“I came so far for beauty” – Omaggio a Leonard Cohen

“I came so far for beauty
I left so much behind.”

Le sue poesie lette furiosamente sui treni, notti intere a far fiorire il diluvio con le sue canzoni, amori nati e morti lungo l’eco delle sue strofe, quel concerto a Lucca di 4-5 anni fa che sembrava già un commiato e non lo era, ma consumai la sua morte quella sera guardandolo dare le spalle al palco alla fine del concerto e scendere la scaletta, un gesto semplice che a me farebbe tremare le gambe, si deve avere una certa confidenza con la fine pensai fra me e me, ma non lo dissi a nessuno ed ebbi paura come adesso di sentir mancare il senso che solo i poeti danno alla luce e al contrario della vita, che non è la morte, ma qualcosa che teniamo stretto in ognuno di noi e una volta al secolo un poeta tra i tanti giunge a nominare per farci sentire il popolo eletto di questo sentimento che ha bisogno della poesia per esser detto.

La mia foto preferita del Poeta e il poster che mi aspetta nell’ingresso di casa attimi dopo aver girato la chiave nella porta, come una benedizione. Fino ad oggi guardare un uomo come qualcosa che vive e da domani come qualcosa che è morto – “new skin for the old ceremony” – come cambia il sentimento questo piccolo oscuro dettaglio. E ancora più strana la vita e la morte del corpo umano, nessun arto continua a vivere anche dopo la morte eccetto il volto di un uomo in una bella foto.

E quel momento in cui Leonard Cohen canta e piange una delle sue canzoni più belle dal vivo, lo guardano milioni di persone alla tv e alla fine della canzone una lacrima si stacca dall’occhio e scivola sulla guancia in un piccolo riflesso più vero della vita, ci abbaglia e ci dice che il poeta è nudo, nudo con i suoi versi e le sue canzoni di fronte al mondo intero e al dio sconosciuto. Non trovo un coraggio più bello e necessario di questo.

Leonard Cohen, qui con il suo maestro Kyozan Joshu Roshi, era un frequentatore assiduo del monastero zen di Mount Baldy, Los Angeles, dove ha preso il nome di Jikan il silenzioso perché “avevo bisogno di rigore, poi è nata l’amicizia con Roshi che dura da quasi 40 anni. Roshi ha compiuto cent’ anni lo scorso primo aprile. Eravamo seduti di fronte a un bicchiere di vino rosso un paio di anni fa. Ha sollevato il bicchiere, mi ha dato un pugno sulla spalla e mi ha sussurrato: ‘Scusami se non muoio'”.

Leonard Cohen per lui scrisse tante poesie, tra cui questa intitolata, semplicemente, “Roshi”:

“Cosa dicesse esattamente
io non l’ho mai capito
ma ogni tanto
mi sorprendo
ad abbaiare col cane
o a curvarmi con gli iris
o a dare in altro modo
il mio piccolo aiuto”

L’ultima cosa tra le mille che si possono ricordare di Leonard Cohen la devo a Lorenzo Mei, amico e massimo appassionato che su Cohen dovrebbe scrivere un libro: “Nel 1970 Leonard Cohen suonò al festival di Aix-en Provence. Mentre andava verso il luogo dove si svolgeva il festival insieme alla band, si accorse che il traffico era completamente bloccato. La locanda in cui aveva dormito con i musicisti aveva una stalla con alcuni cavalli, così Cohen e gli altri, che venivano prevalentemente dal Texas e dal Tennessee, li presero in prestito. Sulla strada trovarono un “Texas Bar”, e la tentazione fu troppo forte: legarono i destrieri fuori dal locale e si fecero una bevuta, poi ripresero il cammino. Una volta arrivati a destinazione, perché non salire sul palco direttamente a cavallo? Naturalmente lo fecero. E’ quasi superfluo dire che quello di Cohen era bianco.”

“Tra le migliaia
di coloro che sono conosciuti
o aspirano a farsi conoscere
come poeti,
forse uno o due
sono poeti autentici
gli altri sono finti,
gente che bazzica i sacri recinti
cercando di darla a bere.
Non c’è bisogno che vi dica
che io sono uno di quelli finti
e questa è la mia storia.”

Non è vero.

“Hineni, hineni
I’m ready, my lord

There’s a lover in the story
But the story’s still the same”

Era vero.

 

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Quando Dario Fo organizzò un colpo di stato

Per ricordare Dario Fo, un breve estratto del sottoscritto da FRANTI. Perché era lì – antistorie da una band non classificata con il suo atto che preferisco, sufficiente per essere ricordato come un genio irregolare nel paese dei conformisti.

 

L’eco del golpe cileno di Pinochet fu enorme in tutto il mondo, soprattutto nell’Italia di quegli anni: un paese atterrito e convulso, in cui vennero sventati all’ultimo momento già un paio di colpi di stato (Piano Solo e Golpe Borghese) e con gli echi costanti e tragici della Dittatura dei Colonelli dalla vicina Grecia.
E’ in questa atmosfera che Dario Fo e Franca Rame andarono in scena quella sera del 27 ottobre del 1973, coinvolgendo i diecimila spettatori presenti al Palazzetto dello Sport di Torino, in uno straordinario e indimenticabile “coup de theatre” finale.

Il teatro di Dario Fo e le reazioni che scatenò testimoniano al meglio il clima di quegli anni in Italia: lo spettacolo Guerra di popolo in Cile volle essere insieme una denuncia delle stragi fasciste e insieme la testimonianza di come non siano possibili accordi “pacifici” con la Democrazia Cristiana. Quello stesso anno la sua compagna e sodale Franca Rame era stata sequestrata da un commando neofascista e violentata per ore, ci voleva un certo fegato per andare avanti, ma Fo alzò persino il livello della provocazione. La traslazione della storia dal Cile in Italia avvenne così, in scena, attraverso la simulazione di un colpo di Stato durante lo spettacolo.
Come già precedentemente indicato, si vivevano tempi oscuri e si temeva un colpo di Stato italiano, la polizia politica perquisiva tutti, inquisiva per un niente, era ovunque. Da qui il colpo di genio di Fo: con tutta la compagnia, finsero, all’insaputa di tutti, un intervento repressivo, di tipo “cileno”, da parte della polizia. un gruppo di poliziotti (invero attori della compagnia teatrale) entrarono improvvisamente nel teatro durante la rappresentazione bloccando le porte, lanciando fumogeni e cercando un magistrato comunista. Nessuno tra il pubblico era al corrente del colpo di teatro inscenato, in pochi attimi si creò un caos inenarrabile che se non fosse stato per la spiegazione chiarificatrice di Fo sarebbe potuto degenerare. Tutti ebbero così fatto esperienza di cos’è un colpo di Stato, quando capita proprio a te, proprio nel tuo paese, proprio nel bel mezzo della tua vita pacifica.

 

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Valentino Zeichen – Sono un poeta d’occasione

Dalla viva voce di Dario Bellezza

Zeichen ha da ridire su tutto,
anche sulla mia casa, proprio lui!
che vive in una baracca da abusivo,
e non possiede nientedimeno che
il suo squattrinato snobismo (…)
Intanto va a girare la salsa
nel cesso, dove cucina, sempre
in omaggio alle sue strampalate
teorie dell’eterno ritorno.
Mi sollecita a scrivere su di lui,
ma vista la sua condizione
andrebbe raccomandato a un poeta
del realismo socialista.
Qualcuno bussa alla porta del cesso
cucina, urge un bagno;
Zeichen è tirchio con i sanitari,
crede che siano tutti dei Duchamp;
per la ragazza apre un’altra baracca
dove c’è un vero bagno con vasca,
che nega a se stesso e ad altri.
Zeichen sarebbe anche un bravo poeta
ma è troppo pigro per applicarsi.

***

La poesia

Come un ricorrente duplicato di Big Bang
simula la nascita dell’universo
a sua differenza possibile figlia d’ignoti.
Ella ha madre sebbene svagata,
espulsa in un baleno dall’ispirata origine e
subito estranea all’istantanea matrice creativa.
La poesia: annodate interiora.
Si dipana nella prosaicità della lingua
e lascia scorgere allettanti Aleph
dall’inafferrabile momentaneità;
gli accostamenti accidentali
fra le lingua ancora brulicanti
l’apparentano agli invertebrati,
i nodi vengono al pettine dello stile e
il poeta deve alla sua perizia di fisiologo
il taglio dei versi.
Senza offendere le sinapsi semantiche
riconduce a capo i misurati segmenti
comparabili agli esagrammi
delle divinazioni Ching.
Ogni volta che la mimesi creativa ricomincia
si ripropone il dilemma: il mondo
deve supporsi creato in versi
come ventilano le scritture oppure
si tratta di opera in prosa evoluzionistica?
Nel dubbio aporistico
applichiamo alla creazione
l’analisi stilistica.

***

 

Scoppierà la guerra
e noi ci arruleremo
nei soldatini di piombo
sotto l’arco di trionfo;
sfileremo alla berlina
dietro l’ampia vetrina
d’una antica cartoleria.
Amore, pazienta che
metta a letto la poesia.

***

Se la linea
della tua vita
nella mano
ti pare breve,
allungala con la matita
e chissà? che l’innesto
non riesca.

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Claudio Paletto – Pendant Brumaire (un concerto degli Algiers)

Mescolate Nick Cave a Nina Simone, il gospel al post-punk poi aggiungete frasi campionate di Malcom X, una voce nera che più nera non si può, suoni distorti, testi radicali, mixerate il tutto ed otterrete un ufo di nome Algiers, la colonna sonora delle rivolte di Fergusson.
Se li avete già sentiti sapete quello che dico, se ancora non li conoscete buttate un occhio al loro video/manifesto e soprattutto andate sul loro sito, pieno di tante altre (?) cose, e capirete perché mi è presa voglia di vederli, dal vivo, in concerto.


Per me ha sempre funzionato così: gruppi, musicisti, cantautori mi piacciono per la musica che fanno, ovvio, ma anche, a volte soprattutto, per come la fanno, per attitudini, contenuti e modi di comunicare che riconosco immediatamente vicini.
E’ una pratica questa, metà di pancia e metà di testa, dalle parti del cuore probabilmente, che, riconosco, in cinquant’anni, mi ha dato qualche cocente delusione, ma, in definitiva, ha contribuito a salvarmi la vita .
Ciò detto, visto che il personale giro del mondo in ottanta date di Franklin James Fisher e compagni non prevede tappe in Italia, mi ritrovo, con l’amata complice Maddalena, detta Madda, a decidere, conti alla mano, dove andare a strappare questi tre punti in trasferta: Londra, Berlino, Monaco, Amburgo, Bruxelles, Glasgow, Manchester, Brighton, Parigi, Reims, Lione…, concerto gratuito a Lione, … Lione.

Alt(r)e velocità:
n°2 biglietti TGV Torino-Lione, andata 16 nov / ritorno 18 nov, totale 180 euro, durata viaggio 3h e 45m
n°2 bigliettiFlixbus Torino-Lione, andata 16 nov / ritorno 18 nov,
totale 36 euro, durata viaggio 4h e 25m (compresa sosta autogrill di 30m)
Domanda: voi cosa scegliereste ? ……. Anche noi.

Non c’è ragione al mondo per devastare una valle e le finanze pubbliche con una “grande opera” che tra 30 anni per la stessa tratta e non si sa a quale prezzo ci farebbe guadagnare un’ora di tempo. E poi che ci andrebbe a fare tutta sta gente a Lione? Mica ci suonano sempre gli Algiers! A sarà dura.

Venerdì sera. Ultima puntata di “How to get aways with murder”, bella. Scolleghiamo il computer dalla tv proprio mentre irrompono le prime “dirette” da Parigi. Cinque minuti cinque per capire che la faccenda è davvero pesa poi ci attacchiamo ai cellulari, abbiamo amiche e amici da quelle parti, proprio in quel quartiere. Li sentiamo, stanno bene, ad alcuni, paradossalmente, diamo noi notizia di cosa sta succedendo. Per Madda è una sorta di dejà vù, lei che l’11 settembre del 2001 l’ha passato a piangere al telefono in attesa che il fidanzato newyorkese dall’altra parte dell’oceano le rispondesse. Mi addormento tardi, con due certezze neanche tanto originali : la prima è che se questo massacro fosse successo in un’altra parte di mondo la notizia non avrebbe nemmeno avuto i titoli di testa nei tg del giorno dopo e la seconda che non è proprio il momento migliore per andare ad un concerto in Francia.

