Bill Fay – Time of the Last Persecution

Bob Dylan, Nick Drake, Simon Finn, Alexander “Skip” Spence, Ray Davies, Leonard Cohen, John Lennon. Non è l’elenco dei miei cantautori preferiti, ma delle personalità avvicinate da quei pochi critici che hanno avvertito la necessità di descrivere per assonanze l’elitaria (ancora per quanto?) esperienza acustica provocata dall’epopea Folk di Bill Fay, misconosciuto autore, cantante e pianista inglese che iniziò ad incidere nel 1970. Una epopea progressiva, con contaminazioni raccolte in visite ai santuari del più raffinato cantautorato ’70s (vi ricordano qualcosa l’Highway 61, Tanworth in Arden, Village Green, Chelsea Hotel e la nivea villa del video di “Imagine”?) e psicotiche compulsioni per chitarra elettrica seminate in vari passaggi dell’album dall’evocativo Bluesman Ray Russel. Da qui deriva la diffcoltà di classificazione di un disco raro nella sua avvolgente delicatezza: Prog-Folk, Psych-Folk, ecc, ecc. Si può però affermare, prendendo spunto dai testi che contengono costanti richiami spirituali e religiosi, che questa musica è senz’altro migliore del Dio che evoca.

Pubblicato in giovane età dalla Decca, che se ne disfece non appena ne confutò le pressochè inesistenti potenzialità di vendita, è stato oggetto di recenti ristampe ad opera della Wooden Hill Records e della Durtro di David Tibet, al secolo mentore del progetto Current 93 e fulcro di un’attenzione crescente, merito tanto del Revival Folk in auge quanto dell’intrinseca qualità di un album che non poteva restare nascosto ancora a lungo. Ad ulteriore testimonianza di ciò Wilco e Jim O’Rourke hanno attinto dal repertorio di Fay, rispolverando la memoria acustica ed esistenziale di un uomo che tutt’ora vivente, non ha lasciato traccia di sé né di dove adesso si possa trovare con certezza, benchè si vociferi di un nuovo album in cantiere. Tuttavia, non sempre chi scompare misteriosamente dalla scena è automaticamente consacrato a leggenda: ritratto come un solitario psicotico la cui musica “era chiaramente il risultato di paranoia e droghe assortite”, l’autorevole rivista “The Wire” arrivò a scrivere di lui come di “un folle Rasputin barbuto che assomiglia a Charles Manson”.

“Time Of The Last Persecution” naviga in un mondo di simboli cristiani, tra armoniose linee pianistiche e febbrili raptus elettrici. Composto all’età di 28 anni in preda a una trance creativa conseguente alla “Sparatoria della Kent State”, in cui furono assassinato negli scontri 4 studenti allo scopo di “reprimere e disperdere i manifestanti” accorsi per protestare contro l’invasione U.S.A. in Cambogia, (che già indusse Neil Young a comporre uno dei suoi pezzi più intensi, “Ohio”), è un album viscerale che riesce a risultare allo stesso tempo profondamente lirico e morbido, nelle evocative sonorità che spaziano dalla più soffice delle ballate (“Tell It Like This”) al più rabbioso rock (“Inside The Keepers Pantry”).

L’ingresso del disco è firmato da “Omega Day”, tra atmosfere alla Buffalo Springfield e timidi richiami chitarristici alla John Cipollina di Quicksilveriana memoria, con i fiati e il canto liberatorio finale che schiudono come una volta celeste le eleganti e mature digressioni sonore a venire. In “Don’t Let My Marigolds Die” il disteso canto precedente è ora ridotto a esile esortazione disperata, la suadente e trasognata chitarra acustica accompagna il tutto come l’oscurità l’imbrunire. Nell’astrale velluto di “I Hear You Calling”, si libra un arioso mantra pianistico che riverbera la voce cristallina immersa in una memoria distante con preziosa nostalgia. Passando attraverso “Dust Filled The Room”, piacevole intermezzo Dylaniano (siamo nei dintorni di Nashville), e la pastosa matassa sonora in crescendo di “‘Till The Christ Come Back”, arriviamo alla prima punta del triangolo posto al vertice compositivo del disco, “Releases In The Eye” dal lirismo incontaminato di ampiezze, colmate da uno scalatore di vortici emotivi con un climax strumentale e vocale, che, nella coda strumentale, regala il primo vero accesso psicotico del disco, sgretolando l’ascoltare in un denso magma di note in scintille.

Alla metà del disco compare “Laughingh Man” e un soffuso pianoforte accompagna Fay in un pezzo alla Phyton Lee Jackson di “In A Broken Dream”, con brulichii chitarristici. Ho già accennato alla rabbiosa “Inside The Keepers Pantry” con echi di Neil Young in quel canto dolorante da fine della corsa, e a “Take It Easy”, sonnecchiante e incantata nuvoletta melodica che ristorerebbe il più bruno dei giorni mentre in “Plan D” esce allo scoperto l’animo più pop di Fay, con un canto che detta le condizioni al cielo per una lieta aurora da stanze dove l’inquietudine riposa sovente.

Ma vero capolavoro del disco è “Pictures Of Adolf Again”, profonda riflessione sui corsi e ricorsi storici, sul dolore di un’osservatore consapevole di altro dolore a venire, consapevole dell’inconsapevolezza dei simili, annientati da una scelta apparente. Una ballata da sogno, che coronerebbe la carriera di fior fiori di musicisti e cantautori. La voce di Fay è in compassionevole contrasto con l’armonia delle musiche: tanto dolci quest’ultime, tanto lucidamente sofferta la prima, in un contrasto che esemplifica l’ardore di sensibilità così acute e costrette al gelo di epoche stanche in cuori naturalmente caldi e dirompenti nella loro propensione d’amore.

La Title Track, terza punta di diamante dell’album divora come peste la delicatezza sparsa nel disco, il puro piano che disegna capitelli di grazia su colonne in rovina. La speranza, in fuga sotto le bombe della cieca razionalità: è il collasso della società moderna, dei brandelli di progresso che ci concede in nome di un Dio invisibile in terra e vittima di una terribile estorsione di pietà. Il regno del caos ha squarciato i vani tentativi di ordine. Tutto questo in meno di 4 minuti di poetico uragano.

Stravolti dall’uno-due teso da Fay & Russel, un lieto incanto pianistico torna, ormai prevedibile, come una madre instancabile ad accarezzare i nostri padiglioni auricolari. In “Comes A Day” osserviamo le fiamme spegnersi, eppure la mente ci conduce in schizofrenici flashback chitarristici, rabbiosi sputi su armonie dissolte. Infine, come in un sogno di Canterbury, arriva il più incantato dei finali, una intima carezza all’ascoltatore. In “Let All The Other Teddies Know” il registro vocale di Fay, rigidamente evocativo, mostra inaspettitamente lievi ampiezze. Il piano increspa onde sonore abbattendosi su scogli di riverberi chitarristici.

Un gong a corda chiude l’esperienza, con l’autorevolezza di chi ha sentito una visione abbattersi su di sé, facendocene prezioso dono.

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