato dai futuri allenatori, e fuori, attraverso le sue sempre vivaci dichiarazioni alla stampa, di cui se ne ricorda una in particolare, in cui dichiarò, sbeffeggiato dai giornalisti argentini, che avrebbe segnato un goal nell’incontro serale alla loro nazionale. Detto fatto.

Termina la propria carriera a Strasburgo, dove calpesta più uva che erba da gioco e si fa apprezzare per l’ottimo appetito con cui rinverdisce le casse dei ristoratori locali più che per la parate, trova il tempo di vincere una Coppa di Francia e per ultimare la preparazione atletica per i campionati paraguaiani di Sumo, mantenedosi agilmente sopra il quintale. Viene condannato a sei mesi di carcere per un falso certificato medico con cui si libera dai francesi per andare in Uruguay nelle file del Penarol (dove vince il campionato, suo ultimo trofeo), comincia a prepare il suo futuro dopo il calcio giocato. Partecipa a un reality show negli USA sul calcio, dove è libero di dire minchiate a ripetizione (per esempio ribadire il suo disprezzo per i conformisti portieri europei), tanto nessuno se lo caga.

Recentemente ha fatto sapere di voler diventare il Presidente della Repubblica del Paraguay, prendendo l’impegno verbale di dare un pallone e scarpini ad ogni bambino, lui che giocava a piedi nudi e con un pallone composto da stracci incollati tra loro, mentre metà della popolazione soffre di malnutrizione. Abile a centrare il bersaglio da giocatore, non si può dire altrettanto di questa sua prima fase politica. Non è stato nuovamente preso sul serio dalla stampa e di questo la comunità internazionale dovrebbe preoccuparsi conoscendone il carattere orgoglioso e vendicativo che lo portò a sputare in faccia a Roberto Carlos mentre questo gli tendeva la mano a fine partita dopo un breve alterco.

Ci mancherai, soprattutto alla Playstation, magico portiere volante.

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2 risposte a José Luis Chilavert – “Chila”, professione portiere volante

  1. El Chila scrive:

    Da notare che tutti e dico tutti, anche i cani, in Argentina hanno un apodo.
    Lui no. Simplemente El Chila.
    Articolo molto ben fatto.
    Complimenti

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