Sabato mattina. Mercato rionale di S.Giulia, nel cuore di Vanchiglia. Un anziano piemontese si ferma davanti a un banco vicino a quello dove compro le verdure e si rivolge così al giovane marocchino che lo gestisce: <Visto cosa hanno combinato i tuoi amici a Parigi?> e si allontana. In contemporanea succedono tre cose:
uno – il ragazzo, impietrito, riesce solo a rispondere: <Non sono miei amici>
due – un cliente che ha assistito alla scena insegue il vecchio, gli urla di vergognarsi, lo copre di insulti.
tre – Madda si gira a guardarmi, mi conosce e già teme mi metta nei guai
Intanto Giuseppe, l’ambulante calabrese da cui mi servo da sempre, scuote la testa e mi indica un immigrato ancora più giovane e ancora più triste: <Lui l’ho preso ad aiutarmi al sabato anche se non ne ho così bisogno…sai è arrivato su quel barcone, quello con tutti quei morti>

Domenica. 48 ore di “speciali tv” hanno lasciato il segno. Sento al telefono mia madre, 87 anni appena compiuti. E’ più preoccupata di quando, nel ’79, andai a Bologna per il tanto atteso/temutoconcerto di Patti Smith, che peraltro in quell’occasione deluse la platea più combattiva perdendosi in lunghe chiacchiere su Papa Luciani. “Preferirei che non andassi” azzarda, e qui mi tocca, per l’ennesima volta, ricordarle che è da quando ho dieci anni che lei preferirebbe, sempre, che non andassi da qualunque parte, a far qualunque cosa.
I media cominciano a diffondere altre liste oltre a quelle dei morti: tour annullato per gli Eagles of Death Metal, (e ci mancherebbe) U2, Foo Fighters, Coldplay, Prince, tour annullati o sospesi (lutto, ragioni di sicurezza, “dopo quello che successo non ha più senso continuare”, “non sono più felice”) Madonna, tour confermato (“fermarsi vuol dire fare esattamente quello che vogliono”) Hermès, festa d’inaugurazione della nuova boutique del lusso a Torino, confermata (“con questo momento di gioia nella tragedia non ci arrendiamo al terrorismo”) Bob Dylan: prossime date confermate (con richiesta di sicurezza armata in sala) Papa Francesco, prossimo Giubileo: confermato (“si farà”)
Contattiamo direttamente gli Algiers: < voi che fate? >
La risposta arriva immediata e ruba le parole a B.Brecht :
<“nei momenti tristi, canteremo ancora”… vi aspettiamo! >
Ninkasi, Gerland. Si chiama così, Ninkasi come ninkasi e Gerland come la zona nella periferia sud di Lione in cui si trova, il locale, un fabbricato industriale già sede di una ditta di trasporti, dove si tiene il concerto. Emergiamo dalla penultima fermata di un metrò prima del capolinea, due passi sotto il giallo di lampioni che tagliano le sera e siamo dentro. Entrando mi sorprendo a valutare inconsciamente possibili vie di fuga. Già, ma fuga da chi, da cosa ? Meglio concentrarsi sulla birra, sul piccolo palco a ridosso del pubblico, a tiro di sudore proprio come piace a me, sui componenti della band che arrivano alla spicciolata con le chitarre a spalla, aiutano i tecnici a montare, si mischiano al pubblico per ascoltare ed applaudire il gruppo di spalla. Poi tocca a loro. Com’è stato il concerto ? Valeva la pena e non dico di più, d’altronde mica faccio il critico musicale. Io, al massimo, faccio sopralluoghi per storie che prima o poi racconterò. Corriamo sotto la pioggia verso l’ultimo metro, “nei momenti tristi canteremo ancora”.

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Linton Kwesi Johnson – Giù profondamente dove la collera cresce

Profonda nella profondità dell’angoscia
E dove la ricerca deve tuffarsi, ardere. già dove…
Il suono è l’eco del ventre della terra
Giù profondamente dove la collera cresce
Violentemente
La voce dev’essere ardente, come il lampo
Illuminando il cielo come la luna
Scorrendo negli angoli scuri
Mostrando il nemico e le sue mosse volgari
Forte come il tuono, calda
Il cammino non può essere che di sangue
La canzone del fango rappreso nel sangue
Morente
Si aggrappa alla vita
Pur morendo, vivendo il dolore
La fine non può essere che dolce
Definitiva

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Alberto Dubito – Sono un cantanoie (e se muoio giovane, spero sia dal ridere)

“È essere all’inizio ma avere vent’anni
essere alla fine ma avere vent’anni”

Alberto Dubito era un poeta-rapper (Disturbati dalla CUiete) morto solo a 21 anni, nel 2012. Nelle sue parole c’è tutta l’urgenza della prossimità dell’abisso, urgenza che si fa azione poetica senza contrazione lenta del pensiero. Nessun poeta contemporaneo ha saputo dire meglio l’inquietudine bastarda di chi ha/aveva vent’anni all’inizio del XXI secolo e non era un boy-scout, con quei suoi versi-cazzotti-cazzate sospesi tra l’atmosfera di un concerto punk hardcore e l’attitudine assoluta al rap. Alberto mi fa pensare a Franti, e come Franti ha agito ed è sparito. Ma come cantano i Negazione, lo spirito continua… Sul suo sito internet www.albertodubito.it potete leggere, ascoltare e vedere tutte le sue opere, gratuitamente, che sono state raccolte da Agenzia X, editore da urlo che si occupa di controcultura. Vi invito a farlo, se vi piace chi accende un fuoco e poi sparisce.

 


Corrosi ci siamo corrosi

Non credo tu voglia sentire c’è da dire
che per capire ci sarebbe tanto da dire

Battevo il ritmo
per i vicoli strabici
con i condizionatori
nelle orge di palazzoni

Sintetici, le emozioni
sono segnali elettrici
trasmessi dal metallo
delle città. ripetiamoci

Battevo il ritmo
per i vicoli strabici
con i condizionatori
nelle orge di palazzoni

Sintetici, le emozioni
sono segnali elettrici
trasmessi dal metallo
delle città. andiamoci

Il vento sudato che annuncia l’arrivo della metro
a roma, nel coma delle tue ciglia misurate al metro
nell’arancio vetro dei lampioni al bordo
dell’arancio tetro delle mille città teatro

L’annuncio della metro
a roma nel coma
delle tua ciglia chilometriche
nelle città teatro metalliche

Azzeriamo i pezzi di queste metropoli
azzeriamo i pezzi di queste metropoli
spacchiamo i pezzi di queste metropoli
spacchiamo i pezzi di questo monopoli

Prendimi per mano (stringimi la mano)
bruciamo bene noi
bruciamo in fretta ehi
chiedimi come mi chiamo, poi

Prendimi per mano andiamo per le vie
a piedi scalzi leggendo tra le ferrovie
gli avvisi dei nostri sorrisi divisi
nei mesi di crisi se vieni non mi avvisi

Corrosi ci siamo corrosi
corsi ci siamo rincorsi
corrosi ci siamo corrosi
ricordi ci siamo rincorsi

Prendimi per mano andiamo a bestemmiare
fuori dalle chiese paleocristiane
neoclassiche bizantine barocche gotiche
riscriviamo le nostre bibbie eretiche

Corrosi ci siamo corrosi
corsi ci siamo rincorsi
corrosi ci siamo corrosi
ricordi ci siamo rincorsi

Pestiamo a morte i sampietrini delle piazze
giocando a carte con la sorte fuori dalle stanze
con le sirene costanti di sbirri e ambulanze
prendimi per mano bruciamo le distanze

Corrosi ci siamo corrosi
corsi ci siamo rincorsi
ci siamo corrosi i ricordi
ricordi ci siamo rincorsi

***

Mah

Fuori dal bar in centro si concentrava
un melting pot di cultura americana importata
un signore sulla cinquantina conciato da imprenditore
chiacchierava di punk-pop con un raver sotto acido

I film di serie B ormai mi sembrano riprese
di vita quotidiana, reality, 1984.
l’imprenditore torna a casa e sodomizza
la moglie poi l’ammazza e si suicida

Passando in bici stamattina l’ho visto
nelle locandine fuori dalle edicole pentagonali
non che mi sia stupito
c’è da chiedersi perché?

***

Cara frustrazione

Cara frustrazione
mentre non trovo casa e marcisco in periferia
a qualche chilometro dalla capitale
le vie esplodono tra cariche e questori
tra scudi e manganelli flessibili

Io invece resto bloccato
nei gironi delle corriere piene di precari e lebbrosi
contemporanei, e mi perdo
tutto

Cara frustrazione,
nei miei giorni neri, che ritorni come
lunedì, come l’inverno, come
tutte le metro che perdo

E sono scappato qua Giusto per non marcire
in qualche facoltà,
finito tra le infinite liste di affitti&afflitti,
a perdere gli affetti…

***

14 dicembre, romaBrucia

Il sole abbaglia e il cielo è azzurro sereno sopra piazza venezia

Che dopo il lancio dei lacrimogeni sono sempre
tutti molto commossi,
poi commozioni cerebrali e pensavo fosse una triste
guerra civile tra cani…
tra nebbie di fumogeni e urli sfrangiati, caschi contro caschi.
frustrAzione quando la polizia carica e
ho la batteria scarica per non sapere dove sei

Il sole resiste e il cielo è azzurro serio sopra via del corso

Spremendoci malox e limone negl’occhi
fuochi d’artificio sulle camionette.
la Sfiducia artificiale, un paese che Sfiora
il fondo.
sullo Sfondo diverse nuvole di fumo nero
camionette e macchine civili in fiamme ma

Il sole arranca e il cielo si tinge di grigio sopra piazza del popolo

Ho sentito 84 tuoni di bombe carta in totale.
l’arrivo dei blocchi, quando la strada viene imbracciata
pali delle vie e sampietrini e ondate di panico Fisico
tra la folla.
una strategia già troppo militare, infiltrati. infiltrati.
le camionette invadono la piazza e sparano
lacrimogeni sul popolo della piazza. pazzia.
il tempo di urlare e vederli correre nella nostra direzione
il tempo di buttare il tabacco col fumo
e correre via con gli occhi che esplodono

Vedo In alto, col volto coperto, le mani a p38.
flash di un vecchio incubo italiano

La luna è calma dietro i tetti tra un cielo noncurante sopra san
lorenzo

Ora che siamo lontani ti parlo di quanto sia futile.
e mi accorgo che è una guerra tra cani
ma già decisa, già vista e voluta. siamo Volubili.
c’hanno fottuto come sempre. sul giornale web
un finanziere pestato tiene il ferro in mano
un incappucciato lo sorregge.
c’hanno fottuto come sempre

La notte si fa gelida e metabolizziamo questi bocconi freddi.
avvinghiati

***

C’è stato un colpo di stato (d’animo)

Coglie l’occhio rapido, rapito dallo scorrere e l’occorrere
delle ricorrenze vuote come buste della spesa piene di scontrini
come il resto della cassiera messo sul banco mentre porgo la mano

Scrivo poesie bruttemmerde e posso dir quel che mi pare
che sto nudo e fotto solo fatto come un cane
che mi sveno col bicchiere pieno che mi fate e faccio schifo
che odio il cielo e che niente di quel che scrivo è tutto vero
è tutto vero, è tutto vero, è tutto vero come scrivere che è
tutto vero per ridere

Arriverò sotto casa tua in mutande, in pieno dicembre, in bici
interdetto arriverò anche in intercity se ti trasferisci

E il cielo è sempre più grigio caro rino
un altro giro di parole, un altro blues
un altro giro di gin, capovolgo il cielo col mare
e pioverà a dirotto per anni, noi che per amare
abbiamo smesso di dirlo.
e abbiamo giornate più amare. e altri giri di parole
e calli d’amanti, calli d’amianto
e colli dove stenderci a guardare questa via lattea ipertrafficata
o a farci travolgere dai tramonti tra i tralicci.
o a farci riavvolgere. x4
così detta tra noi,
in fondo che ci fotte del dopo e del poi, del
ne Dubito

Travolti dai tramonti tra i tralicci
e detta tra di noi
ti luccicano gli occhi riflessi nelle stagnole mica nei diamanti
così detta tra noi,
in fondo che ci fotte del dopo e del poi

***

Sono un cantanoie

Svuoto i cassetti e
piego i miei scritti come origami
non sono mai stato bravo a fare le valigie
vedo codici a barre pure nelle strisce pedonali a
milano tra strade grigie palazzi del colore delle strade
e il cielo del colore dei palazzi Tutti uguali, magari
diventeremo sterili portando nelle tasche i cellulari
vivo veloce abbracciato a una musica consolatrice
rientro tardi e metto abiti con riflessioni in carta
dimenticate dentro la lavatrice
ricorda: l’acqua non perdona facilmente
l’inchiostro svanisce
per la pioggia o per errori analoghi
ho perso anche di peggio
ipotesi che non leggerò mai sul mio leggio
per consolarmi appoggio l’orecchio sull’asfalto e ascolto
il rombo dei forse e della metro nei tunnel
come vuoti d’aria dentro le arterie
non ho soluzioni per un mondo ideale
punto a tentare di correggerne le traiettorie
ma ’sto giro non prendermi troppo sul serio
io sono solo un cantanoie

Non ho calma e le cuffie a palla
un passante mi ferma non sento ma è facile intuire quel che dice
gli porgo d’accendere

***

Su genitori e generazioni

E poi Dovevamo nascere prima.
o dopo. così per cagare il cazzo fino in fondo.
siamo cresciuti a cavallo tra ’sti due cazzo di secoli.
abbiamo imparato a contare e sbagliare in lire.
abbiamo pagato in euro il primo pacchetto di sigarette.
abbiamo seguito il tumore espandersi in streaming.
chi ha quindici anni adesso è cresciuto con la parola Crisi.
noi, che siamo partiti dritti come treni, sui binari degli anni
mille, ora siamo un po’ disorientati.
tipo dei minotauri

È essere all’inizio ma avere vent’anni.
essere alla fine ma avere vent’anni

***

Sembra che

Sembra che, questa generazione, abbia paura di rimanere, sola,
a pensare.
C’è sempre bisogno di un supporto.
Esce di casa, sbadiglia, mette su la musica in cuffia, entra
nell’esterno.
Rimanere soli con se stessi a fissarsi negli occhi può essere deludente,
o forse solo troppo pesante per gli standard quotidiani.
Si guarda attorno… in mezzo a un plastico stretto, su un cemento
freddo, con un sorriso malinconico, e delle occhiaie consapevoli.
Cammina dando ritmo ai pensieri, consapevole che vive, consapevole
che non c’è tempo da perdere, che una strada non ce
l’hai e se te la crei, è sudore.
Il disco si era inceppato, il suono si ripete fino a diventare fastidioso
oltre la sopportazione umana. Come i giorni, come le
stagioni, come me, come te. Che leggi e vivi ogni giorno e ogni
giorno ti illudi sia diverso.
Da che?
No… giocati il gioco che vuoi, le conquiste che ti servono per
sopravvivere. Ma abbiamo tutti una bomba a orologeria sopra
alla testa.
Prosegue sulla strada tracciata dal ritmo dei suoi pensieri,
incantati come il disco nel suo lettore, da orecchio a orecchio.

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Julio Cortazar & Roberto Juarroz – Lettera sulla poesia verticale

Lettera a Roberto Juarroz, di Julio Cortazar
(Carta carbone. Lettere ad amici scrittori. Vol. 1)

Amico Juarroz, mi perdoni per aver tardato tanto a risponderle, ma non è molto che sono rientrato a Parigi, dopo alcuni mesi di lavoro a Vienna. Da tempo volevo dirle che la rivista mi è molto cara, perché mi permette di ascoltare da tanto lontano voci argentine nuove e giovani. Oggi però le scrivo per un’altra ragione, più impellente: ho appena finito di leggere Segunda poesía vertical, e ne sono rimasto meravigliato, incapace di fare quel passo indietro che inevitabilmente si compie dopo che un poeta ci ha permesso di addentrarci nella grande verità del suo mondo, del mondo. Le sue poesie mi sembrano tra i componimenti più alti e profondi (che poi è la stessa cosa, in realtà) che siano stati scritti in spagnolo in questi anni. Per tutto il tempo ho avuto la sensazione che lei riesca ad affacciarsi a ciò che indaga con una visione totalmente libera dalle impurità (verbali, dialettiche, storiche) che all’alba del nostro mondo patirono i poeti presocratici, quelli che i professori definiscono filosofi: Parmenide, Talete, Anassagora, Eraclito. A lei (e a loro) basta guardarsi intorno perché qualsiasi visione prosaica cada a pezzi di fronte alla poesia, che si impossessa totalmente dell’essere. Ho letto ad alta voce i componimenti che capisco meglio (altri mi sfuggono o mi richiedono un’interpretazione che è forse più un’autoconsolazione per non poterli intuire a prima vista), e in ogni caso ho avuto nuovamente quella prodigiosa sensazione di straniamento, di rapimento, di accesso. Ho sempre amato la poesia che procede per inversione dei segni; l’uso dell’assenza in Mallarmé, alcune «anti-essenze» di Macedonio, i silenzi nella musica di Webern. Ma lei amplifica tali inversioni, che in altre mani finiscono per ridursi a giochi di parole, fino all’inverosimile. E allora, lo sguardo che vede e lo sguardo che non vede, una volta attorcigliati a formare un solo filo, [1] sono qualcosa di incredibilmente fecondo, un’invenzione dell’individuo. Era molto tempo che non leggevo poesie che mi estenuassero e mi esaltassero quanto le sue, e glielo dico così, di getto e senza rileggere, per non rischiare di farmi prendere dalla confusione e dalla paura davanti a tante parole sonore. Immagino che mi crederà lo stesso, e che siamo già amici, e un abbraccio.

Poesia verticale (1958), di Roberto Juarroz


Poesia verticale n° 51, di Roberto Juarroz

Un giorno troverò una parola
che penetri il tuo ventre e lo fecondi,
e che si posi sul tuo seno
come una mano aperta e chiusa al tempo stesso.

Incontrerò una parola
che trattenga il tuo corpo e lo faccia girare,
che contenga il tuo corpo
e apra i tuoi occhi come un dio senza nubi
e usi la tua saliva
e ti pieghi le gambe.
Tu forse non la sentirai
o forse non la capirai.
Non sarà necessario.
Girerà dentro di te come una ruota
fino a percorrerti da un estremo all’altro,
donna mia e non mia
e non si fermerà nemmeno alla tua morte.

dal volume “Seconda poesia verticale”
Grazie a Antonio Bux, autore della traduzione

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Nika Turbina – Sono pesi queste mie poesie

Non per voi è il tempo

“Ho iniziato compenendo versi ad alta voce quando avevo tre anni. Picchiavo i pugni sul pianoforte e componevo. Le poesie venivano come qualcosa di incredibile, che ti raggiunge, poi ti lascia”. I testi qui raccolti sono stati scritti da Nika Turbina fra i sette e i nove anni d’età, salvo l’ultimo. Si cita il suo diario “Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina, nelle mie poesie. Non c’era bisogno che diventassi donna”. Un intero corpus poetico aperto e chiuso dentro l’infanzia. E leggendo le sue poesie, sembra che di questa condizione aliena alle comuni infanzie, ne avesse sentore. Come scrive Evtusenko sulla Turbina, “nei bambini è vivo un acuto senso di verità, lo rivendicano proprio quando è massimo lo scarto tra poesia e vita”. Nika Turbina è morta a 27 anni, cadendo da una finestra.

 

Sono pesi queste mie poesie,
pietre spinte lungo una salita.
Le porterò stremata
allo strapiombo.
Poi cadrò, viso nell’erba,
non avrò lacrime abbastanza.
Smembrerò la strofa
scoppierà in singhiozzi il verso
e si pianterà nel palmo
con dolore anche l’ortica.
L’amarezza di quel giorno
tutta trasmuterà in parola.

***

In piedi sui confini
dove perdi il contatto
con il mondo.
Si gettano quei ponti innanzi
quando scocca mezzanotte:
inflessibile è il tempo.

In piedi sui confini:
solo un passo ancora,
avanti!, verso l’immortalità.

Se mi volto, scopro dietro me
quei giorni che mi han dato tanta luce.

E non so decidermi
a quel passo,
ma mi mette fretta il tempo.
Con il far del giorno
si oscura la mia stella,
la linea si richiude in un istante.

***

Io sono una bambola rotta.
Si sono scordati di mettermi
un cuore nel petto.
E al buio, in un angolo, inutile,
abbandonata.
E come una bambola rotta
al mattino ho ascoltato
i bisbigli di un sogno:
“dormi, tesoro, dormi
e voleranno gli anni
e al tuo risveglio
di nuovo vorranno
prenderti in braccio
cullarti per gioco,
e troverà il suo battito
il cuore”
E’ solo tremendo
aspettare.

(Edizioni Via del Vento, Pistoia, 2008. Traduzione di Federico Federici.
Grazie all’editore Fabrizio Zollo per avermi fatto dono del volume in questione)

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Camillo Berneri – L’operaiolatria

“Camillo Berneri fu una delle più importanti energie intellettuali e militanti del movimento anarchico italiano. Fin dalla sua adesione è sempre stato nel contesto anarchico quello che si dice un “tipo strano”, un “sui generis”, come diceva lui. Il suo profilo intellettuale e la sua forma mentis hanno rappresentato uno dei più interessanti casi di rottura della “tipicità”, nel campo della militanza anarchica italiana dell’epoca. (…) Lui fu sì coscienza critica dell’anarchismo italiano, ma allo stesso tempo ne fu propulsore politico. Arrivato al movimento nel gorgo della crescita quantitativa e qualitativa, ha poi consumato la sua esistenza in quelle drammatiche vicende (trionfo del fascismo ed esilio) che hanno scombinato i processi di maturazione dell’anarchismo italianoIn questo contesto il suo aperto revisionismo ha una miriade di sfaccettature e sfugge a catalogazioni lineari ed univoche. Lineari sono però le attitudini che Camillo portò in dote all’anarchismo del suo tempo: lo stimolo alla competenza, all’approfondimento delle questioni, al dinamismo ideologico e politico, alla ricchezza culturale, allo sradicare le idee non pensate” (Claudio Strambi, Umanità Nova)
Camillo Berneri, dopo una vita spesa a diffondere le sue idee peculiari (e incredibilmente attuali, come quelle sulla fallacia del femminismo) e praticare l’azione politica che ne era diretta conseguenza, venne assassinato nel maggio 1937 poco dopo l’arresto da parte dei comunisti stalinisti del PSUC, durante la battaglia intestina al fronte antifascista spagnolo delle giornate di maggio, avvenuta a Barcellona tra comunisti e anarchici durante la guerra civile spagnola. 
Si presentano di seguito alcuni estratti dal suo L’OPERAIOLATRIA e il documentario integrale sulla sua figura di Marco Vighi per ReteEmilia (grazie a Socialismo Libertario per averli resi disponibili), “Berneri attaccò in queste dieci pagine uno dei luoghi comuni più diffusi, allora come ora, nel movimento socialista in generale: si tratta di quell’assurda posizione di “privilegio” nella lotta rivoluzionaria che tanta parte del movimento socialista, sotto la perniciosa influenza marxista, ha sempre attribuito ad una mitica classe operaia, che dovrebbe esercitare addirittura la propria dittatura sui contadini e sulle altre forze interessate alla rivoluzione socialista. Coerentemente con le sue posizioni di sempre, Berneri negò in questo saggio l’esistenza stessa di una qualsiasi forma di cultura operaia, se non “come simbiosi parassitaria della cultura vera, che è ancora borghese e medio-borghese”; e, negando la stessa possibilità di esistenza di una autonoma cultura operaia, Berneri negò l’esistenza anche di quell’operaio ideale del marxismo e del socialismo che lui definì un “personaggio mitico”. Il discorso di Berneri era teso a respingere tanti luoghi comuni che impedivano lo sviluppo del pensiero e della lotta libertaria. Il rifiuto di ogni prevenzione anti-contadina, anzi l’esaltazione del ruolo rivoluzionario spesso avuto dagli organizzatori e da molti nuclei contadini, rientravano in questa sua concezione rigorosamente umana ed antiautoritaria dell’anarchismo.” (Camillo Levi, Rivista Anarchica)

(…) “Il giudizio pessimista sulla massa implica in realtà un giudizio pessimista sull’uomo poiché la massa non è altra cosa di una somma di concrete individualità. Dal momento che si dichiara la massa incapace di afferrare, sia pure mediante intuizioni grossolane primitive, il valore di una lotta per la libertà, per ciò stesso si dichiara l’uomo chiuso ad ogni istinto che non sia di natura strettamente utilitaria. Se taglia alle radici, ad un tempo, qualsiasi bisogno di redenzione sociale, si soffoca sinanco la fede negli istinti democratici, questa fede fondata sulla tesi di fondamentale identità fra gli uomini e su di un ragionevole ottimismo sulla natura umana”.

“Ma, d’altra parte, non ho mai lucidate le scarpe al proletariato «evoluto e cosciente», neppure in comizio. E non capisco il linguaggio aulico dei bonzi bolscevichi”. “In un articolo (cito un esempio tra mille) di Azione antifascista (giugno ‘33), leggo che Gramsci è un’anima proletaria. Dove ho udito quest’espressione? Frugo nella memoria. Ah, ecco! Fu a Le Pecq, mentre in costume e in fatica da manovale muratore mi aveva sorpreso uno dei <<responsabili>> comunisti. <<Ora la puoi conoscere, Berneri, l’anima proletaria!>> Così mi aveva apostrofato. Tra una stacciatura di sabbia e due secchi di «grossa» riflettei sull’ «anima proletaria». E come sempre, a chiarire il problema sorgevano, dalla memoria del cuore, i ricordi. I primi contatti con il proletario: era lì che cercavo la materia della definizione. L’ «anima proletaria» non la trovai. Ritrovai i miei primi compagni: i giovani socialisti di Reggio Emilia e dintorni. Vi erano dei cuori generosi, delle menti aperte, delle volontà tenaci. Poi conobbi degli anarchici. Torquato Gobbi mi fu maestro, nelle sere brumose, lungo la via Emilia, sotto i portici che risuonavano dei miei tentativi di resistere alla sua pacata dialettica. Lui era legatore di libri, io studentello di liceo, ancora «figlio di papà» dunque, e ignaro di quella grande e vera Università che è la vita. E dopo allora, quanti operai, nella mia vita quotidiana! Ma se nell’uno trovavo l’esca che faceva scintilla nel mio pensiero, se nell’altro scoprivo affinità elettive, se all’altro ancora mi aprivo con fraterna intimità, quanti altri aridi ne incontravo, quanti mi urtavano con la loro boriosa vuotaggine, quanti mi nauseavano con il loro cinismo! Il proletariato era «la gente»: quella media borghesia in cui ero vissuto, la massa studentesca nella quale vivevo; la folla, insomma. E gli amici e i compagni operai più intelligenti e più spontanei mai mi parlavano di «anima proletaria». Sapevo proprio da loro, quando lente a progredire fossero la propaganda e l’organizzazione socialiste. Poi entrato nella propaganda e nell’organizzazione, vidi il proletariato, che mi parve, nel suo complesso, quello che ancor oggi mi pare, un’enorme forza che si ignora; che cura, e non intelligentemente, il proprio utile; che si batte difficilmente per la motivi ideali o per scopi non immediati, che è pesante di infiniti pregiudizi, di grossolane ignoranze, d’infantili illusioni. La funzione delle élites mi parve chiara: dare l’esempio dell’audacia, del sacrificio, della tenacia; richiamare la massa su se stessa, sull’oppressione politica, sullo sfruttamento economico, ma anche sull’inferiorità morale ed intellettuale delle maggioranze. Sì che presentare la borghesia ed il proletariato con il demagogico semplicismo delle caricature scalarinesche dell’Avanti! e degli «oratori da comizi» mi parve di cattivo gusto e dannoso”.

“Vi fu, e purtroppo vi è ancora, una retorica socialista che è terribilmente ineducativa. I comunisti contribuiscono, più di qualsiasi altro partito d’avanguardia, a perpetuarla. Non contenti dell’ «anima proletaria», hanno tirato fuori la «cultura proletaria». Quando morì Lunaciarsky fu detto, da certi giornali comunisti, che «egli incarnava la cultura proletaria». Come uno scrittore di origine borghese, erudito (e l’erudizione è il capitalismo della cultura), alquanto prezioso come il Lunaciarsky potesse rappresentare la «cultura proletaria» è un mistero analogo a quello della «ginecologia marxista», termine che ha scandalizzato perfino Stalin. Le Réveil di Ginevra, insorgendo contro l’abuso dell’espressione «cultura proletaria», osservava: «Il proletario è, per definizione, e molto spesso in realtà, un ignorante, la cui cultura è necessariamente limitatissima. In tutti i campi, il passato ci ha fatto eredi di beni inestimabili che non potrebbero venire attribuiti a questa o a quella classe. Il proletariato, lui, rivendica anzitutto una più larga partecipazione alla cultura, come ad una delle ricchezze delle quali non vuole essere più privo. Dei sapienti, degli scrittori, e degli artisti borghesi ci hanno dato delle opere di un’importanza emancipatrice; invece, degli intellettuali sedicenti proletari ci cucinano dei piatti spesse volte indigesti»”.

“La «cultura proletaria» esiste, ma essa è ristretta alle conoscenze professionali e all’infarinatura enciclopedica raffazzonata in disordinate letture. Carattere tipico della cultura proletaria è di essere in arretrato con il progresso della filosofia, delle scienze e delle arti. Voi troverete dei seguaci fanatici della monismo di Haeckel, del materialismo di Buchner, e perfino dello spiritismo classico, tra gli «autodidatti», ma non ne troverete tra persone realmente colte. Una qualsiasi teoria comincia a diventare popolare e a trovare eco nella «cultura proletaria» che è golosa di lussi. Come il romanzo popolare è pieno di principi, di marchesi e di ricevimenti salotteschi, così un libro è tanto più ricercato e gustato dagli «autodidatti» quanto più è indigesto ed astruso.
Molti di costoro non hanno mai letto La conquista del pane, o il dialogo Fra contadini, ma hanno letto Il mondo come volontà e rappresentazione e La critica della ragion pura. Una persona colta che si occupi, ad esempio, e scienze naturali e che non abbia conoscenze di matematica superiore, si guarderà bene dal giudicare Einstein. Un autodidatta, in generale, ha in materia di giudizi un fegataccio grosso così. Dirà di Tizio che è un filosofucolo, di Caio che è un «grande scienziato», di Sempronio che non ha capito il « rovesciamento della prassi », né la «noumenicità», né l’ «ipostasi». Ché l’autodidatta, sempre in generale, ama parlare difficile”.

“Fondare una rivista, al mezzo-colto, non fa paura. Non parliamo poi di un settimanale. Scriverà della schiavitù in Egitto, delle macchie solari, dell’ «ateismo» di Giordano Bruno, delle « prove » dell’inesistenza di Dio, della dialettica hegeliana; ma della sua officina, della sua vita di operaio, delle sue esperienze professionali non dirà una parola”.

“«L’autodidatta» cessa di essere tipicamente tale quando giunge a farsi una vera cultura. Quando, cioè, a ingegno e volontà. Ma, allora, la sua cultura non è più operaia. Un operaio colto, come Rudolf Rocker, è come un nero portato in Europa bambino e cresciuto in una famiglia colta o in collegio. L’origine, come il colore della pelle, non conta, in questi casi. In Rocker, nessuno immaginerebbe l’ex-sellaio, mentre quando Grave esce dalla volgarizzazione kropotkiniana fa pensare, con rimpianto, ché è stato calzolaio”.

“La cosiddetta «cultura operaia» è, insomma, una simbiosi parassitaria della cultura vera, che è ancora borghese e medio-borghese. E più facile che dal proletario esca un Titta Ruffo, o un Mussolini, che uno scienziato od un filosofo. Questo non perché l’ingegno sia monopolio di una classe, ma perché al 99 per cento dei proletari, lasciata la scuola primaria, è negata la cultura sistematica dalla vita di lavoro e di abbrutimento. L’istruzione e l’educazione per tutti è uno dei più giusti canoni del socialismo, e la società comunista darà élite naturali; ma, per ora, è grottesco parlare di «cultura proletaria» del filologo Gramsci o di «anima proletaria» del borghese Terracini. La dottrina socialista è una creazione di intellettuali borghesi. Essa, come osserva De Man in Au de là du marxisme, «è meno una dottrina del proletariato che una dottrina per il proletariato». I principali teorici dell’anarchismo, da Godwin a Bakunin, da Kropotkin a Cafiero, da Mella a Faure, da Covelli a Malatesta, da Fabbri a Galleani, da Gori a Voltairine de Cleyre, uscirono da un ambiente aristocratico o borghese, per andare al popolo. Proudhon, di origine proletaria, è di tutti gli scrittori anarchici il più influenzato dall’ideologia e dai sentimenti della piccola borghesia. Grave, calzolaio, è caduto nello sciovinismo democratico il più borghese. Ed è innegabile che gli organizzatori sindacali di origine operaia, da Rossoni a Meledandri, hanno dato, proporzionalmente, il maggior numero d’inserimenti”.

“Il populismo russo e il sorelianismo sono due forme di romanticismo operaista delle quali è continuatrice, formalmente, la demagogia bolscevica. Gorki che è uno degli scrittori che ha vissuto più lungo e più profondamente in mezzo al proletariato, scrive:
«Quando costoro (i propagandisti) parlavano del popolo, lo sentii subito che essi lo giudicavano differentemente da me. Ciò mi sorprese e mi rese diffidente verso me stesso. Per essi il popolo era l’incarnazione della saggezza, della bellezza spirituale, della bontà e del cuore, un essere unico e quasi divino, depositario di tutto quello che è bello, grande e giusto. Non era affatto il popolo che io conoscevo ».
Arturo Labriola, al quale tolgo la citazione sopra riportata (Al di là del capitalismo e del socialismo, Parigi 1931), la fa seguire da questi ricordi:
«Potrei aggiungere la mia esperienza personale, essendo io nato in una classe di artigiani-artisti, che vivevano in contatto immediato con le classi del lavoro materiale, ed erano essi stessi dei proletari. I lavoratori che io ho conosciuto fin dai primi anni della mia vita, erano degli uomini in tutto e per tutto degni di pietà, ingenui e istintivi, creduli, inclini alla superstizione, volti alla vita materiale, affettuosi e creduli nello stesso tempo con i figliuoli, incapaci di ricavare dalla propria vita di lavoratori e un solo elemento di pensiero particolare alla loro classe. Quelli di essi che, spogliandosi dalla superstizione e dalle prevenzioni del loro ceto, giungevano al socialismo, non lo vedevano che sotto il suo aspetto materiale di un movimento destinato a migliorare la loro sorte. E naturalmente questo miglioramento attendevano dei capi, i quali passavano indifferentemente dallo stato di idoli allo stato di traditori secondo i momenti e le occasioni senza merito o demerito loro. È indiscutibile che il socialismo li migliorasse sotto tutti gli aspetti; ed oso dire che la mia prima spinta a favorire questo movimento, mi venne dalla grande pietà che la miseria dei miseri m’ispirava, e dalla esperienza del beneficio che il movimento recava ad essi».
Malatesta stesso non vedeva il proletariato attraverso gli occhiali rosa di Kropotkin (…) Chiunque ripensi alla storia del movimento operaio vedrà prevalervi un’immaturità morale spiegabilissima, ma tale da imporre la più evidente smentita ai ditirambici esalta attori delle masse”.

“Il giochetto di chiamare «proletariato» i nuclei di avanguardia e di élites operaie è un giochetto da mettere in soffitta. Le allegoriche demagogie lusingano la folla, ma le nascondono delle verità essenziali per l’emancipazione reale. Una «civiltà operaia», una «società proletaria», una «dittatura del proletariato»: ecco delle formule che dovrebbero sparire. Non esiste una «coscienza operaia» come tipico carattere psichico di un’intera classe; non vi è una radicale opposizione tra «coscienza operaia» e «coscienza borghese». I greci non hanno combattuto per la gloria, come pretendeva Renan. E il proletariato non si batte per il senso del sublime, come si affannava a sostenere il Sorel nelle sue Réflexions sur la violence.
L’operaio ideale del marxismo e del socialismo è un personaggio mitico. Appartiene alla metafisica del romanticismo socialista e non alla storia. Negli Stati Uniti e nell’Australia sono le Unions operaie che richiedono la politica restrittiva dell’immigrazione. All’emancipazione dei neri degli Stati Uniti, il proletariato americano (vedi Mary R. Béard, A short history of the american labour movement, New York, 1928) non ha dato che un misero contributo e ancora oggi i lavoratori di colore sono esclusi da quasi tutte le organizzazioni sindacali americane. I movimenti di boicottaggio (con contro le dittature fasciste, gli orrori coloniali, ecc.) sono scarsi e non riescono. E rarissimi sono di scioperi di solidarietà classista o a scopi strettamente politici.
Questo carattere utilitarista, questa grettezza, questa inerzia generale caratterizzano particolarmente il proletariato industriale”.

“Ogni qual volta mi accade di leggere, o di udire, esaltare il proletariato industriale come la élite rivoluzionaria e comunista, reagiscono in me dei ricordi di vita, cioè delle personali esperienze e delle osservazioni psicologiche. Sono condotto a sospettare negli assertori di quello che a me pare un mito, o un’infatuazione di «provinciali» inurbati in qualche grande centro industriale o, in altri casi, un’infatuazione d’ordine professionale. Quando leggevo l’Ordine Nuovo, specialmente nel suo primo periodo, quando era periodico, la suggestione delle sue continue esaltazioni della grande industria come formatrice di omogeneità classista, di maturità comunista degli operai di officina, ecc., era in me respinta da considerazioni d’ordine psicologico.
Immaginavo, ad esempio, Gramsci piovuto a Torino dalla nativa Sardegna, e preso tutto dagli ingranaggi della metropoli industriale. Le grandi manifestazioni, la concentrazione di operai specializzati, la vastità febbrile del ritmo della vita sindacale della città industriale – mi dicevo – l’hanno affascinato. La letteratura bolscevica russa mi pareva pantografare lo stesso processo psichico. In un paese come la Russia, dove le masse rurali erano enormemente arretrate, Mosca, Pietrogrado e gli altri centri industriali dovevano parere delle oasi della rivoluzione comunista. I bolscevichi dovevano, quindi, spinti dall’industrialismo marxista, essere condotti a infatuarsi della fabbrica, come i rivoluzionari russi dell’epoca di Bakunin erano condotti ad infatuarsi della cultura occidentale.
In Italia, la mistica industrialista di quelli dell’Ordine Nuovo mi appariva, quindi, come un fenomeno di reazione analogo a quello del futurismo.
Un altro aspetto che mi pareva esplicativo era quello della naturale tendenza che hanno i tecnici industriali, tendenza che ha corrispettivi in tutti i campi della specializzazione, a vedere nel fatto «industria» l’alfa e l’omega del progresso umano. E mi pareva significativo che gli ingegneri fossero numerosi fra gli elementi direttivi del Partito Comunista.
A questo angolo visuale sono ancora posto, e trovo una nuova conferma nell’atteggiamento di alcuni tra i repubblicani che sono influenzati dall’ideologia dei comunisti.
Tipico è il caso di A. Chiodini, che nel numero del febbraio 1933 dei Problemi della rivoluzione italiana, criticando l’indirizzo rurale e meridionalista del programma di «Giustizia e libertà», proclama:
«Il proletariato industriale è l’unica forza oggettivamente rivoluzionaria della società. Perché solo il proletariato è nella condizione e nella possibilità di liberarsi da ogni mentalità chiusa di categoria e di assurgere a dignità di classe, cioè di forza collettiva che ha coscienza di un compito storico da realizzare.
La rivoluzione italiana, come tutte le rivoluzioni, non può essere l’opera che di forze omogenee e capaci di muoversi per ideali a largo respiro.
Ora, l’unica forza omogenea che possa battersi per un ideale di libertà concreta e che per questa battaglia possa essere disposta ad un’azione lungimirante, non a scadenza fissa, è la forza operaia. È questa che può porre, oggi, dopo tante prove e tante tragedie, la propria candidatura come classe dirigente rivoluzionaria»”.

“Che il proletariato industriale sia una delle principali forze rivoluzionarie in senso comunista è troppo evidente perché ci sia da discutere a questo proposito. Ma è, d’altra parte, evidente che l’omogeneità di quel proletariato è più nelle cose che negli spiriti e più – vale a dire – nell’agglomerato di individui che sono in grandissima maggioranza dei salariati senza grandi differenze attuali o possibili ed a contatto con una proprietà di sua natura indivisibile (quindi necessariamente atta a divenire il capitale di un lavoro necessariamente associato) che nella coscienza di classe, di forza collettiva destinata ad attuare un grandissimo compito storico.
Il particolarismo degli operai delle industrie è troppo evidente perché ci si lasci andare alle generiche e generalizzatrici esaltazioni che di essi fanno taluni dei marxisti e dei marxisteggianti.
L’egoismo corporativo negli Stati Uniti ha condotto ad una vera e propria politica xenofoba, e le corporazioni tipicamente industriali si sono mostrate sempre tra le più accanite nel richiedere al governo l’interdizione all’immigrazione operaia. Lo stesso nella Nuova Zelanda. Ma limitiamoci all’Italia. Gli operai delle industrie hanno sempre favorito il potenziamento industriale. Il libro di G. Salvemini, Tendenze vecchie e necessità nuove del movimento operaio italiano (Bologna, 1922), è ricco di esempi, a questo proposito. Né scelgo alcuni, che mi sembrano i più tipici.
Nel 1914, gli operai dell’industria zuccheriera che erano 4.500, cioè una piccolissima categoria, venivano protetti dai socialisti riformisti, che chiedevano al governo la protezione doganale dello zucchero, senza curarsi dell’industria danneggiata dall’alto prezzo della materia prima. Tale richiesta veniva a danneggiare tutti i consumatori italiani, costretti a pagare a prezzo più alto non solo lo zucchero, ma anche le confetture e le marmellate. Non solo; essa limitava il consumo interno delle seconde, ne impediva la esportazione, quindi diminuiva il lavoro degli operai di queste industrie. Gli operai degli zuccherifici avrebbero, quindi, dovuto: o richiedere la protezione per tutte e due le industrie o richiedere il libero scambio per lo zucchero, potendo essi essere assorbiti dallo sviluppo dell’industria delle confetture e della marmellata. Questo nell’interesse generale. Ma come pretendere che gli operai degli zuccherifici che guadagnavano «salari elevati, ignoti ad altre categorie di lavoratori» (Avanti!, 10 marzo 1910) rinunziassero alla loro posizione privilegiata?
Un altro esempio. Prima della guerra, funzionavano in Italia 37 miniere di lignite, che produssero, nel 1913, 700 mila tonnellate di combustibile. Durante la guerra, salito a prezzi altissimi il carbone estero, fu conveniente sfruttare giacimenti lignitiferi anche poverissimi; e le miniere salirono a 137 ma la produzione non crebbe che di quattrocentomila tonnellate, parte delle quali date da una più intensa produzione delle vecchie miniere. Finita la guerra, discesi i prezzi del carbone estero, le richieste di lignite scemarono, sin che le 37 miniere ridivennero sufficienti.
I minatori aggiunti, quasi tutti i contadini dei paesi circostanti, si videro minacciati di licenziamento e di diminuzione di salario. Grandi agitazioni, il cui motto d’ordine era: Niente licenziamenti! E un deputato socialista, presidente di un consorzio cooperativo minerario chiese al governo di mantenere la produzione lignitifera alle cifre del periodo di guerra, anzi che la facesse salire a 4 milioni di tonnellate annue; che l’amministrazione delle ferrovie trasformasse un certo numero di locomotive per adattarle all’impiego della lignite; che i fuochisti delle ferrovie fossero meglio pagati per compensarli dell’aumento di fatica dato loro dall’uso della lignite; che l’uso della lignite fosse imposto per legge a tutti i servizi dipendenti da pubbliche amministrazioni in tutti i casi in cui la lignite potesse senza danno sostituire il carbone; che il governo finanziasse le società che si proponessero l’impianto di centrali elettriche a base di lignite; che esentasse dall’avocazione dei sopraprofitti di guerra gli impianti di questo genere.
Il deputato socialista chiedeva cioè che si consumassero milioni per far lavorare qualche centinaio di minatori, moltissimi dei quali potevano tornare ai campi. I quali minatori avrebbero lavorato col pesante piccone a consumare milioni tolti a Pantalone!
Bisogna rilevare che le agitazioni dei minatori del bacino carbonifero del Valdarno erano capitanate da organizzatori dell’USI. Il caso sopra citato è quindi doppiamente interessante, e richiede riflessione, perché ci richiama ad un lato trascurato dagli anarchici operanti nelle unioni sindacali (il protezionismo) e perché ci fa intravvedere quali problemi del genere si possano affacciare per noi in un periodo rivoluzionario (tendenza di particolari categorie di operai a far sopravvivere industrie non redditizie dal lato dell’economia nazionale)”. “Quale è stato l’atteggiamento degli anarchici incorporati nella Confederazione Generale del Lavoro e nell’Unione Sindacale Italiana di fronte al collaborazionismo socialista-padronale? Quando i dirigenti della FIOM anteponevano l’interesse di trentamila operai, impiegati nella siderurgica, viventi all’ombra del protezionismo doganale e del sovvenzionamento statale, all’interesse di 270 mila operai occupati in industrie del ferro di seconda e di terza lavorazione (metallurgiche e meccaniche), le quali avrebbero tutte da guadagnare dall’avere a propria disposizione la materia prima a buon mercato, quale è stato l’atteggiamento degli anarchici organizzati nella FIOM? Mi pare che non ci sia stata da parte degli anarchici facenti parte delle organizzazioni operaie una chiara idea della loro funzione di educatori. Opera di educazione classista sarebbe stata quella di ricordare che i milioni dati alla protezione delle industrie parassitarie venivano estorti nella massima parte alle altre moltitudini lavoratrici d’Italia. Gli anarchici si sono lasciati fuorviare dai socialisti, che, per ragioni demagogiche, rinunziarono a quella giusta e bella intransigenza dei tempi in cui l’elettoralismo, il mandarinismo e il collaborazionismo con la borghesia non erano ancora trionfanti. Agli industriali liguri, che licenziavano tremila operai e minacciavano di licenziarne entro un mese ventimila, se il governo non avesse rinunziato a diminuire i premi alla marina mercantile, l’Avanti allora diretto dal riformista Leonida Bissolati, rispondeva:
«Gli operai sanno che i milioni dati alla protezione dell’industria navale sono estorti nella massima parte alle altre moltitudini lavoratrici d’Italia; e perciò, si rifiutano di formulare il desiderio che continui uno stato di cose, in cui il pane degli operai di una regione sia pagato con la fame dei lavoratori del resto d’Italia » (Avanti, 24 gennaio 1901).
A quali degenerazioni sia giunta la collaborazione operaia-padronale nei centri industriali lo dimostra il fatto che elementi cosiddetti rivoluzionari inscenarono agitazioni per ottenere dal governo lavoro per l’industria di guerra. Così, ne scriveva il Salvemini, sull’Unità dell’11 luglio 1913:
«La Camera del Lavoro di Spezia, amministrata da sindacalisti, repubblicani e socialisti rivoluzionari, ha promosso uno sciopero generale.
Per protestare contro la uccisione di qualche operaio? L’- No.
Per protestare contro una iniqua sentenza di classe, pronunciata dall’autorità giudiziaria? – No.
Per solidarietà con qualche gruppo di operai-scioperanti? – No.
Per resistere a qualche illegalità delle autorità politiche o amministrative? – No.
Perché dunque? – Per protestare contro il governo che minaccia di togliere all’arsenale di Spezia l’allestimento della corazzata Andrea Doria.
Va da sé che alla prima occasione i sovversivi di Spezia insceneranno anche a casa loro qualche «solenne comizio» contro le spese «improduttive».
È da notare che a capo di questo movimento di protesta… rivoluzionaria, si trovava una cooperativa, quella degli operai metallurgici (Giornale d’Italia, 24 aprile). E va notato pure che l’agitazione di Spezia si è manifestata nello stesso tempo in cui il consiglio di amministrazione della Casa Ansaldo lamentava nella relazione annuale di non avere sufficiente lavoro. Nello stesso tempo gli operai del cantiere Orlando di Livorno facevano dimostrazioni addomesticate per reclamare che lo stato desse lavoro al cantiere Orlando (Avanti!, 14 maggio 1913). E i deputati di Napoli si recavano dall’On. Giolitti a chiedere «nuovi ordinativi per affusti, cannoni, spolette e proiettili» agli stabilimenti di Napoli, affinché non avvenissero nuovi licenziamenti di operai metallurgici (Corriere della Sera, 24 maggio). E i giornali clerico-moderati-nazionalisti spingevano avanti la campagna, affinché il governo impostasse nei cantieri quattro nuove grandi corazzate».
Durante la settimana Rossa i centri industriali si mantennero fermi. Durante l’agitazione interventista, i centri industriali furono al di sotto delle campagne nelle manifestazioni antiguerresche. Durante le agitazioni del dopo-guerra i centri industriali furono i più lenti a rispondere. Contro il fascismo nessun centro industriale insorse come Parma, come Firenze e come Ancona, e la massa operaia non ha dato alcun episodio collettivo di tenacia e di spirito di sacrificio che eguagli quello di Molinella.
Gli scioperi agrari del modenese e del parmense rimangono, nella storia della guerra di classe italiana, le sole pagine epiche. E le figure più generose di organizzatori operai le hanno date le Puglie. Ma tutto questo è misconosciuto. Si scrive e si parla dell’occupazione delle fabbriche, e quella delle terre, ben più grandiosa come importanza, è quasi dimenticata. Si esalta il proletariato industriale, mentre ognuno di noi, se ha vissuto e lottato nelle regioni eminentemente agricole, sa che le campagne hanno sempre alimentato le agitazioni politiche d’avanguardia delle città e hanno sempre dato prova, nel campo sindacale in ispecie, di generosa combattività”.

“Facile previsione: vi sarà un mandarino che scriverà che non ho un’ «anima proletaria» e vi saranno dei lettori che capiranno che ho inteso svalorizzare il proletariato.
Per me risponde un’eco: quella dei calorosi applausi che salutano nei cantieri e nelle officine dell’industria di guerra l’annuncio del sottomarino da costruire o dei cannoni da fondere.
Per me risponde la tattica comunista consigliante di agire all’interno delle corporazioni e per le rivendicazioni economiche.
Per me risponde, anzitutto la rassegnazione del proletariato italiano, specie di quello industriale. Attendere che il popolo si risvegli, parlare di azione di masse, ridurre la lotta anti fascista allo sviluppo e al mantenimento di quadri di partito e di sindacato invece di concentrare mezzi e volontà sull’azione rivoluzionaria che, sola, può rompere l’atmosfera di avvilimento morale in cui il proletariato italiano sta pervertendosi interamente, è viltà, è idiozia, è tradimento”.

 

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Lorenzo Mei – “Suenos con serpientes”, storia breve di una canzone antifascista

Non è per via della gloria, che siamo andati in montagna, a far la guerra. Di guerra eravam stanchi, di patria anche. Avevamo bisogno di dire: lasciateci le mani libere, i piedi, gli occhi, le orecchie; lasciateci dormire nel fienile, con una ragazza. Per questo abbiam sparato, ci siamo fatti impiccare, siamo andati al macello col cuore che piangeva, con le labbra tremanti.
Nino Pedretti

Lorenzo Mei è un buon amico, una penna morbidissima e un vero Cane Bastardo, ossia una delle tante persone del collettivo con cui ho scritto FRANTI – Perché era lì – antistorie da una band non classificata, il libro sull’omonima band hardcore folk degli anni 80 a Torino e su tante altre storie che hanno in comune la repulsione per ogni forma di fascismo, sconfitto militarmente ma non ideologicamente il 25 aprile 1945. Qui la storia di una delle più belle canzoni antifasciste che conosca, sulla forma più subdola e pericolosa di fascismo che si insinua anche nelle più celebrate democrazie: l’imperialismo.


Silvio Rodriguez, Dias Y Flores (Sony Music), 1975.
Un pomeriggio d’estate, in un prato fresco dietro a una casa di campagna, ho ascoltato con qualche amico Stefano Giaccone che cantava una canzone del cubano Silvio Rodriguez, Sueno con serpientes, che non conoscevo. La melodia è di una bellezza accecante, le parole mi sembrano utili per descrivere una delle pietre di cui è fatto il giardino dei Franti. In apertura viene declamato Brecht, da In morte di Lenin: “Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi/altri che lottano un anno e sono più bravi/ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi/però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili”. Nella canzone Rodriguez racconta un incubo ricorrente, popolato di serpenti di mare: dopo averne sconfitto uno, dandogli da masticare una colomba e avvelenandolo con il bene, un altro ancora più grande lo insegue, spalanca la bocca spaventosa, e lo afferra. Il mostro vuole vincere la sua preda inseguendola strisciante, con la calma di chi sa che le prede si conquistano aspettando un segno di debolezza, un passo insicuro. Intervistato da un giornalista che insisteva, come altri prima di lui, per sapere che cosa rappresentassero i serpenti, un giorno l’autore decise di non ignorare la domanda: “Companeros, las serpientes son los imperialistas”. Nel sogno il poeta sceglie l’unica via possibile per la propria salvezza: si lascia ingoiare e, mentre passa per l’esofago, proprio lì, quando aspetta di essere digerito, recita un verso che distrugge lo stomaco del serpente, e mette fine all’incubo. La canzone non ci dice che in quel verso c’è l’arte, la bellezza, la commozione o lo stupore. Ci dice che in quel verso c’è la verità. Ho pensato subito che valesse anche per i Franti, che in fondo forse, più di tutto hanno cercato un verso di verità per far esplodere il serpente. Dias y flores è l’album che contiene la canzone, insieme ad altre perle che meritano di essere ascoltate e valgono l’inserimento in qualsiasi kit che consideri verità e bellezza strumenti di sopravvivenza, e sappia custodire il coraggio degli indispensabili, quelli che lottano tutta la vita.

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Goliarda Sapienza – Ancestrale

Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani.

***

E’ compiuto. E’ concluso. E’ terminato.
E’ consumato l’incendio. S’è fermato.
S’è chiuso il cerchio pietrificato.
Il tempo s’è fermato. E’ consumato
il delitto. S’è bruciato
il ricordo. L’ansia è cessata.
Una coltre di lava ha sigillato
ogni cranio ogni orbita svuotata.
Ogni bocca nel grido ha sigillato.

S’è chiuso il cerchio. Niente osa varcare
il silenzio di lava. Le formiche
girano intorno al rogo spento impazzite.

***

Ho camminato sul ciglio
dei miei sogni. Sbattuta
dall’onda nera delle tue occhiaie.
Risucchiata
dal gorgo del tuo fiato.
Non posso tornare.

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“Mi sono perso” – Il viaggio di Goethe in Italia

Goethe viaggiò in Italia per quasi due anni, tra il 1786 e il 1788. All’epoca viaggiare in Italia era considerata una esperienza di arricchimento impareggiabile, e sebbene gran parte della popolazione fosse del tutto stanziale lungo il corso della propria esistenza, ad aggiungersi ai pellegrini e commercianti che già viaggiavano da secoli si aggiungevano di anno in anno coloro che viaggiavano per motivi esplicitamente conoscitivi. Come Goethe, appunto, all’epoca un trentasettenne ministro di Weimar già noto per il suo Werther, che come tanti contemporanei si sentiva soffocato in quanto artista dalla routine e si mise in cammino per l’Italia per rinnovare le fonti della propria ispirazione artistica e perdersi, giacché viaggio lungamente sotto falso nome e senza dare sue notizie persino ai familiari e amici più stretti, da vero antesignano di quei lunghi viaggi zaino in spalla che avrebbero influenzato generazioni a partire dal Novecento.
La settimana scorsa ero a Verona per un reading del mio diario di viaggio in India, di passaggio alla libreria Gulliver – una delle migliori librerie di viaggio in circolazione, gestite da una persona di rara cultura e garbo come Luigi Licci – che mi aveva ospitato già due mesi fa, ho notato ancora questa piccola targa recitante “Mi sono perso”, curiosamente sotto delle piastrelle con la scritta “Gulliver”. Fu proprio Luigi a raccontarmi la storia di questa iscrizione in Via Stella 18 a Verona, e il suo legame con uno dei più grandi scrittori di sempre, che riprendo oggi da Dismappa a cura di Giuseppe Di Salvatore, che ringrazio.

In via Stella si può vedere la targa “Mi sono perso”, datata 10 settembre 2010, segno del passaggio dell’artista Ruth Baettig a Verona.

Ruth Baettig ha colto con un viaggio in Italia l’occasione offerta dalla Fondazione Pfeiffer di adoperare un camper (Pfeiffer Mobil) per due mesi. Ha prodotto tre lavori artistici:
– “Auch ich in Arkadien”: lungo il percorso di andata del viaggio in Italia di Goethe, una serie di fotografie ripetono le inquadrature delle cartoline con l’inserzione di un personaggio vestito di bianco, figura da tempo presente nei lavori performativi dell’artista.
– “Souvenirs”: tutte le cartoline non utilizzate nel lavoro fotografico vengono bucate con un foro di due centimetri e timbrate con la scritta “Mi sono perso”, quindi spedite ad amici e centri d’arte.

“Mi sono perso”: quindici targhe in ottone sono affisse lungo il percorso di risalita dell’Italia dalla Sicilia alla frontiera svizzera. Sulle targhe compare la scritta “Mi sono perso” con la data in caratteri romani – i quindici giorni dispari del mese di settembre 2010. I luoghi prescelti per l’affissione sono strade il cui nome è particolarmente suggestivo, degno di un’esperienza.

“Mi sono perso”
Via Siracusa 95 | Via Paradiso 1|Corte degli Angeli 15 | Sabbiadoro |Via Amore 19 | Via S. Fortuna 2 |Piazza Miracoli 39 |  Via della Luce 51 | Via dei Cerchi 2 |Piazzetta del Limbo 8 | Via Stella 18| Corte dello Zucchero 2637 |  Via del Prosecco 3 | Via Abbondanza 31 | Via Semplicità 3

«Auch ich in Arkadien”.
Anch’io in Arcadia: questo il proposito e il sottotitolo del Viaggio in Italia di Goethe. Nient’altro che la formulazione più precisa dell’atteggiamento turistico ancora attuale: obliterare un’immagine preconcetta – per Goethe quella dell’antichità greca e romana, del classicismo – riempire una casella prestabilita. Per poter dire poi, nel proprio salotto interiore, “ci sono stato”. La caccia alle ricchezze di pubblico dominio, per non sentirsi esclusi dalla Storia e dalla Cultura, si riduce però spesso a una collezione di clichés, ovvero a una collezione di cartoline. Le cartoline imitano le fotografie del turista che ha letto le guide turistiche, le fotografie del turista imitano le cartoline. E a ben vedere le cartoline parlano meno dell’Italia e degli italiani, e più di una storia monumentale dell’arte e di un’italianità che hanno una data di nascita ben precisa: il Settecento di Goethe. Dopo che i britannici e i francesi avevano rodato il Pittoresco nel Grand Tour italiano, i tedeschi gli avevano dato consapevolezza e scienza, fino a costruire e cristallizzare tutti quei luoghi comuni sull’Italia e gli italiani che ancora oggi costituiscono la spina dorsale del turismo italiano. Un gruppo di sguardi stranieri, tedeschi, per lo più riuniti a Roma: di qui, paradossalmente, la famosa “italianità”.
Oggi un viaggio in Italia non può prescindere da questa realtà ingombrante del turismo, ora ampiamente di massa. Non c’è percorso più “vero”, allora, di quello che segue le tracce di Goethe giù per la penisola, imitando l’attaggiamento turistico, infilandosi ad ogni pie’ sospinto dentro le cartoline, gridando quotidianamente “anch’io!”. E in quell’imitazione, destinata a essere ironica e autoironica, emerge lo spunto per una distanza, per uno sguardo critico, che decostruisce il cliché dall’interno.
Ma quello di Goethe, da tour alla caccia di conoscenza e immagini da portare a casa è diventato un vero e proprio viaggio. Il suo racconto in Viaggio in Italia è la descrizione di una sempre maggior apertura alla realtà scoperta in Italia: dalle immagini preconcette e cercate, Goethe si apre sempre più all’ esperienza di situazioni di vita che lo intercettano sul percorso verso il cuore del mediterraneo. Oggi un viaggio in Italia sulle tracce di Goethe, allora, significa anche e soprattutto sottolineare la differenza e la distanza tra atteggiamento turistico e atteggiamento di viaggio. Se il turista ha all’orizzonte il ritorno a casa in cui accumula le immagini catturate, il viaggiatore ha all’orizzonte solo l’esperienza presente a cui si dedica completamente. Il mondo del turista è un mondo prevalentemente di immagini, quello del viaggiatore è un mondo di fatti e situazioni: il suo unico dogma è l’esperienza. Esperienza a cui darsi, abbandonarsi, esperienza in cui perdersi.
C’è un momento critico di “conversione” del turista in viaggiatore: il momento del perdersi. In questo momento il cliché va a pezzi, la cartolina è perforata, l’immagine sfondata sulla realtà presente. Perciò è una cartolina perforata il souvenir da inviare agli amici lontani: non serve da ricordo, ma da memento di un’esperienza mai catturabile. È “mi sono perso” il motto paradossale del viaggiatore, “mi sono perso” l’annuncio della resa alla realtà.
Quando si perde l’orientamento, in realtà, si perde solo l’orientamento di un nord prestabilito, si perde l’organizzazione del viaggio pianificato, si perde la guida turistica, si perde il futuro preconizzato. Il futuro del viaggiatore riprende la sua giusta forma interrogativa. E il presente non è già proiettato allo scopo prefissato, ma riacquista la polpa della vita. Diviene certo e concreto. In quel punto il presente prende la forma di una dichiarazione iscritta su metallo perenne. “Mi sono perso”, appunto. Quando ci perdiamo, in realtà, non “siamo perduti”, non siamo affatto disperati, ma recuperiamo il senso più pieno del qui e dell’ora, e quindi anche della speranza del dopo – un dopo liberato da obblighi, libero di essere esplorato. Quando ci perdiamo, è l’occasione di scoprire davvero quanto ci tocca in quel momento e inoltrarci nel futuro prossimo, l’occasione di fare esperienza. Può capitare a via Siracusa, ma può aiutarci il gioco suggestivo dei nomi: Corte degli Angeli, Sabbiadoro, Paradiso, Amore; e poi su per la penisola ritrovata da viaggiatori: Miracoli, S.Fortuna, Luce, Cerchi, anche il Limbo, e Stella, Prosecco, Zucchero, Abbondanza e Semplicità. Queste le nuove strade quando si perde la strada prefissata. Nomi come il filo rosso di una nuova carta geografica. Una carta che non disegna il nostro cammino ma che camminando noi disegniamo».

Il viaggio di Goethe in Italia tra il 1786 e il 1788

Il viaggio di Goethe in Italia tra il 1786 e il 1788

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Chris Yan – Kinferoof (music for water and contact microphones)

Chris Yan è Christian Mastroianni, amico con cui ho collaborato e che sperimenta da anni in ambito ambient music ed elettronica sperimentale. Ho il piacere di presentare questo studio sull’acqua di Chris, Kinferoof (music for water and contact microphones), osservazione dinamica del passaggio del ghiaccio attraverso i suoi diversi stadi fisici, effettuata attraverso dei microfoni ultrasensibili atti a registrare il rumore del ghiaccio nell’atto di sciogliersi e su cui Chris ha innestato le sue intuizioni minimali, che dilatano, variano e mettono a fuoco il processo fisico in atto. Di seguito, trovate la presentazione del progetto nelle parole di Chris e il video integrale del suo studio, al termine la biografia artistica e il teaser della sua collaborazione con la poeta e attrice Isabella Bordoni per Fortuna.


Kinferoof
è una Composizione/Performance dettata dalla pura improvvisazione.

Spinta dal naturale processo creativo ,con un occhio di riguardo alla ricerca sonora,
nasce come per gioco da una delle mie sessioni di Field Recording.

In questi ultimi mesi sto ampliando quotidianamente il mio archivio sonoro personale, concentrandomi sullo studio e il rapporto tra materia/suono .

Nella sessione riprese del 5 Febbraio 2015, l’obbiettivo mirava alla registrazione-test di
nuovo materiale tecnico (in questo caso specifico un microfono idrofono) e in riposta come
studio all’ acqua e i suoi processi.
In questa giornata ho tentato il processo di scongelamento,appoggiando il microfono idrofono alla base di un recipiente
di vetro e coprirlo in seguito con cubetti di ghiaccio in modo da registrarne poi il processo di ritorno allo stato liquido.

Per ampliare la gamma di frequenze e risposta al suono in questione,ho aggiungo al set due microfoni a contatto
posizionati sotto al contenitore di vetro ,in modo da captare il risuonare dello ghiaccio che si scioglie nello spazio del recipiente.
Alle maniglie invece,per lo stesso motivo, ho applicato due Mogees (anche questi microfoni a contatto) ma il segnale viene
direttamente processato da un software su smartphone.
Infine intervenivo in questo processo muovendo e cambiando posizioni ai vari cubetti,sia ‘risuonando’ percussivamente
i bordi del contenitore; sia versando a tempi e cadenze diverse dell’acqua da una brocca o da un contagocce.

La traccia ha la durata di circa 70/80 minuti e si muove in tre grandi movimenti:
a) prèl
b) iebsi
c) urat

Tutti i suoni verranno poi convertiti e trattati attraverso software di editing musicale.

Christian Mastroianni è musicista e compositore polistrumentista.
Nato a Tivoli nel 1987 si forma musicalmente come bassista e contrabbassista,
interessato a diversi generi e presente in varie formazioni musicali ,collaborando
con numerosi progetti ed artisti. Approda negli anni più recenti all’elettronica
e alla ricerca sonora.
Nel 2009 firma come CHRIS YAN, “Urban Mantra” suo primo concept album solista
in co-produzione con Roberto Zoli.
La pubblicazione dà il via a collaborazioni che lo vedono coinvolto in reading, performance, cortometraggi, colonne sonore.
È del 2012 “Mnesterophonìa”, il suo secondo concept album a cui fa seguito un interesse crescente nella sperimentazione sonora.
Muovendo la propria ricerca su ampio raggio, è interessato a sviluppare i rapporti trarumore/suono/parola, composizioni electro/ambient, musiche per immagini.
Cambia così ,il proprio approccio sensoriale e materiale tecnico con cui lavorare sia in studio sia nelle esibizioni live.
Dal vivo è accompagnato e gestisce ; laptop,controllers MIDI, iPad, synths , iPhone e altri apparati tecnologici in comunicazione fra loro. 

Nel 2011, sulla scorta di un comune amore per gli scritti di John Berger, inizia la collaborazione con Isabella Bordoni e firmano nel 2012 il loro primo live con la sigla

IB-CM|50/25 in omaggio all’età e al tempo.
Poesia e musica, parola, spazio, ambientazioni acustiche sono il tracciato lungo il quale si articola la loro collaborazione che nel 2013 vede la realizzazione di
“FORTUNA|Abitare l’infanzia”, creazione radiofonica su testo e voce di Isabella, di cui un estratto è andato in onda su Rai Radiotre nel programma “Battiti” e di cui
ORF-Kunstradio trasmette nell’inverno 2014/15 la versione che integra alla voce italiana, voci femminili in tedesco. 

Il 3 Settembre 2014  esce in 150  copie numerate ,stampate ,piegate a mano
“live at FACK MSUV” registrazione del SOLO set durante l’esperienza “FACK MSUV “’;
Eseguito il 5 Luglio presso il Museo d’Arte Contemporanea di Vojvodina (MSUV) – Novi Sad(Serbia).

Attualmente, oltre che esibirsi in SOLO, è impegnato nello studio ed ampliamento della propria ricerca sonora e nella sonorizazzione di filmati,performance,spettacoli.

 

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Brian Eno – Tre testi tradotti (con canzone a fronte)

 

Taking Tiger Mountain

Salivamo e salivamo
Che fatica salire
Oltre le stelle per trovare la cima della Montagna della Tigre
Forzavamo le linee verso la neve

 

Spider And I

Il ragno e io seduti guardando il cielo
Sopra un mondo senza suono
Tessiamo una tela per catturare una piccola mosca
Per il nostro mondo senza suono
Dormiamo al mattino
Sognamo una neve che fa vela lontano
Mille miglia lontano

 

Crosseyed And Painless

Perdo forma – Cerco di agire a caso
Non so fermarmi – Potrei finire in ospedale
Cambio forma – Mi sento come un incidente
Sono tornati – A dire la loro esperienza

E’ un mistero / E per me troppo oscuro
Consumarsi / Ed era la loro politica

Pronto ad andare – Spingo i fatti davanti a me
Fatti perduti – Che non sono mai come sembrano
Là non c’è niente – Nessun genere d’informazione
Alzo la testa – Cerco segni di pericolo

C’era una linea / C’era una formula
Tagliente come un coltello / I fatti hanno aperto un vuoto in noi
C’era una linea / C’era una formula
Tagliente come un coltello / I fatti hanno aperto un vuoto in noi

Sto ancora aspettando… Sto ancora aspettando… Sto ancora aspettando…
Sto ancora aspettando… Sto ancora aspettando… Sto ancora aspettando…
Sto ancora aspettando…

Torna la sensazione / Appena chiudiamo gli occhi
Sollevo la testa / E dentro guardo intorno

L’Isola del Dubbio – E’ un sapore di medicina
Muoversi guardando indietro – Ho avuto un messaggio dall’ossigeno
Fare una lista – Trova il prezzo dell’opportunità
Farlo bene – Fatti inutili nell’emergenza

Torna la sensazione / Appena chiudiamo gli occhi
Sollevo la testa / E dentro guardo intorno

Fatti semplici e fatti diretti
Fatti pigri e fatti tardi
Fatti che vengono con punti di vista
Fatti che non agiscono come vorrei
Fatti che agitano la verità
Fatti che vivono capovolti
Fatti che prendono il meglio per sé
Fatti inesistenti sul volto delle cose
Fatti che non macchiano i mobili
Fatti che escono sbattendo la porta
Fatti scritti sulla tua faccia
Fatti che continuano a cambiar forma

Sto ancora aspettando… Sto ancora aspettando… Sto ancora aspettando…
Sto ancora aspettando… Sto ancora aspettando… Sto ancora aspettando…
Sto ancora aspettando…

 

Traduzione di Paolo Beltrando

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Umberto Eco – Elogio di Franti (da “Diario Minimo”)

“Il libro Cuore è un turpe esempio di pedagogia piccolo borghese, classista, paternalistica e sadicamente umbertina non potevo dunque che identificare nell’opera un solo personaggio positivo, Franti, la cui grandezza morale e le cui ragioni sentimentali e sociali emergevano a dispetto dell’acrimonia con cui l’autore e il suo piccolo diarista filisteo ce lo presentavano. Perché la società italiana, formatasi sul modello di Cuore, ha continuato a fare del libro una guida per l’azione anche quando non lo leggeva più. ‘Dicono che non verrà più perché lo metteranno all’Ergastolo’. Franti non riappare più nel libro perché né l’autore né Enrico più ce lo vogliono, deve sparire”. Questo è il commento che Umberto Eco scrisse per il suo Elogio di Franti del 1963, pamphlet polemico e scattante in cui si riscatta il destino dell’unica personaggio critico in un romanzo popolato da futuri volontari dell’esercito fascista; Franti è costretto a lasciare la scuola, “l’agenzia pubblicitaria che ti fa credere di avere bisogno della società così com’è” (Ivan Illich), perché non disposto ad accettarne il perbenismo di facciata, il conformismo di fondo e il moralismo che ne era alla base. Ma Franti non dimentica “che l’ingombrante nella morale, è che si tratta sempre della morale degli altri. I canti più belli sono quelli di rivendicazione” (Leo Ferré). Nel suo Diario Minimo Umberto Eco ridisegna il Franti di De Amicis e gli fa vestire i panni di Gaetano Bresci, l’anarchico che nel 1900 assassinò re Umberto I. La voglia di riscatto di quel Franti la si ritrova alla metà degli anni Ottanta nell’omonima band torinese: “Volevamo essere diversi, per questo scegliemmo di chiamarci Franti, il cattivo del libro Cuore”.

Umberto Eco – Elogio di Franti (da “Diario minimo”)

“È certo, ove si voglia mettersi dal punto di vista dello spirito ortodosso, che il riso umano è intimamente legato alla disgrazia di una antica caduta, di una degradazione fisica e morale… Tutti i furfanti da melodramma, maledetti, dannati, fatalmente segnati da un sogghigno che arriva loro alle orecchie, rientrano nella ortodossia pura del riso /…) Il riso è satanico: è dunque profondamente umano.”
Baudelaire

“E ha daccanto una faccia tosta e trista, uno che si chiama Franti, che fu già espulso da un’altra sezione.”
De Amicis, Cuore

Così alla pagina di martedì 25 ottobre Enrico introduce ai lettori il personaggio di Franti. Di tutti gli altri è detto qualcosa di più, cosa facesse il padre, in che eccellessero a scuola, come portassero la giacca o si levassero i peluzzi dai panni: ma di Franti niente altro, egli non ha estrazione sociale, caratteristiche fisionomiche o passioni palesi. Tosto e tristo, tale il suo carattere, determinato al principio dell’azione, così che non si debba supporre che gli eventi e le catastrofi lo mutino o lo pongano in relazione dialettica con alcunché. Franti da Franti non esce; e Franti morirà: “ma Franti dicono che non verrà più perché lo metteranno all’ergastolo”, si scrive il lunedì 6 marzo, e da quel punto, che è a metà del volume, non se ne farà più motto.  Chi sia codesto Enrico è sin troppo risaputo: di mediocre intelletto (non si sa che voti prenda né se riesca promosso a fine anno), oppresso sin dalla più tenera infanzia da un padre, da una madre e da una sorella che gli scrivono nottetempo, come sicari dell’OAS, lettere pressoché minatorie sul suo diario, egli vive continuamente immerso in umbratili complessi, un po’ diviso tra l’ammirazione prona per un Garrone che non perde occasione per far della bassa retorica elettorale (“Son io!” e il maestro, babbeo: “Tu sei un’anima nobile!”; e se qualcuno dà noia al supplente, subito Garrone dalla parte del potente e dell’ordine: “guai a chi lo fa inquietare, abusate perché è buono, il primo che gli fa ancora uno scherzo lo aspetto fuori e gli rompo i denti!”, così il supplente rientra e vede tutti zitti, lui, Garrone, con gli occhi che mandavan fiamme “un leoncello furioso, pareva” – e gli dice “come avrebbe detto a un fratello” ti ringrazio Garrone, e via, Garrone è a posto per tutto l’anno, ditemi se non era figlio di mignotta) e d’altro lato una sorta di attrazione omosessuale per il Derossi, che è “il più bello di tutti”, scuote i capelli biondi, prende il primo premio, si fa baciare dal giovane calabrese e sembra insomma certi personaggi dei libri di Arbasino.
Tra questi poli è l’Enrico: di carattere impreciso, incostante nei suoi propositi etici, schiavo di ambigui culti della personalità, non poteva essere gran che diverso col padre che si ritrovava, torbido personaggio costui, incarnazione di quell’ambiguo socialismo umanitario che precedette il fascismo, e in cui l’ideologia dolciastra stava alla lotta di classe come il repubblicanesimo di Carducci alla rivoluzione francese (odi alla regina Margherita, nonne e cipressi che a bolgheri alti e stretti, ma repubblica, ciccia): questo padre che parla di rispetto per i mestieri e le professioni, esalta la nobiltà degli umili, incita il figlio ad amare i muratori, ma si demistifica in quella terribile pagina del 20 aprile (giovedì) in cui esorta il figlio a gettare le braccia al collo a Garrone quando tra quarant’anni lo ritroverà col viso nero nei panni di un macchinista, “ah non m’occorre che tu lo giuri, Enrico, sono sicuro, fossi tu anche un senatore del Regno” – e non lo sfiora neppure il sospetto di quel che potrebbe (dovrebbe) accadere, che cioè Enrico possa ritrovarsi nei panni di un macchinista ad incontrar l’amico Garrone senatore del Regno (conoscendo Garrone, arrivato alla camera alta per via Acli, va bene, ma ciononostante è il principio che conta, vero? ).
Che poi chi sia questo padre, questo Alberto Bottini dalla oscura professione (non la dice neppure quando va a visitare il vecchio maestro a Condove), viene fuori abbastanza bene pagina per pagina, e si esemplifica infine in quelle linee in cui questo squallido filisteo protofascista esplode nell’elogio dell’esercito: “Tutti questi giovani pieni di forza e di speranze possono da un giorno all’altro essere chiamati a difendere il nostro Paese, e in poche ore essere sfracellati tutti dalle palle e dalla mitraglia. Ogni volta che senti gridare in una festa: Viva l’Esercito, viva l’Italia, raffigurati, di là dai reggimenti che passano, una campagna coperta di cadaveri e allagata di sangue, e allora l’evviva dell’Esercito ti escirà più profondo dal cuore, e l’immagine dell’Italia ti apparirà più severa e più grande”.
E la domenica 11 ottobre, e il martedì 14 costui scriverà ancora una lettera guerrafondaia al figlio, parlando di Roma meravigliosa e eterna, di Patria sacra, di sangue da donare e ultimo bacio alla bandiera benedetta; e sempre senza la minima chiarezza ideologica, sì che a distanza di pochi giorni intesse con il medesimo tono l’elogio di Cavour e di Garibaldi, dimostrando di non aver capito nulla delle forze profonde che divisero il nostro Risorgimento. E ti educava così questo figlio alla violenza e alla retorica nazionale, all’interclassismo corporativista e all’umanitarismo paternalista, sì che svolgendosi la vicenda nell’ottantadue, possiamo immaginarci Enrico interventista quarantenne (e quindi a casa, da tavolino), all’inizio della guerra, e professionista fiancheggiatore delle squadre d’azione nel ventidue, lieto infine che il Paese sia andato in mano a un uomo forte garante dell’ordine e della fratellanza.
Il Derossi a quell’epoca era già morto sicuramente in guerra, volontario, caduto scagliando la sua medaglia di primo della classe in faccia al nemico.
Votini era passato spia dell’Ovra e Nobis, che doveva avere possedimenti in campagna, e già da piccolo dava dello straccione ai figli di carbonai, agrario fiancheggiatore delle squadre, sicuramente era già federale.
C’è da sperare che il muratorino e il Precossi si fossero almeno presi il loro olio di ricino e tramassero nell’ombra; e forse Stardi, sgobbone com’era, si era letto tutto il Capitale, senonaltro per puntiglio, e quindi qualcosa aveva capito; ma Garoffi di certo si era allineato e non faceva politica, e Coretti, con quel padre che gli passava calda calda la carezza del Re, chissà che non facesse la guardia d’onore all’Uomo della Provvidenza.
Questo il clima: ed Enrico ne era l’esponente medio, paro paro. Da un ragazzo di quella fatta non possiamo aspettarci qualche lume su Franti: anzi doveva esistere tra i due una sorta di incomprensione radicale per cui se Franti un giorno avesse raccolto un passerotto da terra e gli avesse sminuzzato briciole di pane, Enrico non lo avrebbe mai detto. Logico che Franti, se raccoglieva passerotti, li portasse a casa per metterli in padella, perché l’unica volta che Enrico si tradisce e ci mostra la madre di Franti che si precipita in classe a implorare perdono per il figlio punito, affannata “coi capelli grigi arruffati, tutta fradicia di neve”, avvolta da uno scialle, curva e tossicchiante, ci lascia capire che Franti ha dietro di sé una condizione sociale, e una stamberga malsana, e un padre sottoccupato, che spiegano molte cose. Ma per Enrico tutto questo non esiste, egli non può capire il pudore di questo ragazzo che di fronte all’impudicizia feudale della madre che si getta, davanti alla scolaresca, ai piedi del Direttore e di fronte all’intervento melodrammatico di quest’ultimo (“Franti, tu uccidi tua madre!”, eh via, dove siamo?), cerca un contegno nel sorriso, per non soccombere nello strame: e lo interpreta da reazionario moralista qual è: “E quell’infame sorrise”.
Ma se vogliamo giocare a questo gioco allora giochiamo. Franti non ha sostrato, non si sa come nasca e come muoia, egli è l’incarnazione del male? Ebbene sia, accettiamolo come tale e come tale vediamolo, elemento dialettico nel gran corso della vita scolastica deamicisiana, momento negativo in tutta la sua evidenza trionfante. Ma prendiamolo come tale, e non lasciamoci confondere dai piccoli particolari di contorno: che se Franti non ha sfondo sociologico non devono averlo neppure le persone di cui egli pare prendersi beffa, la mamma di Crossi che egli scimmiotta nella sua condizione di erbivendola, e il muratore caduto sul lavoro al passaggio del quale Franti sorride: se facciamo della demagogia sul muratore e sull’erbivendola, allora facciamola anche su Franti e sulle determinazioni economiche della sua perfidia. Se no accettiamolo come un principio senza fondo e senza storia, e affrontiamolo pensando che di lui Enrico ci abbia parlato come gli storici romani dei cartaginesi: che erano popolo industre e laborioso, gran mercanti e navigatori, ma siccome non possedevano un’industria culturale non commissionavano elogi e libelli, mentre i romani, meglio organizzati quanto a uffici studi, avevano buon gioco a affidare alla storia terribili notizie sul conto dei nemici, dicendo che mettevano i bambini nel ventre di una statua infuocata; che se poi loro, i conquistatori, distruggevano Cartagine e spargevano sale sulle rovine, quello era ben fatto.
Ciò che Franti fa è vario e assai complesso: sale su un banco e provoca Crossi, e fa male, ma quando Crossi gli tira un calamaio egli fa civetta, e il calamaio va a colpire  il maestro che entrava. Civetta meritoria quant’altre mai, dunque, perché questo maestro è lo stesso ributtante leccapiedi che in un diverbio tra Coraci (il calabrese) e Nobis, dà ragione a Coraci e torto a Nobis, ma a Nobis dà del voi mentre a Coraci dà del tu. Dà del tu anche a Franti, naturalmente, perché costui non ha un padre distinto con una gran barba nera.
Più avanti vediamo Franti che ride mentre passa un reggimento di fanteria; Enrico tiene a precisare che Franti “fece una risata in faccia a un soldato che zoppicava”, ma non si vede perché in una sfilata preceduta dalla banda (come Enrico ci dice), qualche colonnello autolesionista avrebbe infilato un soldato che zoppicava. Dunque verosimilmente il soldato non zoppicava, e Franti irrideva la sfilata tout court: e vedete che la cosa cambia già aspetto. Se poi si considera che, istigati dal direttore, i ragazzi salutano militarmente la bandiera, che un ufficiale li guarda sorridendo e restituisce il saluto con la mano e un tizio che aveva all’occhiello il nastrino delle campagne di Crimea, un “ufficiale pensionato”, dice bravi ragazzi, allora ci accorgiamo che il riso di Franti non era poi così gratuitamente malvagio ma assumeva un valore correttivo: costituiva l’ultimo grido del buon senso ferito di fronte alla frenesia collettiva che stava prendendo i ragazzi che già cantavano “battendo il tempo con le righe sugli zaini e sulle cartelle ‘ e con “cento grida allegre accompagnavano gli squilli delle trombe come un canto di guerra”.
E’ in circostanze del genere che Franti sorride e ride: “Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei Funerali del Re; e Franti rise”. Franti sorride di fronte a vecchie inferme, a operai feriti, a madri piangenti, a maestri canuti, Franti lancia sassi contro i vetri della scuola serale e cerca di picchiare Stardi che, poverino, gli ha fatto solo la spia. Franti, se diamo ascolto ad Enrico, ride troppo: il suo ghigno non è normale, il suo sorriso cinico è stereotipo, quasi deformante; chi ride così certo non è contento, oppure ride perché ha una missione. Franti nel cosmo del Cuore rappresenta la Negazione, ma – strano a dirsi – la Negazione assume i modi del Riso. Franti ride perché è cattivo – pensa Enrico – ma di fatto pare cattivo perché ride.  Quello che Enrico non si domanda è se la cattiveria di chi ride non sia una forma divirtù, la cui grandezza egli non può capire poiché tutto ciò che è riso e cattiveria in Franti altro non è che negazione di un mondo dominato dal cuore, o meglio ancora diun cuore pensato a immagine del mondo in cui Enrico prospera e si ingrassa. Per questo Enrico deve rifiutare Franti: perché se Franti appare un inadattato al mondo in cui vive e lo coinvolge in un sogghigno epocale (Franti mette tra parentesi qualsiasi fatto che invece coinvolga emotivamente gli altri) l’unico modo di esorcizzare la scepsi negativa di Franti è quello di denunciare Franti come strega. E di non accettarlo a priori.
E infatti nel gran mare di languorosa melassa che pervade tutto il diario di Enrico, in quell’orgia di perdoni fraterni, di baci appiccicaticci, di abbracci interclassisti, di galeotti redenti e gaudenti in maschera che regalano smeraldi a bambine smarrite tra la folla, tra madri che si sostengono a vicenda, maestrine dalla penna rossa, signori che abbracciano carbonai e muratori che biascicano lagrime di riconoscenza sulla spalla di ricchi possidenti, là dove tutti si amano, si comprendono, si perdonano, si accarezzano, baciano le mani a voscienza, leccano il cuore a tamburini sardi, cospargono di fiori vedette lombarde e coprono d’oro patrioti padovani, una sola volta appare una parola di odio, di odio senza riserve, senza pentimenti e senza rimorsi: ed è quando Enrico ci traccia il ritratto morale di Franti:

“Io detesto costui. È malvagio. Quando viene un padre nella scuola a fare una partaccia al figlio, egli ne gode; quando uno piange, egli ride. Trema davanti a Garrone e picchia il muratorino perché è piccolo; tormenta Crossi perché ha il braccio morto; schernisce Precossi che tutti rispettano; burla persino Robetti, quello della seconda, che cammina con le stampelle per aver salvato un bambino. Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s’inferocisce e tira a far male. Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa, in quegli occhi torbidi, che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcheduno, si porta a scuola degli spilloni per punzecchiare i vicini, si strappa i bottoni della giacchetta e ne strappa agli altri, e li gioca, e ha cartella, quaderni, libri, tutto sgualcito, stracciato, sporco, ha la riga dentellata, la penna mangiata, le unghie rose, i vestiti pieni di frittelle e di strappi che si fa nelle risse. Dicono che sua madre è malata dagli affanni che egli le dà, e che suo padre lo cacciò di casa tre volte: sua madre viene ogni tanto a chiedere informazioni e se ne va sempre piangendo. Egli odia la scuola, odia i compagni, odia il maestro. II maestro finge ogni tanto di non vedere le sue birbonate, ed egli fa peggio. Provò a pigliarlo con le buone, ed egli se ne fece beffa. Gli disse delle parole terribili, ed egli si coprì il viso con le mani, come se piangesse, e rideva. Fu sospeso dalla scuola per tre giorni ed egli tornò più tristo e insolente di prima. Derossi gli disse un giorno: – Ma finiscila, vedi che il maestro ci soffre troppo, – ed egli lo minacciò di piantargli un chiodo nel ventre”.

È naturale che in questo crescendo di accuse e di infamie la nostra simpatia vada tutta a Franti (pensate, “si copri il viso con le mani, come se piangesse, e rideva!”. Anche De Amicis non rimane indifferente di fronte a tanta grandezza, e mai la sua scrittura è stata più tacitiana, nobilitata dalla materia): ma è vero del pari che tanto accumularsi di nefandezza è troppo wagneriano per essere normale, sfiora il titanico, deve avere un valore emblematico e riecheggiare un momento di civiltà; una figura  della coscienza universale, lo voglia o no l’autore; e se la nostra dotta memoria cerca solo per un poco ecco che questo ritratto finisce per evocarne un altro, quasi parallelo: ed è il ritratto di Panurge.

“Altre volte poi disponeva, in qualche bella piazza per dove la detta ronda doveva passare, una striscia di polvere da sparo, e al momento giusto ci dava fuoco, divertendosi poi a vedere i gesti eleganti di quei poveretti che scappavano, credendo di avere ai polpacci il fuoco di Sant’Antonio. In quanto poi ai rettori dell’università e teologi, li perseguitava in altri modi; quando ne incontrava qualcuno per la via, non mancava mai di far loro qualche brutto scherzo: ora mettendogli uno stronzo nelle pieghe del berretto, o attaccandogli delle code di carta e strisce di cenci dietro la schiena, o qualche altro fastidio… E soleva portare un frustino sotto il vestito, col quale frustava senza remissione i paggi che erano in giro per qualche commissione, per farli andare più svelti. E nel mantello aveva più di ventisei taschette e ripostigli sempre pieni: l’una di un piccolo dado di piombo e di un coltellino affilato come il trincetto di un calzolaio, che gli serviva per tagliar le borse; l’altra, di aceto, che gettava negli occhi a quanti incontrava; l’altra di lappole, con attaccato piumetti d’oca o di cappone, che gettava sulle vesti e sui berretti dei pacifici cittadini; e spesso attaccava anche lor dietro due belle corna, che quelli si portavan per tutta la città, e qualche volta per tutta la vita. E ne metteva anche alle donne, sui loro cappucci, di dietro, ma fatti a forma di membro virile; e in un’altra, teneva una quantità di cornetti, tutti pieni di pulci e pidocchi, che trovava dai poveri di Sant’Innocenzo, e con delle cannucce, e piume per scrivere, li gettava sui colletti delle più azzimate giovinette che trovava per la via, e così in chiesa…” (e via di questo passo, nella bella traduzione di Bonfantini; e poi basti pensare alla beffa dei montoni per vedere in Panurge un Franti ante litteram, o in Franti un Panurge post, che è poi lo stesso).

Ora Panurge non nasce e non arriva a caso: non è gigante né Dipsodo, e non entra nella regale società pantagruelica con l’aria di chi voglia sovvertire un ordine dalle radici; la società in cui vive l’accetta e vi si integra – ci beve e ci si ciba, chiedendo anzi ristoro in molte lingue – vive la vita di corte e segue il sovrano nei suoi viaggi, accetta dispute con dottori d’oltremanica e frequenta la borghesia dei dintorni. Ma si integra à rebours, ogni suo gesto appare sfasato rispetto alla norma, accetta le convenzioni (la messa) per sovvertirle dall’interno (occasione per distribuir pidocchi), intraprende discorsi ma per turlupinare l’interlocutore, veste come gli altri ma fa delle sue vesti nascondiglio per i suoi trucchi, nessuno dei quali mira specificatamente a un utile particolare, ma tutti nell’insieme a una deformazione degli umani rapporti.
Proprio per questo, se Gargantua et Pantagruel è il libro che chiude un’epoca e ne apre una nuova, esso lo è proprio per la centralità che vi ha Panurge, poiché il Gargantua è, rispetto alla cultura tardomedievale che si sfa, proprio quel che Panurge è per la corte di Pantagruel, qualcosa che si installa dentro a un ordine e lo mina  dall’interno deformandone la fisionomia con atti di gratuita iconoclastia. Compagno di Panurge in questa impresa, è il Riso. Anche Panurge, l’infame, rideva.
Ecco dunque profilarsi l’idea di un Franti come motivo metafisico nella sociologia fasulla del Cuore. Il riso di Franti è qualcosa che distrugge, ed è considerato malvagità solo perché Enrico identifica il Bene all’ordine esistente e in cui si ingrassa. Ma se il Bene è solo ciò che una società riconosce come favorevole, il Male sarà soltanto ciò che si oppone a quanto una società identifica con il Bene, ed il Riso, lo strumento con cui il novatore occulto mette in dubbio ciò che una società considera come Bene, apparirà col volto del Male, mentre in realtà il ridente – o il sogghignante – altro non è che il maieuta di una diversa società possibile.
Per cui bene aveva fatto Baudelaire a identificare il Riso con il Diabolico ed a vedervi il principio del Male. Agli occhi di Colui che tutto sa, il riso non esiste, e scompare dal punto di vista della scienza e delle potenze assolute: è chiaro: dal momento che di un ordine esistente si ha certezza e corresponsabilità, dal momento che vi si assente dogmaticamente o vi si aderisce consustanzialmente, quest’ordine non può essere messo in dubbio, e il primo modo per credervi è di non riderne. Il riso, dice Baudelaire, è proprio dei pazzi: di coloro che non si integrano all’ordine, dunque. Per colpa loro, nel caso dei pazzi; ma nel caso sia colpa dell’Ordine? Chi sarà allora il Ridente? Colui che ha avuto coscienza della caduta, e quindi della provvisorietà dell’ordine dato. Il cattivo dunque, colui che ha colpevolmente mangiato all’albero del bene e del male? Ma questa è l’interpretazione del Ridente data da chi non ride, e accetta l’Ordine. Per lo scolastico messo alla berlina da Panurge, nel dialogo con Thaumaste fatto a gesti e a sberleffi, il gioco di Panurge è un attentato diabolico.
Per noi, nati da Rabelais, il gioco di Panurge è allegra profezia di una nuova dialogica, e comunque messa a punto della vecchia, resa dei conti. Chi ride è malvagio solo per chi crede in ciò di cui si ride. Ma chi ride, per ridere, e per dare al suo riso tutta la sua forza, deve accettare e credere, sia pure tra parentesi, ciò di cui ride, e ridere dal di dentro, se così si vuol dire, se no il riso non ha valore. Ridere del piegabaffi, oggi, è un gioco da ragazzi; ridete dell’usanza di radersi, e poi discuteremo. Chi ride deve dunque essere figlio di una situazione, accettarla in toto, quasi amarla, e quindi, da figlio infame, farle uno sberleffo. (Franti a parte, solo di fronte al riso la situazione misura la sua forza: quello che esce indenne dal riso è valido, quello che crolla doveva morire. E quindi il riso, l’ironia, la beffa, il marameo, il fare il verso, il prendere a gabbo, è alla fine un servizio reso alla cosa derisa, come per salvare quello che resiste nonostante tutto alla critica interna. Il resto poteva e doveva cadere.)
Tale è Franti. Dall’interno idilliaco della terza classe in cui alligna Enrico Bottini, egli irraggia il suo riso distruttore; e chi si aggrappa a ciò che egli distrugge, lo chiama infame. Fatto nascere dall’immaginazione di De Amicis e dalla visione astiosa di Enrico come principio dialettico, Franti viene troppo presto eliminato di scena perché si possa intravvedere quale reale funzione avrebbe egli svolto in questo quadro: se il comico è l’Ordine che, accettato ed esasperato a bella posta, esplode e si fa Altro, Franti non ha neppure abbozzato il suo compito. Tenuto a freno dalla visione sospettosa di Enrico, non ha saputo espandersi come dialettica voleva: e solo noi possiamo ora intravvederne e svilupparne i germi liberatori e correttivi. Troncato sul nascere, il “Principio Franti” non si è risolto, come avrebbe dovuto, nella forma compiuta del Comico: e “comica” rimane solo la dialettica Franti-Enrico vista da noi, ora, e come tale messa in rilievo. Bloccato nella situazione Cuore nella misura in cui Enrico lo aveva immobilizzato – escludendo dogmaticamente che Franti potesse avere coscienza del significato dei suoi gesti – l’Infame, anziché sacerdote dell’epoché ironica, rimane soltanto un non-integrato e uno schizoide. Ma di lui – e da lui – ci rimane un monito, acché la sua infamia sia la nostra virtù. Saremo capaci di ridere, a ciglio asciutto, di nostra madre?
Eliminato dal contesto fantastico in cui viveva, Franti è accantonato dal cronista dell’Ordine e della Bontà: ed è supposto finire all’ergastolo, dove appunto si raccolgono i non-integrati. Franti è così rimasto come un abbozzo di Comico possibile: per riuscire egli avrebbe dovuto assumere – ostentando buona fede – i panni di Enrico e scrivere lui stesso il Cuore. Col sogghigno – invece che col singhiozzo – facile. Siccome non ha raccontato, ma è stato raccontato, non ha assunto la funzione di giustiziere comico, ma è rimasto come un’ombra, una tabe, una falla nel cosmo di Enrico, una presenza inspiegabile e non risolta.
Noi sappiamo però che, al di fuori del libro, gli è stata lasciata un’altra possibilità (di cui Enrico non aveva avuto mai sentore): perché l’Ordine o lo si ride dal di dentro o lo si bestemmia dal di fuori; o si finge di accettarlo per farlo esplodere, o si finge di rifiutarlo per farlo rifiorire in altre forme; o si è Rabelais o si è Cartesio; o si è, come Franti ha tentato, uno scolaro che ride in scuola, o un analfabeta di avanguardia. E forse Franti, con la memoria accesa del gesto di papà Coretti che dava al figlio, con la mano ancor calda, la carezza del Re (impeditogli da Enrico di sorridere ancora una volta, cancellato con un tratto di penna), si apprestava in una lunga ascesi a esercitare, all’alba del nuovo secolo, sotto il nome d’arte di Gaetano Bresci.

 

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